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La Olivetti ed i contratti nazionali dei metalmeccanici, di Giovanni Avonto (Ivrea, maggio 2008)

LA OLIVETTI ED I CONTRATTI NAZIONALI DEI METALMECCANICI

(contributo a una raccolta di esperienze in occasione del Centenario)

 

     Dopo il conflitto intersindacale, soprattutto fra CGIL e CISL, degli anni ’50, nel successivo decennio nasceva il bisogno del dialogo e del confronto, che portarono all’unità d’azione dei sindacati metalmeccanici: si inaugurava una sorta di “risorgimento” del sindacato, che col contratto del 1962 registrò non solo la partecipazione dei lavoratori a lotte unitarie, ma conquistò il diritto alla contrattazione anche a livello aziendale. Capofila di parte industriale di questo rinnovo contrattuale è stata l’Intersind (l’associazione delle imprese a partecipazione statale) che sanciva l’accordo il 20 novembre 1962, mentre Confindustria trascinava l’arrivo all’intesa ancora per tre mesi fino al 17 febbraio 1963.

     Già in questo risultato nazionale si può vedere il riflesso dell’impronta olivettiana, per via della sua prassi di un’intensa contrattazione aziendale. Si tratta del riconoscimento del sindacato come attore contrattuale a livello d’azienda  e della sua possibilità di intervento sui temi del rapporto di lavoro, dell’organizzazione del lavoro stesso, dei servizi sociali. 

     In Olivetti la triade sindacale era costituita da Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Autonomia Aziendale, quest’ultimo un sindacato aziendale espressione del Movimento di Comunità, creato dallo stesso Adriano Olivetti nel 1955, con un accordo di affiliazione alla Uil per il livello nazionale. Questo sindacato, pur di emanazione aziendale, non poteva essere considerato come un sindacato “giallo”, perché costretto a rapportarsi all’unità d’azione pur condizionandola per il peso dei suoi associati. Forse si può dire che la sua posizione aziendalista si avvertiva di più all’interno del Consiglio di Gestione, cioè l’istituzione di cogestione creata in Olivetti nel 1948 e sopravvissuta fino al 1971.

     E’ interessante considerare anche la funzione svolta nelle relazioni industriali e sindacali dai Centri studi e ricerca aziendali (in particolare di psicologia, sociologia e medicina), che pur non essendo esterni e compartecipati (come in esperienze estere del centro e nord Europa) svolgevano però una funzione se non “super partes” almeno “intra partes” per l’autonomia loro concessa. In sostanza si può dire che alla Olivetti si attuava un tipo di ricerca e progettazione sul lavoro in cui erano coinvolti sociologi, psicologi e sindacalisti: cioè l’organizzazione del lavoro diventava una conoscenza partecipata, nel senso che si sperimentavano insieme le nuove iniziative e ci voleva il consenso reciproco per dare l’avvio alle nuove forme d’organizzazione della produzione.

     La presenza del Consiglio di Gestione non era l’unico fattore che caratterizzava il diverso clima delle relazioni sindacali; anzi si può dire che negli anni di grande contrattazione aziendale le relazioni sindacali raggiungevano aspetti di partecipazione codecisionale più profondi di quelli realizzati all’interno del CdG.

     Il clima delle relazioni industriali, diverso rispetto ad altre grandi imprese industriali private, e in parte simile a quello delle imprese a partecipazione pubblica, era caratterizzato dall’attenzione degli uffici del personale e dei dirigenti preposti alle specifiche funzioni, per ciascun dipendente e per i problemi che venivano posti dai rappresentanti dei lavoratori (Commissioni Interne prima e poi delegati di reparto), dalla correttezza dei rapporti nei loro confronti e dal riconoscimento della funzione fisiologica e sollecitatrice della conflittualità.

     Si potrebbe ancora ricordare la preoccupazione dell’azienda fin dagli anni ’60 per la difesa dei posti di lavoro; per cui la Cassa Integrazione a partire dal 1964 veniva usata non ricorrendo alla sospensione a zero ore di gruppi di lavoratori, ma applicando riduzioni d’orario generalizzate integrate economicamente dalla cig ordinaria.

     Alla fine degli anni ‘60 maturò anche in seno a Confindustria la necessità di una riforma modernizzatrice della sua organizzazione ed anche delle relazioni sindacali. Fu istituita a tal riguardo una speciale Commissione capeggiata da Leopoldo Pirelli che produsse indicazioni significative in particolare per gli assetti organizzativi.

     Per tutti i rinnovi dei Contratti nazionali metalmeccanici la delegazione degli industriali era capeggiata da Confindustria, affiancata da rappresentanti dei principali gruppi metalmeccanici che intendevano assistere e concorrere alla conduzione e all’esito delle trattative.  Questa condizione era completamente asimmetrica rispetto alla delegazione sindacale, che era capeggiata dai dirigenti delle Federazioni di categoria, assistiti da alcuni esperti delle Confederazioni.

     Si pose dunque, a partire dai settori metalmeccanico e installazione impianti, la riorganizzazione di Confindustria su base settoriale o categoriale (cioè categorie merceologiche), almeno per il livello nazionale; salvo poi riprodurre la stessa sistemazione anche nelle Unioni industriali territoriali. Per la verità in alcune province o aree industriali esisteva già una tradizione di Associazione degli industriali metalmeccanici (tipico esempio di lunga tradizione quello dell’Amma di Torino).

     Nasce dunque nell’autunno del 1971 l’associazione nazionale Federmeccanica: il 15.9.1971 a Roma si svolge l’Assemblea costitutiva con approvazione dello Statuto e fissazione della sede in via Conciliazione. Si trattava anche di disporre la presenza di dirigenti a tempo pieno che avrebbero dovuto avere le caratteristiche individuate dal Rapporto Pirelli.

     La qualità dei dirigenti Olivetti appariva come la più collaudata, e pertanto Federmeccanica nacque con il contributo fondamentale di uomini Olivetti: Giuliano Valle e Walter Olivieri vennero ceduti alla nuova Federazione Sindacale dell’Industria Metalmeccanica (per brevità denominata Federmeccanica).

     Gli organi della nuova organizzazione del settore metalmeccanico (per le aziende medie e grandi) erano allora (1972): presidente Emilio Mazzoleni con 4 vicepresidenti (Borletti, Ferretto, Mandelli e Piermattei), mentre l’organico a tempo pieno annoverava Giuliano Valle come Direttore generale, Felice Mortillaro (professore di diritto del lavoro all’Università di Perugia) come Direttore dei Servizi Sindacali e Walter Olivieri come Direttore degli Affari generali.

     Chi erano Valle e Olivieri?

     Il primo apparteneva alla DCRI (Direzione Centrale Relazioni Interne) dell’Olivetti e per tanti anni aveva seguito i lavori del CdG fungendo da “membro di collegamento” fra la parte nominata (Pn, che rappresentava la proprietà dell’azienda) e la parte elettiva (Pe in rappresentanza dei lavoratori  dipendenti, ossia operai, impiegati e dirigenti). Questa funzione, che formalmente era indicata come Segreteria della Presidenza per le relazioni interne, subentrando a Momigliano e poi a Brioschi, fu svolta per un decennio, fino quasi alla soppressione del CdG (5 aprile 1971), con la particolare attenzione e sensibilità richiesta per evitare la contrapposizione tra Pe e Pn. Al termine di tale esperienza venne per breve periodo collocato nel Servizio Gestione e Previsioni Finanziarie.

     Olivieri, dopo un’esperienza di direzione della produzione di macchine per scrivere, era passato ai Servizi del Personale e delle Relazioni Interne.

     Dunque questi due dirigenti vengono impegnati nella guida di Federmeccanica forti dell’esperienza di accordi aziendali che all’inizio del 1971 riguardavano: il riconoscimento del Consiglio di Fabbrica, cioè una rappresentanza capillare dei lavoratori che sostituiva la CI; la sostituzione del CdG con le commissioni bilaterali sui servizi sociali; sull’organizzazione del lavoro, una serie di interventi di ricomposizione delle mansioni, e la mobilità interna attraverso i passaggi di categoria; e così per i diritti di informazione che dal CdG venivano trasferiti ai rapporti formali con le rappresentanze sindacali.

     Il Contratto Nazionale 1973  (2 aprile), il settimo del dopoguerra stipulato unitariamente da Fim, Fiom, Uilm con Federmeccanica, conteneva novità importanti dal punto di vista sociale, politico e culturale, tra le quali meritarono il concorso decisivo dell’esperienza e della cultura Olivetti: la prima classificazione unica per operai ed impiegati con previsione di percorsi di mobilità; il diritto allo studio, inteso non solo come conseguimento dei titoli dell’ordinamento scolastico istituzionale, ma anche come diritto a tempo libero per corsi di acculturamento; ed i diritti di informazione sull’andamento dell’azienda, che con maggior forza sarebbero poi diventati centrali nel Contratto Nazionale metalmeccanico del 1976.

     Sull’organizzazione del lavoro e l’inquadramento categoriale dei lavoratori nei primi anni ’70 si sperimentarono in Olivetti le modifiche della linea di montaggio con il lavoro su isole e la ricomposizione delle mansioni con nuove qualifiche, e furono possibili passaggi di qualifica specie nelle lavorazioni alle macchine utensili. Le ridotte dimensioni delle macchine per ufficio rispetto ad altre produzioni dell’industria metalmeccanica (ad esempio l’automobile) rendevano anche più facile la sperimentazione e l’applicazione di nuovi metodi di organizzazione del lavoro.

     Il diritto allo studio e all’acculturamento in Olivetti aveva una tradizione che risaliva ai tempi di Adriano Olivetti, e che riguardava una molteplicità di iniziative, fra cui le biblioteche, i corsi specificamente organizzati, gli spettacoli durante la pausa mensa, le visite turistiche, ecc.

     La struttura dell’organico Federmeccanica si mantiene anche per il Contratto Nazionale 1976; in questi primi anni il prof. Mortillaro, come studioso del diritto del lavoro, fa apprendistato accanto a Giuliano Valle.

     Con il Contratto 1979 Valle esce e Direttore Generale diventa Felice Mortillaro, mentre Olivieri è Vice Direttore. La sede viene transitoriamente trasferita in via Del Corso, finchè nel 1983 fu acquistata per lo scopo una villetta in piazzale Benito Juarez.

     Nel frattempo la proprietà dell’Olivetti era passata nelle mani di Carlo Debenedetti che introdusse altri valori e altri comportamenti all’interno dell’azienda, chiudendo una storia improntata alla democrazia e al rispetto dello spirito della Costituzione anche in fabbrica.

Giovanni Avonto

( Dagli atti del Convegno Diocesano di Ivrea del 2008 pubblicati in Olivetti è ancora una sfida, Ivrea Grafica, 2010).

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