FONDAZIONE CULTURALE "VERA NOCENTINI"
Quaderni di "Eguaglianza & Libertà"
"Luigi Macario. Un fondatore e innovatore del sindacalismo italiano"
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In libreria dal 12 novembre 2002 e acquistabile presso la Fondazione "Vera Nocentini" (costo 9 Euro) Autori Vari Dalla parte del lavoro Nuove responsabilità e nuovi diritti nella società della conoscenza
Città Aperta Edizioni ISBN 88-8137-064-6 Pagine 224 Euro 15,00 Con questo volume comincia una serie di libri a carattere monografico sotto forma di Quaderni della rivista "Eguaglianza & Libertà".
Il presente volume, con l’ausilio di autorevoli studiosi, cerca di mettere ordine sulla questione del lavoro oggi in Italia, sui suoi significati, sui suoi mutamenti, sulle sue prospettive, con uno sguardo attento alla sua irrinunciabile dimensione europea. Dalle analisi e dalle proposte del volume emerge come trama critica comune la consapevolezza che non si tratta solo di dare cittadinanza e tutele specifiche ad alcuni nuovi lavori. Si tratta, al contrario, di valutare i cambiamenti tecnologici e produttivi come spia di tendenze più generali, destinate a modificare il lavoro in quanto tale, subordinato e autonomo, tipico e atipico. Il prestigio degli articoli e il modo chiaro e approfondito con cui vengono trattati i diversi argomenti fanno del volume uno strumento di conoscenza e di riflessione prezioso anche per un pubblico non specialistico sensibile ai grandi temi sociali.
Il volume raccoglie contributi di Carlo Borzaga, Pierre Carniti, Gian Primo Cella, Antonio Lettieri, Massimo Luciani, Michele Magno, Andrea Ranieri, Mario Ricciardi, Umberto Romagnoli, Enzo Rullani, Mario Rusciano, Paolo Sestito |
"Eguaglianza e Libertà" è il nome di una associazione promossa da un gruppo di persone tra le quali esponenti del mondo sindacale, della cultura, dell’associazionismo sociale; come primo atto di visibilità, ha aperto una rivista "on line": uno spazio di lettura, riflessione e anche interlocuzione sui temi politici, sociali e culturali che ruotano attorno ai due concetti, assumendo, per quanto possibile, il punto di vista delle persone, dei loro bisogni e aspirazioni.Dirigono la rivista Pierre Carniti e Antonio Lettieri. Ecco il sito web dove "intercettarla": www.eguaglianzaeliberta.it
Al declino della partecipazione politica e alle difficoltà delle organizzazioni sociali storiche, fa riscontro il moltiplicarsi dell’impegno di persone, gruppi e associazioni rivolto al riscatto e alla promozione della dignità umana. Naturalmente si impongono interrogativi non facili intorno al significato che oggi assumono concetti e valori come libertà e giustizia. Ancora di più ci si deve interrogare circa l’efficacia delle azioni che vengono proposte o intraprese. Per queste ragioni un gruppo di persone, provenienti da radici ed esperienze diverse, ha pensato di offrire un contributo costituendosi in associazione che porta il nome "Eguaglianza e libertà" e che intende sviluppare una iniziativa editoriale sia in forma telematica che a stampa, mirata a stabilire un legame tra i luoghi tradizionali dell’impegno e quelli nuovi.
L’iniziativa editoriale si articola in due strumenti:
Per contattare E&L: Eguaglianza e Libertà Presso Ciss – via Panama 87 – 00198 Roma Tel. 06-8841373 – fax 06-8848879 e-mail: redazione@eguaglianzaeliberta.it
L’iniziativa di "Eguaglianza & Libertà" si propone di alimentare la riflessione e lo scambio di informazioni, analisi e proposte e di essere il tramite per animare incontri e confronti capaci di tessere legami tra persone ed esperienze.
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Þ recensioniÞ introduzione di Pierre CarnitiÞ presentazioni in pubblico |
segnaliamo l'uscita del volume:
LUIGI MACARIO.
di Mario Dellacqua
(Roma, EDIZIONI LAVORO, 2003) (400 pagine, 13 Euro) |
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"La Stampa", Macario, l'uomo che cambiò la Cisl, di Giuseppe Berta, 10 agosto 2003 "Europa", La Cisl di Luigi Macario, una lezione umana e politica, di Raffaele Morese, 18 settembre 2003 "Via Po", inserto culturale di "Conquiste del Lavoro", L'alternativa al sindacalismo ideologico, di Renato Di Marco, 20-21 settembre 2003 "Conquiste del Lavoro", In nome dell'autonomia trattava anche col diavolo, di Pierpaolo Arzilla, 20-21 settembre 2003 "Il Sole 24ore" (inserto della domenica), Il combattente della Cisl, di Massimo Mascini, 14 settembre 2003 "l'Unità", Il romanzo del sindacato, di Nicola Cacace, giovedì 23 ottobre 2003 "L'Indice", La maestria dei tempi lunghi, di Fabrizio Loreto, ottobre 2003 "Il mondo di None", Una vita spesa per i diritti dei lavoratori e dei cittadini, di Aldo Sandullo, settembre 2003 "Corriere di Chieri", Vecchi telai per tessere la storia di Andezeno, di Enrico Bassignana, 12 dicembre 2003 "Il diario del lavoro" "L'Avvenire"", Macario, la lotta per un sindacato laico e pluralista, di Antonio Airò, sabato 27 dicembre 2003 "Economia & Lavoro", di Piero Boni, Anno XXXVII, n. 3 - Settembre-dicembre 2003
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"Mite giacobino" o "castigamatti"? "Signor Miliardo" o sindacalista "dell’essere e non dell’apparire"?. Le sue radici sono ad Andezeno, nelle campagne del chierese: tra bestiame e telai il lavoro era una condanna, l’istruzione un privilegio e la guerra un’altra possibile sfortuna di una generazione già abituata a vivere mangiando pane e coltello. Contrattando "anche con il diavolo", come amava dire, Macario guidò il movimento sindacale a dialogare alla pari con gli industriali e con i cardinali, con i governi e con l’universo della politica, con gli intellettuali e con i poteri pubblici. In quella temperie combattuta, che vide il movimento sindacale balzare al centro delle grandi scelte nazionali, il leader della Cisl non smarrì mai l’umanità che gli derivava da un’intensa formazione religiosa. Macario fu lealmente uomo di parte e garante della libera dialettica in un’organizzazione di frontiera che ancorava il suo sviluppo al pluralismo degli apporti e alla laicità della propria presenza sociale. Mario Dellacqua è nato a Torino nel 1953. Operaio alla Fiat dal 1973 al 1980, durante la cassa integrazione si è laureato in lettere con una tesi sul movimento sindacale. Attualmente insegna all’Istituto Alberghiero di Pinerolo. Ha pubblicato presso Edizioni Lavoro Cesare Delpiano. La formazione di un sindacalista popolare (1986) e Cesare Delpiano e la missione incompiuta (1997).
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Introduzione di Pierre Carniti Per scrivere questa biografia di Luigi Macario, Mario Dellacqua ha scartabellato e selezionato quanto è stato scritto nel sindacato e sul sindacato, dal 48 alla fine degli anni settanta. La sua fatica, non semplice, ha un duplice merito: da un lato, consente infatti di riflettere su un personaggio come Macario che, pur avendo avuto un ruolo decisivo nelle vicende sindacali di quegli anni, di fatto, è stato praticamente rimosso; dall’altro, costituisce uno stimolo all’approfondimento di un periodo cruciale della storia sindacale dell’Italia repubblicana. Risultato certamente meritorio considerato che la storia sindacale, specialmente quella della seconda metà del novecento, è poco narrata. E quando viene raccontata appare, per lo più, come variante dei grandi partiti, o come semplice corollario delle vicende politiche-istituzionali. Come si spiega questa disattenzione? Posso sbagliarmi, ma credo che questa singolare trascuratezza dipenda solo in parte dalle mutevoli mode che influenzano gli storici di professione. Per giustificare le difficoltà degli storici, Charles Peguy diceva che "Quando si tratta di storia antica non si può fare storia perché manchiamo di documenti. Quando si tratta di storia recente non si può fare storia perché trabocchiamo di documenti". Ho però l’impressione che questa spiegazione non valga molto nel caso del sindacato. Anche perché i documenti sindacali, o vengono dimenticati nei cassetti, o si accumulano in polverosi ed ignorati archivi, dai quali solo molto raramente vengano tratti ed utilizzati per raccontare qualcosa delle tante e straordinarie storie umane ed organizzative. Ancora di meno vengono utilizzati per socializzare la conoscenza del cammino di quella grande esperienza collettiva che è il sindacato. Sono quindi indotto a pensare che la disattenzione verso il sindacato dipenda principalmente dal fatto che nemmeno tra i suoi dirigenti e militanti viene alimentata una domanda di conoscenza della propria storia. Detto altrimenti, ho l’impressione che la storia sindacale venga poco raccontata perché sempre di meno risultano quelli interessati ad ascoltarla. Purtroppo, a cominciare dagli stessi quadri permanenti del sindacato. Quelli della mia generazione ricordano bene invece che, fino a qualche decennio fa, la storia del movimento sindacale costituiva un ingrediente essenziale di tutti gli incontri formativi di base, come le "tre sere", o le "sei sere". Quel tipo di incontri è però, ormai da tempo, andato in disuso. Perché è successo? Azzardo un paio di spiegazioni. La prima è che oggi la generalità dei lavoratori parte da un livello di scolarizzazione largamente più elevato di quello delle generazioni precedenti e, forse, anche per questo sente meno lo stesso bisogno di alfabetizzazione sociale e politica. La seconda è che il miglioramento economico e sociale, conseguito anche grazie all’azione sindacale, offre a tutti una più vasta quantità di opzioni per l’impiego delle proprie serate. Sta di fatto che attualmente, anche nel sindacato e tra i sindacalisti, la conoscenza della propria storia è una pratica che conta sempre meno proseliti. Comunque, quali che siano le ragioni di tale disinteresse, non c’è dubbio che esso rappresenti un limite. Perché, quando si sa poco e male da dove si viene, è altrettanto difficile avere chiaro dove si sta andando. In effetti, riflettere sulla propria storia non è un esercizio per "rimpiangere il passato", ma semmai un modo per aggiornare e tentare di realizzare "le sue speranze". Resto perciò convinto che, malgrado i tanti cambiamenti intervenuti nella vita sociale, l’esigenza del sindacato di raccontarsi non sia affatto venuta meno. Anche perché nessuna organizzazione collettiva può riuscire ad affrontare efficacemente i problemi del proprio tempo senza memoria storica; in un confuso empirismo di cose che si accavallano. Certo, si può capire che, in una situazione dove tutto procede vorticosamente si finisca fatalmente per essere assorbiti dalla quotidianità, senza molto tempo (e voglia) per fermarsi a riflettere sul passato. Tuttavia, continuo a credere che chi intende assumersi il compito di realizzare un progresso economico e sociale veramente giusto e riparatore, cioè chi cerca di "correggere il corso della storia", non possa prescindere dal dovere di conoscerla. Sono quindi riconoscente a Mario Dellacqua che, con la biografia di Luigi Macario, ci restituisce uno degli interpreti e protagonisti di maggiore rilievo della storia sindacale di tre decenni, che sono stati fra i più tribolati e difficili del dopoguerra. Gli sono tanto più grato perché nella scarsa e non sempre accurata letteratura storico-sindacale il ruolo di Macario vi appare spesso sfuocato, quando non addirittura deformato. Come mai questa sottovalutazione? Difficile dirlo. Probabilmente può avere influito il fatto che per tutto il primo decennio di vita della Cisl Macario è stato sostanzialmente percepito, dentro e fuori l’organizzazione, soprattutto come il braccio esecutivo di Pastore. Con una metafora nautica, si potrebbe dire che è stato considerato un bravo ufficiale di macchina. Indispensabile alla navigazione, ma non per la determinazione della rotta. L’immagine di uomo di grande esperienza pratica, ma di limitata visione strategica, in una certa misura, gli rimarrà appiccicata anche nei due decenni successivi. Persino quando assumerà la responsabilità di guida, prima della Fim e poi della Cisl. Sintomatico il fatto che, nel periodo in cui è il leader della Fim, ci sono dei settori della Cisl (naturalmente in contrasto con le posizioni assunte dai metalmeccanici) che si prodigano, con impegno degno di miglior causa, a diffondere il dubbio che Macario sia semplicemente un ostaggio manovrato da un gruppo di giovani sindacalisti "d’assalto". Le cose, naturalmente, stavano in ben altri termini. Ma, come spesso capita nella "società dell’immagine", ciò che può essere spacciato per verosimile, spesso finisce per fare premio su ciò che è vero. Seppure più affievolito, il tentativo di sminuirne il ruolo è proseguito anche quando il Consiglio Generale della Cisl (per cercare di contrastare una diffusa "crisi di identità", che è sempre crisi di strategia) lo richiama nella segreteria confederale con una posizione preminente; per eleggerlo, qualche anno dopo, segretario generale. Anche in quel periodo non mancano quanti si attivano per alimentare il dubbio che il ruolo formale di Macario sia superiore a quello sostanziale. Sicché nelle chiacchiere di corridoio, che nelle grandi organizzazioni collettive hanno sempre una diffusione inversamente proporzionale al loro fondamento, Macario viene spesso descritto come uomo di "transizione". Cioè un dirigente il cui compito essenziale è soprattutto quello di assecondare un rapido passaggio, nella guida della Cisl, dalla generazione dei fondatori a quella successiva. Non stupisce quindi che, in quel contesto, siano circolate anche voci (giustamente riprese da Dellacqua) circa l’esistenza di un "patto successorio". Anzi, un "mercato" (come qualcuno scrisse allora, nella speranza di provocare qualche tensione nell’organizzazione) consumato tra Storti, Macario e chi scrive queste righe. Saggiamente però la maggior parte dei dirigenti Cisl dell’epoca non si è fatta irretire da simili pettegolezzi. Assorbita dalle sfide poste dai problemi veri, è rimasta immune da quelli strumentalmente inventati. E, per quanto alcuni abbiano considerato irritante simile chiacchiericcio, hanno tuttavia saputo evitare la trappola di conferirgli la dignità di problema politico. Non c’è stato quindi bisogno di "chiarimenti" su immaginari, futuribili organigrammi. Non è intervenuto alcun chiarimento anche per la buona ragione che "per dire la verità – raccomanda Thoreau - bisogna sempre essere in due: uno per parlare, uno per ascoltare". Ed, in quel periodo, come capita sempre nelle situazioni in cui le divisioni tendono a radicalizzarsi, era del tutto evidente che soprattutto alcuni personaggi della minoranza Cisl non avevano alcuna voglia di ascoltare. Fortunatamente però quella fase turbolenta di aspra dialettica interna e di divisione ha potuto essere superata senza pagare il prezzo irreparabile della scissione. Da alcuni minacciata e da altri giustamente temuta. Quella evoluzione positiva deve molto a Macario. La sua capacità di dialogo con tutti, anche nel periodo di confronto e conflitto interno più acuto, ha infatti aiutato la Cisl a disinnescare e neutralizzare le forme di contrasto più esasperate ed a riportare la dialettica interna nei limiti di un fisiologico confronto democratico. Naturalmente, il coraggio di Macario, unito alle sue essenziali doti politiche ed umane, non si è manifestato inaspettatamente in quella delicata situazione. Esso è stato infatti la "cifra" costante del suo trentennale impegno sindacale. Basta ricordare alcuni passaggi essenziali. Al momento della costituzione della Cisl si batte vigorosamente a fianco di Pastore e di quanti vogliono che la nascente organizzazione sia autonoma, democratica ed aconfessionale. Si schiera quindi senza alcuna incertezza su posizioni opposte a quelle prevalenti a Torino (la realtà territoriale dalla quale proviene) dove, a cominciare da Rapelli e Donat-Cattin, si reclama invece la ricostituzione di un "sindacato cristiano". Per Macario la concezione autonoma ed aconfessionale del "Sindacato Nuovo" non è una pura petizione di principio. Ma una sfida da raccogliere continuamente. Da dirigente confederale, responsabile dell’organizzazione, si impegna sistematicamente a difendere la Cisl da ogni tentativo di ingerenza esterna. Significativo l’episodio, raccontato da Dellacqua, del suo contrasto con il Vescovo di Teramo. Il quale (probabilmente più incline a considerarsi un notabile che un presule) si pensa in diritto di pretendere dalla Confederazione l’allontanamento del segretario generale della Cisl della sua provincia, perché reo di scarso ossequio nei riguardi del prefetto. Ugualmente vigorosa e continua l’azione di Macario per affermare e difendere l’autonomia sindacale dai partiti e dalle istituzioni pubbliche. Non a caso, è tra i promotori ed artefici della lunga battaglia per stabilire l’incompatibilità tra incarichi sindacali e mandati politico-parlamentari. Battaglia che, a partire dalla Cisl, riesce a coinvolgere progressivamente le altre le confederazioni, a sconfiggere ogni pretestuosa resistenza ed, infine, a far diventare le incompatibilità norma accettata e condivisa. Negli anni 60, come leader della Fim si impegna, con successo, nell’ammodernamento del modello contrattuale. La contrattazione integrativa in azienda costituiva, da tempo, un obiettivo teorico e strategico della Cisl ma, anche per la risoluta resistenza padronale, la sua realizzazione pratica era stata fino ad allora del tutto evanescente. Macario e la Fim riescono a dare un contributo decisivo per colmare questo gap. Altrettanto importante il ruolo svolto da Macario nella seconda metà degli anni 70. Quando, per fronteggiare le gravi conseguenze sociali ed economiche prodotte dalla prima crisi petrolifera, Cgil, Cisl ed Uil, si trovano nella delicata necessità di ripensare orientamenti, strategie e compatibilità rivendicative. Sua è infatti la relazione che apre il dibattito nella Conferenza dei delegati e dei quadri dirigenti (che i media definiranno la "svolta dell’Eur"). Come in gran parte sue sono le proposte contenute nella piattaforma che alla fine della Conferenza, malgrado la chiassosa opposizione di alcuni piccoli gruppi, viene approvata dalla larghissima maggioranza dei delegati.
Ho voluto fare questi pochi accenni non certo per riassumere "in pillole" la vita sindacale di Macario. Ma semplicemente per ricordare (a me ed agli altri) che in tutte le situazioni che hanno comportato una scelta, Macario non ha mai cercato di barcamenarsi. Al contrario, si è sempre sforzato di assumere una posizione chiara e di tenerla con dignità e rispetto. Rispetto anche e soprattutto nei confronti delle posizioni diverse dalle sue. L’impegno alla coerenza ed al rispetto sono stati tra gli aspetti più significativi della sua personalità e della sua condotta. Ma non sono state le sue sole caratteristiche. Il ricordo che conservo di Macario è anche quello di un uomo animato da mille curiosità. Dalle quali si sentiva attratto e nelle quali, a volte, rischiava pure di perdersi. In generale, è soprattutto quello di un sindacalista tenace, di un "mite giacobino". Sempre fortemente motivato nel cercare di convincere, ma anche sempre disponibile a farsi convincere. Un sindacalista che, a partire dall’illuminante pedagogia di Cesare Beccaria (ma soprattutto, ed ancora prima, cristiana), che "Non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l’uomo cessi di essere persona e diventi cosa", era anche ben consapevole che per riuscire ad ampliare gli ambiti di libertà, a cominciare da quelli dal bisogno, occorre innanzi tutto sapere guardare alla sostanza delle cose. Occorre senso di concretezza. Così come occorre una costante disponibilità alla ricerca, all’ascolto, all’apertura al nuovo. Disponibilità che a Macario non ha mai fatto difetto. Mi sembra indicativa la posizione che assume di fronte alla contestazione. Sia quella studentesca, un po’ più effimera; che quella operaia, più duratura e (almeno in alcune frange) persino più radicale. Macario insiste sulla necessità di "prendere atto, prima di tutto, che vi è ovunque nella storia che viviamo ogni giorno una contestazione di cui non ci si può non fare carico. E’ una contestazione che sta nella realtà, nelle grandi ingiustizie che l’ordinamento della società, a livello nazionale ed internazionale, produce e contro le quali occorre batterci se vogliamo che i grandi progressi che si realizzano in ogni campo siano effettivamente a vantaggio dell’uomo." In buona sostanza Macario è persuaso che non si deve guardare alla contestazione come causa di disordine, ma piuttosto al disordine (prodotto dall’ingiustizia) come causa della contestazione. Ovviamente tutte dichiarazioni, tutte le prese di posizione, vanno sempre ricondotte al contesto storico-politico nel quale sono assunte. Tuttavia, mi sembra che nella posizione di Macario verso la contestazione, si possa cogliere un significativo elemento di attualità. Mi riferisco, in particolare, al malessere ed alle inquietudini suscitati dal modo assolutamente sregolato con cui si sta sviluppando il processo di "globalizzazione" e per le diseguaglianze economiche e sociali che produce. Conseguenze che forse dovrebbero indurre tutti a riflettere un po’ più seriamente sul punto che è sempre stato particolarmente a cuore a Don Milani. E cioè che "non c’è nulla di più iniquo dell’eguaglianza fatta tra diseguali". Il riferimento a Macario ci può essere di aiuto anche per cercare di sbrogliare il problema del rapporto tra le organizzazioni sindacali. Rapporto che, come tutti sanno, negli ultimi tempi è diventato piuttosto critico. La contrastata conclusione del "Patto per l’Italia" ha infatti costituito il detonatore di tensioni e polemiche di inusitata asprezza tra le organizzazioni sindacali. Polemiche che hanno riguardato tanto il merito dell’accordo, quanto la questione delle "regole". Sul merito il punto più controverso è risultato quello relativo alla possibilità, o meno, di accettare una deroga ai criteri di applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Debbo dire che i termini della disputa mi lasciano piuttosto perplesso. Perché, considerato il contenuto ed il campo di applicazione della deroga, essa mi sembra un elemento francamente marginale rispetto all’insieme delle misure di flessibilità che ormai vengono applicate al lavoro dipendente. Tant’è vero che, persino Governo e Confindustria, non sembrano avere particolare fretta di trasformarla in legge. Si fa quindi fatica a capire perché Cgil, Cisl ed Uil, abbiano dissipato tanto impegno e tante energie su una questione (tutto sommato) di scarsa consistenza, mentre i veri problemi stanno altrove. E, per di più, restano inspiegabilmente ignorati. In ogni caso, poiché il contrasto c’è e, indipendentemente dal fondamento delle sue motivazioni, può produrre effetti distruttivi, è necessario affrontare il tema delle "regole" per la "formazione della rappresentanza". Voglio sperare (anche se purtroppo temo che non sia così) che la discussione su questo punto non turbi nessuno. Sarebbe, caso mai, auspicabile qualche turbamento in ordine al fatto che non è stata detta una sola parola sul modo con cui le confederazioni hanno affrontato il confronto con il governo. Anche perché si tratta di un aspetto tutt’altro che irrilevante per capire come mai poi la vicenda è "finita come è finita". Gli antichi ammonivano che: "quel si trova nell’effetto, sta nella causa". Si deve quindi ragionevolmente pensare che i sindacati sono "usciti divisi" dal confronto con il governo, anche per la buona ragione che non vi sono "entrati uniti". L’esperienza sindacale indica infatti che partendo da posizioni comuni, in certi casi, si può anche arrivare a conclusioni separate. Ma indica pure che non si è mai verificato il contrario. Infatti, per quel che è dato di sapere, non è mai successo che partendo da posizioni divise i sindacati siano riusciti ad arrivare ad accordi unitari. Perciò, l’esito divaricato sul "Patto per l’Italia" non può essere perciò considerato un accidente inatteso e tanto meno, indipendente dal modo con cui Cgil, Cisl, ed Uil si sono presentate al negoziato. E’ quindi piuttosto singolare e sorprendente che questo aspetto non abbia avuto alcuna considerazione nella polemica tra le organizzazioni e tra i lavoratori. Tanto più singolare, perché il silenzio sulla rovinosa condotta che ha portato Cgil, Cisl, Uil a presentarsi disunite al confronto con il governo potrebbe indurre anche altri sindacalisti a consideralo un comportamento normale. E, magari, a replicarlo. Come purtroppo si è improvvidamente fatto per l’imminente rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Non potendo fare nulla per esorcizzare questo ulteriore guaio, mi limito a fare gli scongiuri per i metalmeccanici e torno invece al problema al problema delle "regole". Per quanto è già accaduto e per quello che potrebbe accadere nel prossimo futuro è del tutto evidente che la discussione sulla "formazione della rappresentanza" è diventata non solo necessaria, ma anche urgente. Ma, per essere pure costruttiva, si dovrebbe riuscire ad evitare che parta con il "piede sbagliato". Come invece sembrano invece orientati a fare quanti insistono nel contrapporre astrattamente: "sindacato associazione e sindacato movimento". Quasi una sorta di schematica ed improbabile alternativa tra il "partito" di chi ritiene che la legittimazione a negoziare venga conferita al sindacato solamente dai propri iscritti, rispetto a quello di chi ritiene che invece essa tragga origine dall’insieme dei lavoratori. Siamo tutti "esperti di questi boschi" per sapere che quando le contese politiche si trasformano in contrapposizioni dogmatiche, portano, quasi sempre, ad inutili guerre di religione. Oppure al rischio di fare come a Costantinopoli, dove si discuteva del "sesso degli Angeli" mentre Solimano era già alle porte. E’ possibile scongiurare questo rischio? Certo. Naturalmente a patto che lo si voglia. Chi muove da questo proposito può trovare nelle posizioni di Macario utili elementi di orientamento. A questo riguardo infatti non si è mai stancato di ribadire, con pragmatismo e buon senso, la necessità di "trovare un punto di saldatura, confermando la logica associativa senza rinunciare, contestualmente, a recepire e duttilmente mediare le proposte, le inclinazioni, le stesse provocazioni che sono proprie dei movimenti collettivi.". Macario aveva quindi ben chiaro che, pur essendo il sindacato una organizzazione privato-collettiva, in determinate circostanze esercita funzioni i cui effetti non riguardano esclusivamente i suoi soci, ma l’insieme dei lavoratori dipendenti. Stando così le cose è evidente che l’individuazione delle "regole" per la "formazione della rappresentanza" non può prescindere dall’oggetto del negoziato, dai suoi contraenti, dai suoi destinatari. Senza stare a farla lunga, in astratto (perché nella pratica le cose sono sempre un po’ più complicate), si può tranquillamente convenire che un accordo, su questo o quell’aspetto del rapporto di lavoro, può essere realizzato da una organizzazione sindacale anche solo a nome dei propri iscritti, o di quanti le conferiscono (in una forma od in un'altra) il mandato. Perché (almeno teoricamente) potrebbero essere i soli ai quali vengono applicate le intese contrattuali intervenute e che si assumono le relative obbligazioni. Mentre un negoziato con il governo, sui temi della protezione sociale, della previdenza, del fisco, della regolazione del mercato del lavoro, o quant’altro, presupponendo l’adozione di misure legislative valide per l’insieme del lavoro dipendente, non può evidentemente essere legittimato dalla sola rappresentanza degli iscritti di ciascuna organizzazione. Naturalmente questo vincolo è tanto maggiore quanto più le posizioni delle diverse organizzazioni risultano divaricate. Nelle fasi caratterizzate dalla tensione unitaria può infatti anche bastare il buon senso e la buona volontà comune. Mentre, nelle situazioni in cui ogni organizzazione dedica tempo ed energie a motivare l’inconciliabilità delle proprie posizioni rispetto a quelle degli altri (e cerca, di conseguenza, anche di fare proselitismo nelle file altrui) diventa indispensabile poter stabilire "chi rappresenta chi". E quando si sostiene che il sindacalismo confederale sta passando (per alcuni sarebbe addirittura già passato) da un quadro di riferimento unitario (dove tutto spinge a cercare di mediare i contrasti), ad uno di "pluralismo competitivo" (dove preminente è invece l’identità di organizzazione), è evidente che non si può fare a meno di regole certe e chiare per la "formazione della rappresentanza". Perché senza regole un "pluralismo competitivo" non esiste. Infatti la competizione senza regole è tendenzialmente solo rissa. Nella situazione in cui ci troviamo, non esiste quindi alcuna fondata possibilità di decidere se adottare oppure no delle regole per stabilire la legittima costituzione della rappresentanza sindacale. L’unica alternativa plausibile riguarda, semmai, la scelta tra una regolazione "autonoma" ed una "eteronoma". Inutile dire che la speranza di chi ha a cuore il destino del sindacato è che le confederazioni riescano a trovare la capacità e la forza di darsi una regolazione autonoma. Perché se la loro legittimazione dovesse derivare da regole decise da altri, anche i pronostici sul loro futuro diventerebbero inevitabilmente più incerti. Per gestire responsabilità sociali in una società complessa serve un surplus di razionalità. La complessità non si può mai tagliare con la spada, come un nodo gordiano, ma deve sempre essere dipanata. La capacità di ragionare conta quindi assai di più della abilità nel promuovere gesti dimostrativi. Ovviamente, la razionalità non è disgiungibile dall’etica della convinzione e dell’etica della responsabilità. Cioè le categorie che Max Weber considerava requisiti indispensabili di quanti intendono fare politica, sia nelle istituzioni che nella società. L’azione sociale, come quella politica, consiste infatti in un faticoso, lento, tenace, superamento di dure difficoltà che può essere realizzato solo da chi sa, al tempo stesso, dispiegare passione e discernimento. Da chi è consapevole che il "possibile non verrebbe mai raggiunto se nel mondo non si tentasse sempre l’impossibile". Ma è non meno consapevole che per accingersi a questa impresa si deve avere convinzione e responsabilità. Soprattutto si deve avere una tempra d’animo forte. Indispensabile per reggere agli insuccessi ed, in alcune situazioni, persino all’eclissi delle speranze. Secondo Weber, solo chi di fronte alle difficoltà, come alle incomprensioni ha la forza di dire: "Non importa, continuiamo!" ha la "vocazione" per la politica. In varie occasioni Macario ha dimostrato di avere questa "vocazione". Essa si è espressa anche con la sua costante attenzione al nuovo, alle inquietudini, alle tensioni che hanno attraversato (certe volte persino caoticamente) la società italiana del suo tempo. Si è espressa inoltre con l’impegno per il rinnovamento dei contenuti e dei metodi dell’azione sindacale. Si è espressa infine nella convinzione che una grande organizzazione collettiva riesce ad essere vitale solo se sa rinnovarsi con la vita sociale che si rinnova; solo se è capace di crescere con la vita sociale che cresce; solo se sa rispondere ai nuovi equilibri, che la dialettica sociale sollecita, con una nuova assunzione di responsabilità. Responsabilità che, ovviamente, esige anche una capacità di profondo adeguamento delle forme e dei modi di adempiere ai propri compiti storici. La storia non si fa senza la volontà dell’uomo e, tuttavia, in larga parte si realizza al di fuori e contro di essa. Ed a volte produce anche effetti diversi da quelli attesi. Ecco perché non possiamo governare la nostra barca orientandoci soltanto su un cielo di stelle fisse. Le plaghe favorevoli od ostili che attraversiamo ci sono infatti rivelate, oltre che da costellazioni in lento movimento, dalla luminosità dell’aria, dal gioco dei venti, dai riflessi dell’acqua, da un benessere od un malessere che è in noi. Questo approccio è stato una costante nel cammino sindacale di Macario. Ed esso spiega perché, seppure con risultati non sempre lineari, egli sia riuscito ad esercitare una larga influenza su moltissimi militanti e quadri permanenti della Cisl, allargando anche le possibilità di crescita dell’organizzazione. Naturalmente ha anche suscitato dei problemi al suo interno. Soprattutto in una parte del suo apparato. La cosa non deve affatto sorprendere. Non fosse altro perché il nuovo tende sempre a preoccupare le strutture della grandi organizzazioni collettive. Non a caso, anche quando esse hanno finalità progressiste, la loro dinamica interna è sempre tendenzialmente conservatrice. Si tratta di una tendenza che può essere deplorata sul piano politico (e spesso lo è), ma che umanamente è tutt’altro che inspiegabile. Tant’è vero che, anche nella vita di ciascuno, le abitudini sono sempre vissute come più rassicuranti delle novità. Tuttavia, in diverse occasioni, proprio le doti di equilibrio e le qualità umane di Macario sono risultate particolarmente utili per rassicurare e, dunque, per superare molte di quelle resistenze. Esse si sono rivelate particolarmente importanti nel dare fiducia, nel sospingere, prima la Fim e poi la Cisl, a fare i conti con una società ansiosa di movimento, anche se non sempre consapevole della direzione di marcia e soprattutto dei prezzi da pagare per conseguire un progresso veramente riparatore e giusto. Si fa quindi fatica a capire perché la figura di Macario risulti così sfuocata da non essere nemmeno riconoscibile. Questo succede, non solo nei media (ovviamente attratti dalla quotidianità ed in particolare dagli aspetti più spettacolari di protagonismo personale), ma persino nella stessa Cisl. Al punto che oggi, soprattutto tra gli iscritti e militanti più giovani, di Macario si sa poco o nulla. La pubblicazione della sua biografia (da parte della editrice della Cisl) deve quindi essere considerata quasi una "mezza riparazione". Una riparazione, perché la lettura delle pagine scritte da Mario Dellacqua possono, tra l’altro, aiutare gli immemori a ricordare ed i più giovani a scoprire l’importanza di Macario nella storia sindacale. In particolare a rendersi conto che il suo rilievo non deriva soltanto dal ruolo influente, che pure ha avuto nelle dinamiche interne ed unitarie, ma soprattutto da "il coraggio, la compassione, la buona vista" che è riuscito a portare nel lavoro sindacale. Cioè quelle specifiche qualità personali che, a giudizio di Michael Walzer, costituiscono i requisiti del "vero" dirigente sociale. Il coraggio a cui mi riferisco non è tanto quello che in determinate situazioni si deve sapere esprimere, anche a rischio di sfidare la repressione. Cosa che Macario, come altri, in alcune circostanze hanno pure dovuto dimostrare. Come, ad esempio, in tutte le situazioni in cui è stato necessario sfidare quell’anacronistico residuato fascista costituito dal codice Rocco. A cominciare, naturalmente, dalle norme tendenti a limitare la libertà di organizzazione e di manifestazione, sia in fabbrica che nella società. Ovviamente non si è trattato nemmeno dello pseudo-coraggio che, secondo alcuni, sarebbe richiesto in quella che potrebbe essere definita: "critica esultante". Per intenderci quella che, particolarmente alla fine degli anni sessanta, si è manifestata in certi momenti e forme della contestazione e delle lotte studentesche. D’altra parte, "épater la bourgeoisie" è sempre stata una delle attività preferite di certi intellettuali borghesi. Ma, almeno a mio avviso, si tratta di attività che, per loro natura, non richiedono molto coraggio. Ed, ammesso che lo richiedano, quasi sempre esso si trasforma in ciò che Aristotele definisce una "distorsione della virtù". Perché la provocazione intenzionale, il desiderio di essere oltraggioso, deriva fondamentalmente da una irresponsabilità morale. E la irresponsabilità nella critica sociale, tanto più nell’azione sindacale, non porta a nessun risultato positivo. Anzi! Di solito aggrava soltanto i problemi. Il "coraggio" nella critica sociale (anche quando è aspra e risoluta) è invece soprattutto quello che si esprime nel timore di criticare coloro che ci sono più vicini (proprio per la loro vicinanza), ma che non rinuncia al dovere della critica quando la situazione lo richiede. E’ una condotta che considera la vicinanza non solo un vincolo di riconoscimento reciproco, ma anche e soprattutto una fonte di impegno personale. Proprio per questo la critica esige una particolare sensibilità. Essa nasce infatti dalla contiguità ed, in certi casi, addirittura dall’amicizia. Esige perciò una particolare e concreta conoscenza, sia delle persone, che delle situazioni e dei problemi. Quindi quando parlo del coraggio di Macario mi riferisco soprattutto a quello che ha caratterizzato il suo impegno nella dialettica interna alla Cisl ed al movimento sindacale unitario. Perché la critica a determinate politiche ed a determinati gruppi di persone, a cui egli si sentiva legato da un comune destino, richiedeva una particolare preoccupazione e scrupolo. Per non allargare le distanze; per non approfondire il distacco e per cercare, al contrario, una più persuasiva e salda convergenza. Per questo, nemmeno nelle fasi di scontro più acuto, la sua critica non è mai arrivata a pronunciare parole avventate come: "Ho tagliato i ponti. Non ho nulla a che fare con quella gente", che invece da altri nella Cisl venivano irresponsabilmente dette. Infatti, la critica sociale "coraggiosa" non è mai quella che parla in questo modo. Perché il coraggio consiste, appunto, nella capacità di criticare la gente con la quale si ha molto a che fare e con la quale si vorrebbe stringere ancora di più il rapporto. La critica "coraggiosa" è, dunque e prima di tutto, quella che rifiuta e combatte il settarismo. Cosa che Macario ha sempre cercato di fare, tanto nella Fim e nella Cisl, come nei rapporti unitari. La seconda virtù richiesta a chi ha responsabilità di guida dell’azione sociale è la "compassione". Infatti, chi dirige la lotta sociale deve essere capace di immedesimarsi con il bisogno, le insicurezze, le paure di chi rappresenta e con ciò che esse producono; a cominciare dalla subalterneità e dalla sottomissione. A Macario non sfuggiva certo che, seppure in certi casi la sottomissione può anche essere la manifestazione di un comportamento opportunista, essa è soprattutto la conseguenza dello sfruttamento, delle diseguaglianze, delle discriminazioni. Quindi cause che si deve cercare, nel limite del possibile, di rimuovere. Cerco di spiegarmi con un esempio. Fin verso la fine degli anni sessanta in Fiat è esistito il premio "antisciopero". Una elargizione che nei propositi dell’azienda avrebbe dovuto sterilizzare l’adesione dei lavoratori al sindacato ed alle sue iniziative. In quella situazione era evidente che non si poteva bollare moralmente quanti, condizionati dalla situazione familiare e dal bisogno, erano indotti a disertare l’azione sindacale. Perché’ fuori da ogni facile discorso retorico sul "dovere della solidarietà", occorreva innanzi tutto cercare di limitare e di rimuovere le cause che impedivano alla solidarietà di potersi manifestare. Quindi in quel quadro lo sforzo di Macario (come di molti altri) è stato soprattutto quello di cercare di incanalare progressivamente l’umiliazione, il disagio, la frustrazione e la rabbia, che andavano crescendo tra i lavoratori, verso iniziative di riscatto. Per qualche anno questo compito ha assorbito non poche delle sue energie, ed il suo impegno e la sua costanza sono stati come una "goccia cinese" che, alla fine, ha consentito di scavare quella che sembrava la più dura delle pietre. Sappiamo bene che l’eliminazione del "premio antisciopero" non ha, di per sé, prodotto normali relazioni industriali. D’altra parte pochissimi si erano illusi che questo potesse miracolosamente accadere. Perché la cronica, persistente debolezza del sindacato alla Fiat costituiva un fattore critico non facilmente superabile. E tale da pregiudicare seriamente la possibilità di dispiegare una fisiologica dialettica sociale tra lavoratori ed azienda. D’altra parte, quando si è deboli si viene (quasi inconsapevolmente) sospinti ad assumere posizioni più schematiche e radicali. Non sorprende quindi che alla Fiat, anche negli anni che seguirono l’abolizione del "premio antiscipero", più che vere lotte sindacali si siano avute fiammate intermittenti; occasionali esplosioni di malcontento e di rabbia. Episodi che, a volte, hanno anche comportato un prezzo esoso. Senza, per altro, consentire nemmeno la possibilità di una seria correzione dei limiti delle strategie produttive aziendali. Come purtroppo conferma anche l’ennesima recente crisi che (ancora una volta) minaccia il futuro di migliaia di lavoratori della Fiat. Naturalmente la coscienza dei limiti di quanto concretamente si riesce a conseguire, non è mai una ragione per affievolire la capacità ed il dovere di "compassione" del sindacalista. Ma, se possibile, deve al contrario riuscire a renderlo persino più vivo ed intenso. La terza virtù richiesta al dirigente sociale è una "buona vista". Essa comporta una approfondita conoscenza della realtà. Ma anche la meno mediata possibile. Per "non mediata" intendo non condizionata da schemi culturali ed ideologici precostituiti. Ovviamente, si tratta di un esercizio tutt’altro che facile. Perché ciascuno di noi porta nell’agire quotidiano il proprio equipaggiamento culturale di provenienza, la propria identità. Si capisce quindi che le azioni sociali (come quelle politiche) finiscono spesso per essere condizionate da convinzioni e teorie di un tipo, o dell’altro. Tuttavia, non c’è dubbio che alcune persone sono più pronte e capaci di altre di guardare il mondo con i piedi per terra e prendere atto soprattutto di ciò che vedono. Perché sono, più di altre, capaci di una certa umiltà intellettuale. Sono infatti più disponibili a pensare che le proprie teorie concernenti il mondo ed i rapporti sociali potrebbero essere incomplete, e per certi aspetti persino sbagliate. Sono quindi pronte a prendere atto che la testimonianza di ciò che constatano direttamente possa contraddirle. Naturalmente questa disponibilità e questa consapevolezza non hanno niente a che fare con un "pragmatismo senza principi". Tanto più nell’azione sindacale, sempre motivata dalla permanente esigenza di perseguire una effettiva eguaglianze di diritti e di possibilità per gli uomini nella vita sociale. Che vuole una società che rifiuta la formazione di aree marginali, di zone d’ombra alle quali, quasi per congenita ed insuperabile diversità, sia riservata una sorte più sfortunata. Una partecipazione meno rilevante alla vita sociale. Una sostanziale diseguaglianza di posizione. Un incolmabile dislivello di potere e di considerazione. Ma proprio chi vuole corrispondere a questa esigenza di eguaglianza e di giustizia deve avere "buona vista". Deve cioè sapere guardare alla realtà sociale per quella che effettivamente essa è. Del resto, conoscere e capire come stanno effettivamente le cose non ha mai significato, e non significa affatto, accettarle per quel che sono. Al contrario, la conoscenza della realtà è la condizione imprescindibile per riuscire a correggerla. Naturalmente per correggere non basta conoscere, bisogna anche sapere e volere agire. La critica sociale non può infatti produrre alcun risultato se si risolve in un atteggiamento di passività. Come quello di coloro che guardano le cose come sono e si limitano a chiedere: "Perché?". Il vero critico sociale, il vero sindacalista è invece quello che ragiona assieme agli altri su come le cose potrebbero essere e dice: "Perché no!". Macario è stato uno di questi. Riflettere sulla sua esperienza sindacale è quindi ancora utile. Utile, non certo perché può fornirci un improbabile "Bignami" nel quale cercare le risposte alle domande ed ai problemi del nostro tempo. Ma perché ci può aiutare ad individuare i criteri orientativi, per interpretare ed affrontare con speranza i problemi della condizione umana e sociale di oggi. Un vecchio adagio della cultura popolare dice che "quando nascono sono tutti belli, quando sposano sono tutti buoni, quando muoiono sono tutti bravi". E’ una massima che ci ricorda, con benevola ironia, che siamo tutti meglio disposti a parlare bene soprattutto di chi non c’è più. E’ possibile che anch’io sia influenzato da questa convenzione. Se così fosse, debbo confessare che non la considererei una colpa particolarmente grave. In ogni caso, mi piacerebbe che fosse almeno evitato un malinteso. Sottolineando le "virtù" personali e sociali di Macario non ho inteso "santificarlo". So perfettamente che, come tutti, ha commesso degli errori. Come tutti, ha avuto difetti, limiti ed insufficienze. Ma, avendo condiviso per un periodo non breve la sua avventura sindacale, credo di poter dire, con qualche cognizione di causa, che è stato un sindacalista che, per doti personali, per equilibrio, per qualità umane e politiche, è riuscito ad esprimere meglio di altri importanti "virtù sociali". Probabilmente anche perché, più di molti altri, è riuscito a portare nel lavoro sindacale: "coraggio, compassione, buona vista". Pierre Carniti Roma, dicembre 2002 |
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