Fast Font

Notizie in evidenza

Ricordo di Betti Benenati

Un ricordo di Betti Benenati

 

Il 28 gennaio scorso è mancata Betti Benenati, da tanti anni appassionata studiosa e docente di storia del movimento operaio all’Università di Torino. E’ stata una preziosa collaboratrice della Fondazione "Vera Nocentini" fin dalla sua costituzione nel 1978, ed attualmente era componente del consiglio di amministrazione.

La Cisl torinese e la Fondazione hanno partecipato con affetto e riconoscenza al dolore dei familiari per la sua scomparsa.

Riportiamo in questa pagina gli interventi che Elisabetta Benenati ha presentato in occasione di due iniziative promosse in passato dalla Fondazione.

 


 

Betti ci ha lasciati. La malattia è stata più forte del suo coraggio, della sua volontà di vivere, del convinto supporto dei tanti che hanno condiviso con lei la lunga battaglia.

Insegnava Storia del movimento operaio nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Alla storia del movimento operaio aveva dedicato gran parte delle sue ricerche, avviate negli Stati Uniti sotto la guida di David Montgomery e continuate poi in Italia incentrando il suo interesse soprattutto su Torino e sugli anni cinquanta. Grazie ai suoi studi, quelli che fino allora erano considerati soltanto come "gli anni bui", quelli della repressione del movimento operaio e dell’emarginazione sindacale, sono apparsi poi come anni di elaborazione di nuove strategie di relazioni industriali finalizzate soprattutto a obiettivi di incremento della produttività aziendale. Il frutto maturo della rivisitazione di questo periodo cruciale fu il volume La scelta del paternalismo, pubblicato nel 1994 e dedicato a un’azienda torinese dell’abbigliamento tra gli anni trenta e gli anni cinquanta. L’indagine, del tutto nuova per il nostro Paese, condotta su fonti scritte e orali, era destinata a distruggere gli stereotipi esistenti in tema di paternalismo e a imporre la storicizzazione del fenomeno. Poiché si trattava di un’azienda a occupazione quasi totalmente femminile, avvenne qui l’incontro decisivo di Betti con le tematiche di genere, cui molto si dedicò in seguito, anche durante la malattia avviando un’indagine tra Italia, Mali e Senegal dal titolo Lavoro, genere e sviluppo locale , tuttora in corso.

La vocazione scientifica non attenuò mai in lei l’attenzione e l’interesse per il presente, quel presente da cui era scaturita la scelta di occuparsi di movimento operaio per lei, protagonista a suo tempo della stagione delle lotte studentesche e osservatrice partecipe di quelle operaie.

Nell’ambito di questi studi l’ultima pubblicazione curata da Betti Trovare lavoro. Collocamento e reti sociali uscita a Torino nel 2001 e frutto di una ricerca collettiva da lei coordinata, ne è convincente testimonianza: "un tema - scriveva infatti nell’ampio saggio introduttivo - non nuovo... ma che, in questi ultimi anni, è tornato a essere oggetto di dibattito quotidiano nelle sedi politiche, nelle organizzazioni sindacali, nelle imprese, negli interventi degli analisti dell’economia e della società".

Anche se Betti non ebbe la tessera della CISL, offrì ad essa il contributo della sua intelligenza e della sua preparazione. Fu tra i fondatori dell’Archivio storico sindacale, che prese il nome di "Fondazione Vera Nocentini", e fece parte fino alla fine del suo Consiglio di Amministrazione. Intraprese e curò molte delle sue iniziative: dallo studio delle Zone sindacali alle Guide dei fondi documentari delle varie categorie, al censimento degli archivi sindacali presenti sul territorio regionale, ai corsi di preparazione e aggiornamento degli archivisti specializzati nel settore. Dedicò generosamente molto del suo tempo per convincere un ambiente un po’ recalcitrante come quello sindacale della necessità di conservare gelosamente la propria memoria storica e di valorizzarla studiandola seriamente.

A un’esistenza troppo breve ha corrisposto in Betti un’intensità di vita, di lavoro, di esperienze. La sua cifra era quella dell’intellettuale impegnata: a nutrire il suo impegno stavano da un lato la forza di uno spirito critico acuto e battagliero, dall’altro un senso profondo dei legami umani. Nella gestione della sua malattia, che si è assunta con piena consapevolezza e con forza non comune, ha riservato infatti, come in tutta la sua vita, un ruolo centrale al rapporto di amicizia. Ha voluto che solo le amiche e gli amici, insieme all’amatissima figlia, le fossero compagni nel suo difficile cammino.

Dora Marucco

 

 


 

 

Tavola Rotonda

LA CONTESA SINDACALE DELLA CISL

riflessi sulla sua presenza nella società torinese

(mercoledì 31 marzo 1999, ristorante Mago di Caluso)

 

Intervengono: Elisabetta Benenati, Gianni Perona, Francesco Traniello

Coordina: Bruno Manghi

 

Presentazione e discussione di due pubblicazioni

Le origini della Cisl in Piemonte nelle voci dei testimoni: l'Unione territoriale di Torino

Guida all'archivio storico-sindacale dell'Unione Cisl di Torino

 

 

Elisabetta Benenati. Io spero di non darvi un aiuto troppo grosso per accomodarvi nel sonno. Mi rendo conto che il compito che mi sono data io è un po’ noioso: vorrei provare a ripenetrare in una certa atmosfera, che è quella del sindacato del dopoguerra, cioè fare uno sforzo, provare a rientrare in un clima che è molto diverso da quello di oggi. Mi pare che sia utile fissare alcuni punti preliminari, alcune coordinate che ci danno un’immagine di quello che era il sindacato dal ‘44 cioè al tempo della sua ricostituzione agli anni immediatamente successivi alla guerra.

 Innanzitutto il sindacato italiano, come voi sapete, si ricostituisce nel ‘44, con il Patto di Roma e come sindacato unitario. Ha una particolarità importante: si ricostituisce con una forte vocazione politica. Il Patto di Roma, se andate a leggerlo, esprime questa volontà e questa candidatura a rappresentare tutti i lavoratori italiani nella ricostruzione del paese, nella politica, nella gestione delle scelte soprattutto di politica economica. Questa forte vocazione politica, che nasce da una forte congiuntura storica, la liberazione del paese, e il forte e fitto tessuto ideologico (allora c’era una forte ideologia), danno origine ad un modello sindacale e ad un’organizzazione che provo a riassumere in poche parole. Innanzitutto è un’organizzazione fortemente centralizzata: per essere un soggetto politico, un sindacato politico deve avere una forte direzione. Quindi un organismo centralizzato, che conduce una politica sindacale di tipo molto centralizzato. La contrattazione è la contrattazione nazionale, anzi è la contrattazione intercategoriale soprattutto; si fanno gli accordi per fissare i minimi salariali, per standardizzare le condizioni dei lavoratori. Il problema era quello di portare a standardizzare situazioni molto diversificate, che si erano generate nel periodo fascista. Quindi l’obiettivo è quello di unificare i lavoratori sulla base delle condizioni anche contrattuali. E un sindacato esterno ai luoghi di lavoro: non esiste il sindacato in azienda, dove ci sono le Commissioni interne, che si sono ricostituite già alla caduta del fascismo nel ‘43, che rimangono in clandestinità e poi riprendono nel ‘45. Ma le Commissioni interne non sono sindacato. Nel modello che nasce nel ‘44, che viene ribadito nel ‘45 e nel ‘47 le Commissioni interne vengono dichiarate "non strutture sindacali". Sono un’altra cosa, sono forma di rappresentanza dei lavoratori in azienda, servono a gestire la collaborazione sulla produzione.

 Quindi il sindacato è esterno, autonomo. La parola autonomia poi nel tempo ha assunto significati diversissimi. In questo momento autonomia vuol dire che il sindacato si muove come soggetto autonomo sostanzialmente dall’impianto statuale, perché invece c’è un altro modello che viene discusso a lungo soprattutto nelle trattative che si fanno per arrivare al Patto di Roma e che viene sconfitto: - ne parlo perché è importante per Torino - il modello di sindacato che era caro a Buozzi dirigente socialista, e a Grandi, dirigente cristiano. Buozzi e Grandi volevano un sindacato economico, più che politico, in cui i lavoratori fossero uniti da interessi economici, categoriali, quindi il sindacato doveva avere soprattutto una base costruita nelle categorie; doveva essere un sindacato istituzionalizzato, cioè riconosciuto dallo Stato. Poi c’erano posizioni diverse sulle forme dell’istituzionalizzazione: comunque il sindacato doveva essere un diritto dei lavoratori riconosciuto dallo Stato. Questo modello che non passa, anche per le esigenze del momento politico - in una fase fortemente politica c’è bisogno di un altro tipo di soggetto - rimane però lì come potenzialità e rimangono soprattutto due rami di questa concezione alternativa del sindacato, una sono gli articoli 39 e 40 della Costituzione, che prevedevano una istituzionalizzazione del sindacato e un altro è un ramo che passa attraverso una grande presenza fisica. Quando Grandi muore, rimane nel gruppo di personalità consistenti della corrente cristiana Rapelli che è uno dei propugnatori di questo modello e che continuerà a riproporre in vari momenti - vedremo soprattutto al momento della scissione - questa alternativa di organizzazione sindacale. E questa diventa una specificità torinese, questo diventa un pezzo di storia del sindacato torinese cristiano, prima come corrente, poi come Libera Cgil, poi come Cisl.

Quindi in questo sindacato dell’immediato dopo-guerra c’è un sostanziale accordo sull’impianto centralista per le ragioni politiche che dicevo prima, c’è un tacito accordo sul fatto che questo impianto centralista viene compensato da un’attività negoziale fatta alla base dalle Commissioni interne non riconosciuta dal sindacato. Le Commissioni interne nei luoghi di lavoro contrattano la produttività; sin dall’inizio, dal ‘45, cercano di fare i premi di produzione. Poi a seconda dei luoghi, della forza, dei rapporti di potere ottengono di più o di meno. Sostanzialmente gli adeguamenti salariali, data la produttività, sono gestiti dalle Commissioni interne.

 Quindi la politica salariale in questo periodo è una politica di forte standardizzazione a livello nazionale, con queste compensazioni che si realizzano sulla base dell’iniziativa dei gruppi nei luoghi di lavoro. Ci è difficile invece parlare di un’iniziativa specifica locale di tipo sindacale di Torino, di Milano, proprio per la ragione che dicevo prima. Essendo un organismo molto centralizzato, le sedi locali devono applicare le direttive, cioè sono canali di applicazione di direttive nazionali. Ci sono anche dei disaccordi all’interno del sindacato unitario non tanto sulla politica salariale quanto sul modo in cui si investe il ruolo politico del sindacato, cioè come si spende la forza politica del sindacato. Quindi di fatto i disaccordi, a seconda dei momenti storici, sono sull’utilità di fare o non fare uno sciopero politico, su richieste più o meno aggressive ecc.; a seconda della composizione del governo, una corrente spinge più da una parte che dall’altra.

 Tutto questo in un quadro in cui la corrente cristiana è molto minoritaria; questo in un certo senso è un’anomalia rispetto al quadro politico del Paese; pensate che a Torino nel ‘47 la corrente cristiana conta il 10% dei voti delle mozioni; i comunisti sono il 57%, i socialisti il 27% e poi ci sono forze minori. La componente torinese cristiana è un po’ più piccola di quella nazionale, dove è sul 13%. Quindi tutta questa costruzione di cui parlavo prima si produce in questi rapporti di forza tra le correnti, in cui la corrente cristiana è schiacciata numericamente rispetto alle altre correnti, C’è cioè un netto predominio che diventa spesso anche un’egemonia prepotente da parte della componente comunista-socialista. Il ‘48 cambia la situazione. Sono due gli avvenimenti rilevanti: innanzitutto le elezioni politiche del 18 aprile, che sanzionano l’uscita delle sinistre dal governo e chiudono la prospettiva della collaborazione delle forze popolari per ricostruire l’Italia, che era il Patto su cui si erano costruiti i governi unitari. Il 18 aprile sancisce inoltre uno spostamento della Democrazia cristiana verso destra, un suo allontanamento da alcuni obiettivi di rappresentanza popolare e invece un avvicinamento alle forze industriali e quindi una serie di conseguenze nell’elaborazione delle politiche economiche nel Paese.

 La divisione sindacale è il secondo avvenimento. Vorrei fare una piccola digressione sulla scissione del ‘48. Ho visto spesso la scissione giudicata come il naturale sbocco delle cose, la scissione "annunciata", quando si stava insieme ma si era già divisi. Questo è un tipico falso storico. Su questo piano abbiamo ormai tantissimi documenti ; vi cito solo due riunioni, una a maggio del ‘47; quando si decide l’uscita delle sinistre dal governo, si riunisce il Cis, che era il Comitato d’Intesa Sindacale; le Acli pongono il problema dell’uscita della componente cristiana dalla Cgil unitaria; c’è una componente favorevole all’uscita collegata con le vicende del governo, ma prevale invece la posizione per l’unità e ci sono due voci, due gruppi principali che sostengono l’unità: i milanesi e Pastore sostengono che non conviene la scissione per ragioni tattiche, perché la corrente cristiana è ancora troppo debole; bisogna prima rafforzarsi e poi uscire. E poi c’è il gruppo torinese degli idealisti (Sabatini, Enrico, Rapelli) che sostengono invece che bisogna star dentro per motivi ideali, poiché l’unità è un valore del movimento operaio. Dopo le elezioni del ‘48, a maggio, c’è il Consiglio Nazionale delle Acli con all’o.d.g. di nuovo la questione dell’uscita. Siamo a tre mesi dalla scissione: a questo punto si ridiscute il problema della rottura e gli unitari sono diventati più numerosi e la posizione di chi vuol rompere è più debole. A questo punto gli unitari sono tre gruppi: ci sono i soliti torinesi idealisti, ci sono i milanesi che dicono che non conviene ancora e c’è Pastore (la cui posizione prevale) che invita a fare il 18 aprile sindacale, cogliendo l’occasione favorevole per ribaltare i rapporti di forza all’interno del sindacato. In realtà la rottura, che poi fu un’espulsione, arriva un po’ come un accidente, non era nei piani della corrente cristiana.

 Con il ‘48, con questa situazione che si crea, si offrono due questioni principali ai fini di questa riflessione su che cos’era il sindacato. Da una parte il sindacato nel suo insieme, cioè il movimento dei lavoratori, perde ruolo politico, perde terreno nelle scelte di politica economica, perde la Cgil. Perde la Cisl, una con il Piano del Lavoro, l’altra con la proposta dei Comitati Nazionali di Produttività; il governo non è più interessato ad avere il sindacato come partner come l’aveva qualche anno prima e tutta una serie di processi di carattere economico, la deflazione, l’avvio della ristrutturazione industriale, la riorganizzazione, i licenziamenti, ecc. mutano a sfavore del sindacato i rapporti di potere; quindi il sindacato nel suo insieme è molto più debole. Non solo, ma si avvia in questa fase un vero e drammatico problema di desindacalizzazione. Se voi pensate che quelle cifre che vi avevo detto su Torino riguardavano circa 250.000 iscritti, su grosso modo 300.000 lavoratori, era una situazione di alta sindacalizzazione, tutti erano iscritti al sindacato. A partire dal 48 - 49 c’è una progressiva emarginazione delle forze sindacali; si arriva ad avere sindacalizzato il 7-8%. A Torino si ritorna al livello di sindacalizzazione del dopoguerra solo nel 1976; ancora nel 1969, quando già è cominciata la salita, la Cgil dichiara 82.000 iscritti, la Cisl ne dichiara 46.000, la Uil non sappiamo. Nel 1976 saranno 150.000 organizzati a Torino e in provincia nella Cgil, 81.000 nella Cisl, 65.000 nella Uil.

 Quindi c’è un fenomeno possente, profondo, drammatico di destabilizzazione, che apre la strada ai famosi anni ‘50, in cui si stabilisce il rapporto diretto tra datore di lavoro e lavoratori, il cosiddetto paternalismo; quello diventa il modo di gestire i rapporti, le relazioni sindacali. Quindi la nuova organizzazione, prima libera Cgil, poi Cisl nasce in un momento di grandissima difficoltà, di perdita di ruolo generale del sindacato. Tra l’altro anche qui c’è una situazione torinese purtroppo non bella: Torino è una delle sedi in cui questo processo è più violento. C’è però un’altra conseguenza della scissione: la scissione riapre o vuole riaprire il discorso sul modello, in particolare Rapelli si butta a capo fitto nel tentativo di riproporre un modello sindacale di tipo diverso, cioè fondato sulle categorie; vuol rifare un sindacato unitario, una Confederazione costruita sulla base delle categorie e riconosciuta dallo Stato. Il tentativo di Rapelli non ha grande esito e tra l’altro insieme a Rapelli c’è tutto il gruppo torinese, che conduce una battaglia a livello nazionale con la dirigenza nazionale di Pastore fino al 1951, cioè in tutte le sedi sia di partito, all’interno della Democrazia Cristiana, sia delle Acli, ecc.

 La situazione comincia ad essere incrinata alla fine degli anni ‘50 dalle lotte organizzate dalle categorie. In questa fase si viene a riproporre lo stesso modello. Ma qual’è la caratteristica del nuovo sindacato? La contrapposizione è ancora soprattutto sul piano politico: contrapposizione di valori di riferimento e contrapposizione politica rispetto alla politica nazionale. Tutti e due i sindacati però continuano ad essere fortemente identificati nel loro ruolo di sindacato politico, cioè la Libera Cgil prima, la Cisl poi continuano a voler fortemente incidere sul livello della politica economica. Un’altra contrapposizione è come si spende il ruolo politico nei confronti del Governo, quindi più aggressivo, meno aggressivo e soprattutto la contrapposizione passa su questioni di metodo. La Libera Cgil e la Cisl contrappongono il metodo di far sindacato: prima si tratta e poi eventualmente si sciopera non essendo lo sciopero il primo strumento di azione sindacale e poi si evita il più possibile qualsiasi azione a livello locale, cioè si devono evitare le vertenze aziendali, perché nelle aziende è ancora predominante la Cgil e quindi bisogna evitare di rimanere intrappolati a livello locale.

 Queste sono le differenze, ma la contrapposizione alle origini fino al ‘51 non coinvolge assolutamente i contenuti sindacali, i contenuti di strategia sindacale, di politica sindacale. Su questo devo fare un richiamo al mio amico Mario Dellacqua: la contrapposizione tra aumenti generali e aumenti legati alla produttività non appartiene a questa fase storica, ma a quella successiva; in questa fase gli aumenti legati alla produttività continuano ad essere fatti , i cosiddetti premi di produzione, unitariamente nelle Commissioni interne. In questa fase né nella Cisl, né nella Cgil c’è una politica sindacale come la intendiamo noi oggi. Uno storico che si è occupato di sindacato per tutta la vita, Adolfo Peter, sostiene che questo è stato uno dei frutti della scissione: l’ essere obbligati a contrapporsi ha portato ad un certo punto a contrapporsi sui contenuti sindacali, a costruirli, Una strategia sindacale nasce nella Cgil e nella Cisl solo dopo il ‘51, quando comincia l’elaborazione della strategia sindacale in Italia.

 

 


 

 

L'INSEGNAMENTO DELLA STORIA DEL LAVORO E DEL MOVIMENTO SINDACALE NEL NOVECENTO

 

Tavola rotonda conclusiva del Seminario organizzato da

 

Fondazione "Vera Nocentini" Irre Piemonte

 

con il patrocinio di Regione Piemonte e Provincia di Torino

 

presso l'Aula Magna della Scuola Commercio Estero,

 

p.za Arbarello 8, Torino

 

(Martedì 28 maggio 2002)

  

LE DIFFICOLTA’ DEI GIOVANI DI FRONTE AL SINDACATO

 

 

Elisabetta Benenati. Ho assistito a quasi tutto il dibattito di oggi pomeriggio e mi sono presa degli appunti, perché ho trovato molti elementi interessanti nelle cose che sono state dette. Prendo qualcuno di questi spunti che sono emersi, visto che devo aprire io questa tavola rotonda, e mi aggancio anche alle sollecitazioni fatte da Dora Marucco sull’insegnamento della storia all’università.

 

In primo luogo approfondirei un tema che è stato toccato nel dibattito, in vario modo, anche se appunto è già stato accennato: è quello relativo alle reazioni degli utenti, nel nostro caso degli studenti universitari, ma credo che valga anche per gli studenti delle scuole medie superiori. Io penso che se ci poniamo il problema del ruolo dell’insegnamento della storia contemporanea in generale, ma in particolare della storia del lavoro, non possiamo prescindere da alcune considerazioni su coloro a cui insegniamo. Non possiamo prescindere dal partire dalla consapevolezza, soprattutto per chi come noi si è trovato a fare questo mestiere per molti anni vedendo tante generazioni di studenti diversi, di quali siano le domande degli studenti, come sono collocati, quale atteggiamento abbiano nei confronti di un argomento come il lavoro e la sua storia. Se me lo permettete, per riagganciarmi a questo tema, parlerei di una storia personale che mi è venuta in mente sentendo parlare qualcuno di voi nel pomeriggio. Io mi ricordo che ero rimasta molto colpita, alcuni anni fa, da un atteggiamento dei giovani in quanto era l’inizio di una nuova generazione di studenti, perché io normalmente tenevo un corso istituzionale di storia del lavoro, quindi ripercorrevo le tappe principali della vicenda soprattutto organizzativa dei lavoratori a partire dalla fine del 700 e venendo in qua. Quando sono arrivata a parlare dell’inizio del Novecento, mi colpì l’atteggiamento di sconcerto, che poi diventava paura: cioè gli occhi impauriti degli studenti, quando io parlavo dei sindacalisti rivoluzionari e dello sciopero generale. Cioè la prospettiva dello sciopero generale, io mi rendevo conto, metteva una paura fisica nelle persone che mi ascoltavano.

 

Ho notato questo atteggiamento per la prima volta, cinque o sei anni fa, non mi era mai successo prima. Poi un'altra volta, sempre in questo periodo, in cui io facevo delle parti di corso seminariale, nel quale prendendo alcuni argomenti scelti dagli studenti, si facevano dei lavori di approfondimento insieme. C’è stato un anno di innamoramento per i consigli di gestione del dopoguerra, un tipo di istituto che prima veniva trascurato all’interno delle passioni studentesche. Venivano scelti momenti di lotta oppure momenti di contrapposizione piuttosto che istituzioni cogestive, come i consigli di gestione.

 

Io avevo riflettuto allora un po’ ed ogni tanto ci penso a questo. Ho costruito una mia idea: cioè penso che non possiamo prescindere dalla consapevolezza che questi atteggiamenti che io trovavo strani, (e molti altri se ne potrebbero raccontare) vanno letti all’interno di quel fenomeno di cui ci parlano continuamente i giornali, la televisione ecc. che è questo problema dell’insicurezza. Cioè c’è un bisogno fortissimo da parte dei giovani, di difesa dello status quo, di difesa delle gerarchie ed innanzi tutto delle gerarchie economiche. Il giovane della F.I.M raccontava oggi pomeriggio che tutti vogliono fare dei corsi per diventare industriali, qualcun altro recentemente citava il sogno del ragazzo che vuole scrivere i libri e non buttare le bombe. Secondo me, pur nelle differenze sono le stesse cose dal punto di vista della problematica: cioè i ragazzi che mi capita di incontrare non sono certamente inseriti, né interessati a prospettive di cambiamento della società, come invece capitava tempo fa, nella generazione di studenti di 15 o 20 anni fa. Il problema del cambiamento della società non è un ambito, né una prospettiva in cui si muovono, non lo pensano nemmeno possibile. Il cambiamento esiste però, ed è il cambiamento individuale all’interno di uno status quo. Cioè all’interno di un quadro dato si può cambiare individualmente, cioè ci si può spostare, avere dei progetti.

 

Perché la faccio lunga su questa storia? Perché questo fa capire come sia difficile raccontare un’esperienza collettiva, com’è quella dell’organizzazione sindacale, che è stata un’esperienza fondamentale per la comprensione del Novecento, almeno del Novecento europeo. La democrazia non ci sarebbe, almeno non in questo modo, se non ci fosse stato questo tipo di esperienza collettiva di organizzazione per il cambiamento, che ha conquistato tutta una serie di diritti, che ha fatto entrare una larga parte della popolazione all’interno della società. Quindi questo secondo me è un dramma! C’è questa contraddizione tra il contesto in cui si muovono i giovani a cui noi dobbiamo raccontare queste storie e la matrice che hanno tali storie. Ciascuno di noi penso abbia un po’ deciso cosa fare a questo proposito: cioè si può decidere che si utilizza l’insegnamento e la didattica, insomma il momento della comunicazione, proprio per intervenire su questo piano, cosa non facile ma che si può fare; oppure ci si convince che la storia può non interessare. Io penso che questo sia un problema che ciascuno deve risolvere e che però va affrontato per poter raccontare il sindacato. Non è possibile altrimenti entrare in comunicazione con i giovani anche in materia di lavoro e non solo di sindacato.

 

 


 

Bibliografia essenziale degli scritti degli scritti di B. Benenati:

 

1) La sinistra sindacale in USA: lotte e organizzazione degli united electrical Workers, in “Fabbrica e Stato”, 1975, n. 15/16

2) ( in collaborazione con D. Marucco ) Una fonte per lo studio del movimento sindacale: l’archivio della CISL di Torino, in “Movimento operaio e socialista”, 1979, n. 2-3

3) ( in collaborazione con V. Foa ) Introduzione  a D. Montgomery, Rapporti di classe nell’America del primo 900, Torino, Rosenberg e Sellier 1980

4) ( in collaborazione con D. Marucco ) Per una storia a partire dalla CISL di Torino, in CISL 1948-1968. Ispirazione cattolica scelta di classe nuovo sindacato ( Atti del seminario tenutosi a Roma il 12-13 maggio 1979 ), Messina, Hobelix ed. 1981

5) Relazione al Convegno organizzato da Biblioteca e Archivio Storico della CISL su Sindacato e memoria storica tenutosi a Roma presso il Centro Studi della CISL il 27 marzo 1981, pubblicato poi come E. Benenati, Dora Marucco, Una fonte per la storia del movimento sindacale: l'Archivio della Cisl di Torino, su "Movimento operaio e socialista", aprile-settembre 1981

6) Union Archives in Italy, in “International Labor and Working Class History”, 1982, n. 21

7) Il modello di patto sociale del New Deal e il problema della mobilità, in Il rapporto sindacato-governo: il caso del New Deal, a cura di L. Valtz Mannucci, Milano, Unicopli 1982

8) L’Unione Zonale di Susa 1948-1958, in "Itinerari sindacali", a cura di E. Santi ed A. Varni, Roma 1982, t. I, vol. IV

9) Sindacato e cattolici a Torino negli anni 60, in Chiesa e “mondo cattolico” nel post-concilio: il caso torinese, Torino, Regione Piemonte s. d. ( ma 1982 )

10) Fonti orali per lo studio del sindacato torinese. Il caso della Fondazione Vera Nocentini, in “Fonti orali. Studi e ricerche”, 1984, n. 1

11) General Motors e sindacato USA  in “InformaFiom”, 1985, n. 12

12) ( in collaborazione con P. Marcenaro ), Quarantasette interviste, in Delegati in Piemonte. Una ricerca in 100 fabbriche, Milano, Angeli 1986

13) Cesare Delpiano  in “Azimut”, 1986, n. 25

14) Sindacato, fabbrica e contrattazione negli anni 50, in E. Benenati - C. Sabattini, Sindacato e potere contrattuale, Roma, Ediesse 1986

15) Il sindacato e la municipalizzazione dall’inizio del 900 all’avvento del fascismo. Una prima ricostruzione attraverso la documentazione ufficiale della Confederazione generale del lavoro  , in La municipalizzazione in area padana. Storia ed esperienze a confronto, a cura di  F. Della Peruta e A. Varni, Milano, Angeli 1988

16) ( in collaborazione con M. Filippa), Ricostruzione democratica e “sviluppo repressivo”: verso una nuova identità operaia, in Provincia di Torino, Il movimento operaio torinese nella storia di un secolo, s. d.  ( ma 1988 )

17) Le relazioni industriali negli anni cinquanta in Italia: nota sugli studi storici degli ultimi anni, in “Italian Politics and Society” 1988, n. 24

18) Sindacato, azione sindacale e canalizzazione del conflitto negli anni settanta, in Crisi e mutamento dei valori. L’Italia negli anni sessanta e settanta, a cura di N. Tranfaglia, Torino, Stampatori 1989

19) Relazioni industriali a Torino 1935-1955, “Movimento operaio e socialista” 1990, n. 1-2 ( a cura di E. Benenati )

20) Le relazioni industriali negli anni cinquanta in Italia, in “Italian Politics and Society”, 1990-1991, n. 32

21) Una ricerca collettiva sulle relazioni industriali a Torino tra gli anni trenta e gli anni cinquanta: problemi di metodo e alcuni risultati, in  “Quaderno del Centro ricerche Giuseppe Di Vittorio - Istituto milanese per la storia del movimento operaio” 1991, n. 1.

22) Anni cinquanta: comunità o famiglia aziendale?, in “Parolechiave”, 1993, n. 1

23) La scelta del paternalismo, Torino, Rosenberg 1994

24) Cento anni di paternalismo aziendale, in “Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli”, Milano 1997

25) Americanism and Paternalism: Managers and Workers in Twentieth Century Italy, in “International Labor and Working-Class History”, 1998, n. 53

26)Il mondo sindacale dagli anni Cinquanta alla soglia degli anni Settanta, in Storia di Torino. Gli anni della Repubblica, vol. IX, Torino, Einaudi

27) Impresa e lavoro in un’industria di Stato: la Manifattura Tabacchi tra 800 e 900  ( a cura di B. Benenati e M. C. Lamberti), Torino 1999

28) Intervento  a  Fondazione Vera Nocentini, La contesa sindacale della Cisl . Dibattito coordinato da B. Manghi, con G. Perona e F. Traniello, Caluso 31 marzo 1999 ( pro manuscripto)  

29) Il progetto Censis sull’archivio orale degli anni cinquanta. Industriali e cultura d’impresa nella ricostruzione, in Fonti orali e storia d’impresa. Atti del seminario nazionale. Arezzo 15 ottobre 1993, a cura di R. Covino, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2000.

30) Ragioni e prospettive di una ricerca storica sulla CISL del Piemonte, relazione tenuta il 20 ottobre 2000 nell’ambito della giornata celebrativa del 50° anniversario della fondazione della CISL, organizzata dalla CISL Regionale e dalla Fondazione Pastore ( pro manuscripto)

31) Introduzione  a Trovare lavoro. Collocamento e reti sociali, Torino, Rosenberg e Sellier 2001

32) Intervento a Fondazione Vera Nocentini, Insegnamento della storia del lavoro e del movimento sindacale nel Novecento. Tavola rotonda coordinata da D. Marucco, con A. Pepe, G. P. Cella, Torino 29 maggio 2002 ( pro manuscripto)

33) Vengo dalla regione di Louga e lavoro a Torino, relazione al I Incontro interuniversitario Torino - Sahel. Dinamiche socio-economiche in Mali e in Senegal: lavoro, genere e sviluppo locale, Torino 24-25 maggio 2002.

 

 


 

Italian English French German

POLO 900 - Marchio COLORI PER SFONDI SCURI


Logo circolare

 

 

0464a62343a7fdda503297234c42fde6

 

Logo-Facebook