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L'ARTICOLO 18 TRA LEGGE E REFERENDUM

La cosiddetta "tutela reale" contro i licenziamenti illegittimi (cioè quella che prevede la reintegrazione del lavoratore licenziato nel posto di lavoro), che si vorrebbe estendere alle aziende con meno di sedici dipendenti attraverso il referendum promosso da PRC, Verdi e altri, è stata già oggetto di valutazioni e impegni in passato da parte del movimento sindacale.

In particolare fu posto fin dalla fine degli anni ‘70 il problema dell’ambito dei diritti civili e sindacali e delle tutele da assegnare ai lavoratori dipendenti delle piccole imprese.

Si deve alla categoria del commercio (Fisascat per la Cisl) l’inizio della battaglia per l’estensione dei diritti fondamentali, dei lavoratori e del sindacato, nelle aziende con meno di 16 dipendenti. In una lettera dell’allora Ministro del Lavoro Vincenzo Scotti allegata al testo del rinnovo contrattuale del 17.12.1979 e indirizzata alla Federazione Cgil-Cisl-Uil, il tema dei diritti dei lavoratori e sindacali nelle aziende minori veniva assunto attraverso una commissione ministeriale che avrebbe seguito in alternativa la via di "un accordo collettivo di carattere generale ovvero la via legislativa". Il Ministro richiamava anche le analoghe sollecitazioni avute dalla FLM in occasione del rinnovo del contratto dei metalmeccanici.

Ed il risultato fu realizzato con i cambiamenti introdotti nella legislazione dall’anno ’90, per cui l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (ieri e ancora oggi oggetto di iniziative referendarie) ha subito modifiche rispetto al testo originario del 1970. Tale risultato è stato completato con l’allargamento della contrattazione all’ambito delle imprese minori.

Volendo ripercorrere la storia giuridico-sindacale della problematica riaperta con il "patto per l’Italia" (05.07.2002) e con l’ultima iniziativa referendaria, occorre ripartire dal testo dell’art. 18 come formulato con l’approvazione della legge n. 300/1970.

Il primo comma prevedeva che il reintegro nel posto di lavoro del lavoratore, il cui licenziamento fosse dichiarato inefficace o nullo dal giudice, non fosse collegato alla dimensione occupazionale dell’impresa. Salvo poi che il campo di applicazione di tale disposizione era precisato dall’art. 35: "ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo che occupa più di quindici dipendenti". Questa limitazione di campo valeva oltre che per il "reintegro" anche per l’attività sindacale disciplinata da titolo III della stessa legge.

Poiché l’inefficacia o la nullità del licenziamento erano determinate dall’assenza di "giusta causa" o "giustificato motivo" (in base alla legge n. 604/1966 sui licenziamenti individuali) esisteva una discrasia tra quest’ultima legge che era applicabile ai datori di lavoro con più di 35 dipendenti, e il richiamato art.18 della legge 300/1970.

Nel 1981 eravamo nel pieno della crisi industriale, soprattutto della grande impresa. Si avviava su larga scala il decentramento e il governo pensava ad un sostegno alla piccola impresa con una "legge quadro per l’artigianato". Allora l’occupazione industriale dipendente si divideva al 50% fra aziende medio-grandi e piccole imprese.

Nella segreteria confederale Cisl Cesare Delpiano, responsabile per i settori industriale e artigianale, con l’ausilio di un intellettuale allora organico alla Cisl, Angelo Pandolfo, fece preparare una legge di iniziativa popolare per i diritti sindacali nelle piccole imprese e per la difesa dai licenziamenti arbitrari. Tale iniziativa si collegava anche all’impegno sopra richiamato del Ministro del Lavoro.

Allora era un tema analogo a quello attuale dei diritti per i cosiddetti "lavoratori atipici" e parasubordinati.

Cosa conteneva questo progetto di legge: 3 tipi di norme

  1. le norme contro i licenziamenti ingiustificati
  2. le norme sui diritti sindacali (assemblee, delegati, ecc.)
  3. la incentivazione dei contratti collettivi

Voglio sottolineare che si trattava di un’iniziativa Cisl, che dimostrava particolare sensibilità e modernità per l’impegno sindacale in questi nuovi settori delle piccole imprese.

Ma Cesare Delpiano riuscì a coinvolgere unitariamente Cgil e Uil, e quindi la proposta venne presentata dalla Federazione Cgil, Cisl e Uil. Il 18 maggio 1981 Delpiano (Cisl), Ceremigna (Cgil), e Mattina (Uil) depositavano l’istanza alla Segreteria della Corte di Cassazione. Successivamente con riunioni ai diversi livelli delle organizzazioni sindacali veniva messo in atto il programma di attività e di adempimenti per la raccolta delle firme e per far giungere in porto l’iniziativa.

Perché si era scelto il disegno di legge di iniziativa popolare e non il referendum abrogativo dei limiti occupazionali? Sostanzialmente per due motivi:

  1. cogliere la specificità delle piccole imprese e del lavoro decentrato, attraverso una normativa favorevole ed a sostegno della presenza del sindacato, scarsamente inserito per tutelare i lavoratori di queste aree;
  2. ripetere quello che era stato possibile per la grande impresa, ossia la partecipazione dei lavoratori attraverso un positivo intreccio tra contratto e legge.

La convinzione era infatti che la differenza "costituzionale" tra i due istituti – proposta popolare come mediazione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa, e referendum abrogativo affidato unicamente al corpo elettorale – rendeva verosimile o scontato che il Parlamento e le forze politiche non fossero eludibili, e cioè non fossero disposti a rimanere estranei alle soluzioni adottate. Ma un’altra convinzione era che la legge "Statuto dei lavoratori" pensata per l’impresa medio-grande, non affrontasse i problemi aperti dalla dispersione dei lavoratori nel territorio e non contenesse norme adeguate ad assicurare l’applicazione e il rispetto dei contratti da parte dei datori di lavoro.

Vogliamo ricordare le norme della prima parte di questa proposta di legge, ossia il titolo I che riguardava i licenziamenti individuali.

All’art. 1 veniva fissata la norma generale (quale che fosse il numero dei dipendenti): è nullo il licenziamento non comunicato per iscritto. L’art. 2 stabiliva che "la presente legge si applica ai datori di lavoro che occupano dai 4 ai 15 dipendenti". Gli articoli successivi prevedevano procedure conciliative e di arbitrato per favorire la ricerca di soluzioni consensuali. L’art. 7 prevedeva che, se il datore di lavoro non accettava la procedura arbitrale o ne impediva la conclusione, il lavoratore potesse adire al giudice che avrebbe esaminato se per il licenziamento ricorressero le condizioni di giusta causa o giustificato motivo (ossia avrebbe applicato la legge 604/1966). Ove il giudice concludesse per la mancanza di tali condizioni, avrebbe dichiarato l’obbligo del datore di lavoro di riassumere il licenziato o in mancanza di risarcire il danno versando una indennità da 10 a 20 mensilità, e fino a 24 mensilità quando l’anzianità di lavoro fosse superiore a 20 anni.

Su questa proposta di iniziativa popolare furono raccolte 700mila firme, ma nel decennio ’80, superata la crisi economica, si raffreddò la tensione sui diritti nelle piccole aziende, coinvolte dalla ripresa di un vigoroso sviluppo, ed anche da una grande diffusione a livello territoriale un po’ in tutto il paese. Il rapporto di equilibrio per le piccole imprese rispetto alle aziende medio-grandi si spostò rapidamente verso l’alto raggiungendo una quota del 70-80%. A fine decennio quando si preannunciavano i segnali di una nuova crisi Cgil, Cisl e Uil ripresero in mano la questione dei diritti insieme a quella degli orari di lavoro. Per la cronaca bisogna ricordare che DP stava raccogliendo le firme su un referendum estensivo della "giusta causa" alle aziende con meno di 16 dipendenti.

Nel maggio 1989 vengono presentate due proposte legislative: una riguardante l’incentivazione della riduzione degli orari di lavoro, ed una seconda proposta che disciplina il licenziamento nelle piccole imprese, istituisce la rappresentanza sindacale territoriale, la regolamentazione degli appalti e la responsabilità delle imprese "madri" nel decentramento produttivo.

Questa seconda proposta per la parte relativa ai licenziamenti (art. 1) riprendeva e ripeteva l’impianto della precedente legge di iniziativa popolare, salvo l’eliminazione del limite inferiore di 4 occupati per l’applicabilità.

Il testo delle due proposte veniva poi inviato dalle Segreterie Generali di Cisl (Marini), Cgil (Trentin) e Uil (Benvenuto) al Governo, al Parlamento e ai partiti con richiesta di incontro. Trattandosi non di progetto di legge di iniziativa popolare, Cgil, Cisl e Uil accompagnavano la proposta con un appello e una raccolta di firme con valore di adesione da parte dei lavoratori.

Questa volta si raggiunsero alcuni risultati.

Infatti agli inizi degli anni ’90 fu varata la legge 11.05.1990 n..108 intitolata "Disciplina dei licenziamenti individuali".

L’art.1 (reintegrazione) sostituiva i primi due commi dell’art. 18, legge 300 e definiva in modo dettagliato l’ambito di applicazione della tutela reale:

  • quando il datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, nell’unità produttiva (sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo) nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa più di 15 dipendenti (più di 5 dipendenti se si tratta di imprenditore agricolo);
  • quando il datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, occupa nell’ambito dello stesso Comune più di 15 dipendenti (più di 5 dipendenti se si tratta di imprenditore agricolo), anche se ciascuna unità produttiva non raggiunge i limiti sopra indicati;
  • quando il datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, occupa più di 60 dipendenti.

Nel calcolo dei limiti sopra indicati rientrano anche i giovani assunti con contratto CFL e i lavoratori a tempo parziale. Non sono invece computabili i giovani assunti come apprendisti (art. 21 della legge n. 56/1987).

L’art. 2 (riassunzione o risarcimento del danno) definisce l’estensione della giusta causa e giustificato motivo alle aziende che occupano fino a 15 dipendenti (fino a 5 dipendenti per gli imprenditori agricoli). In questo modo le motivazioni e le procedure della legge 604/1966 vengono estese a tutti i lavoratori dipendenti e pertanto tale norma giuridica contro i licenziamenti diventa un "diritto".

Analogamente con l’art. 3 viene generalizzata l’applicazione della nullità del licenziamento discriminatorio.

L’art. 4 definisce delle aree di non applicazione: in particolare sono esentati dall’art. 18 della legge 300 i datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione e di culto.

L’art. 5 introduce il tentativo obbligatorio di conciliazione, e la possibilità di ricorso a un collegio arbitrale.

A queste innovazioni introdotte per via legislativa, sempre all’inizio del decennio ’90 vengono poi a sommarsi i risultati ottenuti per via negoziale: vengono infatti introdotti i CCNL nei settori dell’artigianato, che comprendono i diritti sindacali, ed inaugurano il doppio livello di contrattazione: nazionale e integrativo a livello regionale.

Questa illustrazione può fornire elementi di orientamento e di guida rispetto alle complicazioni politiche e sindacali introdotte col referendum abrogativo in programma nel primo semestre 2003. Si tratta di rinvenire e mettere in luce una tradizione culturale unitaria del movimento sindacale nell’affrontare i temi dei diritti (contro i licenziamenti "ad nutum", ossia senza giusta causa e discriminatori) e delle tutele (reintegro o risarcimento del danno in base al dimensionamento aziendale).

Bisogna altresì osservare che rispetto al duro scontro sindacale e politico sostenuto contro il cosiddetto "Patto per l’Italia" (scontro che, per l’art. 18, è stato qualificato anche come lotta per difendere un "diritto di civiltà"), la vicenda referendaria si sovrappone non solo per eliminare gli effetti del "Patto" sull’art. 18 ma anche per dar luogo a un diritto generalizzato al reintegro. Dunque aumenta il peso delle contrapposizioni e delle lacerazioni che si assommano alle precedenti e che si trasferiscono sull’intero corpo elettorale, a meno che a partire dall’ambito sindacale si riescano a riprendere e spiegare le ragioni dell’unità d’azione sviluppata in passato su questa tematica.

Torino, febbraio 2003 Giovanni Avonto

 

Nota.

Il testo dell’iniziativa referendaria sull’art. 18 dichiarata conforme a legge dall’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione il 19 dicembre 2002 dopo alcune integrazioni e correzioni formali del quesito, e dichiarata ammissibile dalla Corte Costituzionale il 30 gennaio 2003; referendum popolare abrogativo ai sensi dall’art. 75 della Costituzione e in applicazione della legge 25 maggio 1970, n. 352.

Denominazione del referendum: "Reintegrazione dei lavoratori illegittimamente licenziati: abrogazione delle norme che stabiliscono numeri numerici ed esenzioni per l’applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori".

"Volete voi l'abrogazione:

  • dell'art. 18, comma primo, della legge 20 maggio 1970, n. 300, titolata "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", come modificato dall’art. 1 della legge 11 maggio 1990, n. 108, limitatamente alle sole parole "che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo", e all'intero periodo successivo che recita "Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro";
  • dell'art 18, comma secondo, della legge 20 maggio 1970, n. 300, titolata "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", come modificato dall’art. 1 della legge 11 maggio 1990, n. 108, che recita "Ai fini del computo del numero dei prestatori di lavoro di cui al primo comma si tiene conto anche dei lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale";
  • dell'art. 18, comma terzo, della legge 20 maggio 1970, n. 300, titolata "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", come modificato dall’art. 1 della legge 11 maggio 1990, n. 108,che recita "Il computo dei limiti occupazionali di cui al secondo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie";
    • dell'art. 2, comma 1, della legge 11 maggio 1990, n. 108, titolata "Disciplina dei licenziamenti individuali", che recita "I datori di lavoro privati, imprenditori non agricoli e non imprenditori, e gli enti pubblici di cui all'art. 1 della legge 15 luglio 1966, n. 604, che occupano alle loro dipendenze fino a quindici lavoratori ed i datori di lavoro imprenditori agricoli che occupano alle loro dipendenze fino a cinque lavoratori computati con il criterio di cui all'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'art. 1 della presente legge, sono soggetti all'applicazione delle disposizioni di cui alla legge 15 luglio 1966, n. 604, cosi' come modificata dalla presente legge. Sono altresì soggetti all'applicazione di dette disposizioni i datori di lavoro che occupano fino a sessanta dipendenti, qualora non sia applicabile il disposto dell'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'art. 1 della presente legge.";
  • dell’art. 8 della legge 15 luglio 1966, n. 604, titolata "Norme sui licenziamenti individuali", come sostituito dall'art. 2, comma 3, della legge 11 maggio 1990, n. 108, che recita "Quando risulti accertato che non ricorrono gli estremi del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, il datore di lavoro e' tenuto a riassumere il prestatore di lavoro entro il termine di tre giorni o, in mancanza, a risarcire il danno versandogli un'indennità di importo compreso tra un minimo di 2,5 e un massimo di 6 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo al numero dei dipendenti occupati, alle dimensioni dell'impresa, all'anzianità di servizio del prestatore di lavoro, al comportamento e alle condizioni delle parti. La misura massima della predetta indennità può essere maggiorata fino a 10 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai dieci anni e fino a 14 mensilità per il prestatore di lavoro con anzianità superiore ai venti anni, se dipendenti da datore di lavoro che occupa più di quindici prestatori di lavoro";
  • dell'art. 4, comma 1, della legge 11 maggio 1990, n. 108, titolata "Disciplina dei licenziamenti individuali", limitatamente al periodo che cosi' recita "La disciplina di cui all'art. 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, come modificato dall'art. 1 della presente legge, non trova applicazione nei confronti dei datori di lavoro non imprenditori che svolgono senza fini di lucro attività di natura politica, sindacale, culturale, di istruzione ovvero di religione o di culto."?

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