"Dentro la Fiat. Il Sida-Fismic, un sindacato aziendale" di Gianpaolo Fissore
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DENTRO LA FIAT. IL SIDA-FISMIC Storia di un sindacato aziendale Edizioni Lavoro, 2001
Introduzione di Bruno Manghi - Presentazione del libro - Gianpaolo Fissore
Introduzione di Bruno Manghi Fismic da conoscere " Cominciamo solo ora a guardare in maniera distesa il ciclo secolare del sindacalismo, fatto certo di movimenti repentini, di grandi successi e di gravi sconfitte, ma assai più complesso di quanto ci dica una narrazione teatrale. La sua è una storia multiforme, piena di sorprese, di ritorni, dove non si impone mai una volta per tutte questo o quel tipo di sindacato.Il sindacalismo italiano così caratterizzato dalla dimensione confederale, dal competere e dal riavvicinarsi delle centrali nazionali, induce gli osservatori a sminuire la portata del sindacalismo autonomo che pure annovera esperienze di lunga durata, sicure protagoniste nei settori importanti come le scuole e le banche o in gruppi professionali come i macchinisti (assai prima del Comu), i piloti, i presidi, i dirigenti pubblici. Nel vasto arcipelago del sindacalismo autonomo una caso specialissimo è rappresentato dai sindacati autonomi a radicamento aziendale: Fismic alla Fiat, Fali alla Riv-Skf e per un lungo periodo l’insediamento autonomo all’Olivetti. Per questo il serio e documentato lavoro di Gianpaolo Fissore dedicato alla Fismic-Sida è un contributo importante che ci porta fuori da facili classificazioni nate nel calore dello scontro degli anni Cinquanta-Sessanta. Gli esordi del sindacato autonomo alla Fiat sono anche l’occasione per una rilettura dell’aspro dopoguerra nella fabbrica torinese e ci accostano a personaggi di assoluto rilievo, da Rapelli a Donat-Cattin a Pastore, a fianco dei quali Arrighi si colloca senza complessi e con una evidente statura di leader. Certamente la Fiat vallettiana gioca dentro la competizione tra i sindacati in maniera chiara, ma non "inventa" il Sida. Arrighi e i successori si muovono in uno spazio culturale effettivo occupato da lavoratori che si sottraggono alla logica dell’antagonismo mantenendo però un atteggiamento da dipendenti e una nozione abbastanza chiara della differenza di interessi rispetto alla proprietà e ai dirigenti: quel modo di sentire che la famosa ricerca Cespe rintraccerà proprio nel pieno della svolta tra gli anni Settanta e Ottanta. La riprova che il sindacato "collaborativo" ha un radicamento ci viene dalla sua capacità di sopravvivere agli anni del conflitto più aspro e ancor più alla decisione Fiat di dialogare principalmente con il sindacato confederale. Ma la Fismic ha ormai una storia lunga ed è interessante scorgerne la dinamica, il succedersi di leadership diverse, fino alla situazione dell’ultimo quindicennio che vede il sindacato autonomo saldamente collegato a Fim-Fiom-Uilm nella trattative, negli accordi e anche negli scioperi di categoria. In pratica riesce a ritagliare con successo a ritagliare una forte originalità all’interno di una relazione cooperativa con i "cugini". Capisce quanto sia essenziale collegarsi alla dimensione confederale, quella che ad esempio negozia sul welfare, partecipa alla concertazione, determina gli ammortizzatori sociali, tutte cose vitali per gli iscritti alla Fismic. Nel contempo mantiene un proprio "stile" di relazione con i lavoratori e con le gerarchie di fabbrica, sviluppando una storica attenzione alle problematiche dei singoli, cosa che da tempo anche i confederali praticano con convinzione. Il sindacalismo autonomo dell’automobile persegue in versione moderata una ricerca che interessa tutto il sindacato alla Fiat: l’equilibrio tra adesione agli interessi collettivi dei lavoratori e partecipazione al sistema produttivo. Alla Fiat del dopoguerra è parso molto arduo pervenire a un equilibrio, che gli americani definiscono "dual loyalty" e che è la norma di numerose grandi aziende europee: lealtà al sindacato e lealtà agli obiettivi aziendali. L’attenuarsi di integrazione e antagonismo (mors tua vita mea) ha caratterizzato molti passaggi cruciali delle relazioni nella fabbrica di automobili. Volta a volta avanguardie motivate capiscono che l’integrazione subalterna si poteva cambiare, così come gli animatori del sindacalismo autonomo capiscono che l’antagonismo non era vissuto come tale da una quota elevata di lavoratori. Può darsi, e ce lo auguriamo, che forme di partecipazione negoziata (nel nuovo clima della fabbrica integrata e della valorizzazione della risorsa umana) possano sciogliere il dilemma storico. Ma come sanno i protagonisti la cosa non è semplice e necessita di una consenso vasto e profondo, specialmente tra le nuove generazioni che entrano al lavoro e i cui sentimenti appaiono ancora incerti, anche perché il lavoro operaio soffre nel nostro paese di una spaventosa sottovalutazione. Quanto alla Fismic, al suo destino, a differenza di ciò che pensano molti sindacalisti confederali, credo che manterrà una vita indipendente in assenza di quell’unità confederale che abbiamo sfiorato senza raggiungere almeno due volte nel trentennio scorso." Non è facile ricostruire con distacco la storia del Sida-Fismic, il sindacato aziendale nel gruppo Fiat che nacque e si sviluppò da una lacerazione prodottasi negli anni Cinquanta nella Fim Cisl alla Fiat. Ora è in pubblicazione presso le Edizioni Lavoro un puntuale lavoro di Giampaolo Fissore (vedi scheda qui sotto) che ripercorre con ampia e dettagliata documentazione quelle vicende dall’inizio fino agli anni Novanta. "Questo libro – esordisce l’autore – è dedicato alla storia di un sindacato, il Sida (Sindacato italiano dell’automobile), ora Fismic (Federazione italiana sindacati metalmeccanici e industrie collegate), nato e affermatosi alla Fiat nella seconda metà degli anni Cinquanta. Spesso ignorato o scarsamente considerato, è stato accompagnato, per gran parte della sua storia, dalla definizione di ‘sindacato giallo’, cioè asservito agli interessi del padrone". Questa "cattiva fama" ha contribuito a "confinare la Fismic-Sida ai margini delle cronache sindacali e da sempre ai margini della ricerca storica". Tuttavia il Sida ieri e la Fismic oggi sono tutt’altro che un oggetto invisibile, dotato di un non trascurabile radicamento tra i lavoratori della Fiat. Da qui l’impulso a ripercorrerne la storia, attraverso una minuziosa ricerca d’archivio e numerose interviste con i protagonisti. La ricostruzione si articola in quattro fasi: l’emergere nella Fiat di un sindacalismo aziendalista, soprattutto per iniziativa di Edoardo Arrighi che opera dentro e ai margini della Cisl (1945-58); la rottura con la Cisl e la costituzione del Sida, che tuttavia "non fu mai considerato unico interlocutore dalla direzione" (1958-61); in un quadro di profonda trasformazione dell’organizzazione del lavoro, l’azione del Sida-Fismic volta a sfruttare "tutti i canali interni all’azienda attraverso i quali le aspirazioni individuali potevano trovare più facile realizzazione" (anni Sessanta); la crisi di ruolo del Sida negli anni Settanta e la marcia di avvicinamento ai sindacati confederali, "rientrando a pieno titolo nella dialettica delle relazioni sindacali nel gruppo Fiat". Il resto è storia di oggi, e la sigla Fismic compare da anni "strutturalmente" a firmare accordi, comunicati e anche iniziative di lotta insieme a Fim, Fiom e Uilm. svolge da molti anni a Torino attività di ricerca nel campo della storia contemporanea e della didattica. È autore di saggi e ricerche sulla storia politica e sindacale del nostro paese nel secondo dopoguerra. Collabora con la Fondazione culturale Vera Nocentini, con la Fondazione piemontese Istituto Antonio Gramsci, con l’Archivio storico Fiat. |