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Pierino Delpiano

 

Pierino Delpiano
Uno scoutista usurpato


Nella ricostruzione di una piccola storia, richiestami da Don Luigi Ciotti, per la vecchia fabbrica Cimat in corso Trapani, dove ora si è insediato il Gruppo Abele, ho scoperto casualmente il nome di Pierino Delpiano, figura ben conosciuta tra gli scouts ad alla quale vennero dedicate alcune sedi dei reparti dell’ Asci, l’ associazione scoutistica cattolica italiana.
A Pierino Delpiano era intitolata una via al centro di Torino (compresa tra corso Matteotti e via Arcivescovado), dove fu fissata la sede legale con l’atto di nascita della Cimat nel 1940. Ma ora tale nome non figura più nello stradario di Torino perché sostituito con altra figura illustre di martire antifascista, don Giovanni Minzoni. Però chi transitasse per quella via può scoprire a metà percorso che sulla facciata di un edificio che riporta la targa del nuovo nome di don Minzoni, persiste una vecchia targa con il nome di Pierino Delpiano.

 

Perché vi fu questa sostituzione nel 1945?

 

Ritengo che si possa parlare di falso storico, accreditato purtroppo dalla Città di Torino nell’immediato dopoguerra, appena conclusa la liberazione e insediata dal Cln la Giunta Popolare Cittadina.

Pierino Delpiano era un giovane scout che aveva partecipato, diciassettenne, alla prima guerra mondiale e poi, ritornato a Torino, aveva ripreso gli studi all’Istituto Sommeiller. Nel 1919 venne assassinato davanti al Sommeiller nel corso di un tumulto nel periodo del “biennio rosso”. Lo storico Bruno Maida che gli ha dedicato alcune pagine in un saggio in occasione dei festeggiamenti dei 150 anni dell’Istituto (1) , racconta l’episodio e avendo indagato anche sui giornali dell’epoca che descrivono questo tumulto di manifestanti, non ha trovato elementi sicuri che comprovassero la sua uccisione per opera di facinorosi armati oppure per i colpi sparati dagli ufficiali che, inseguiti dalla folla, avevano tentato rifugio al Sommeiller, mentre gruppi di studenti si erano radunati sotto il portone dopo che la presidenza aveva ordinato di sgomberare le aule che si affacciavano sulla strada.    

 

Quali furono i tragici avvenimenti di quella giornata del 3 dicembre 1919?

 

Dopo la conclusione della prima guerra mondiale, l’Italia ne era uscita fortemente sconvolta e viveva un clima di forti scontri sociali e ideologici. Le due anime degli interventisti e dei neutralisti, che fin da prima dell’inizio della guerra si erano scontrate, trovavano nuovo alimento nella cosiddetta “vittoria mutilata”; non solo, ma Torino era attraversata da manifestazioni, comizi e scioperi per il caroviveri, mentre a Milano e Torino si costituivano le prime sezioni dei fasci di combattimento. Il 16 novembre 1919 si svolgono le elezioni politiche che registrano la netta vittoria dei socialisti. Il 1° dicembre, in occasione della prima seduta del parlamento della nuova legislatura, fuori da Montecitorio gruppi di nazionalisti aggrediscono i deputati socialisti, e la risposta è uno sciopero generale che coinvolge tutto il paese, con disordini, morti e feriti in molte città italiane.

Dunque il 3 dicembre è sciopero generale ed a Torino si svolge un grande comizio in piazza Paleocapa, a due passi dalla stazione di Porta Nuova, ma la folla è numerosa e assiepata in via XX Settembre all’angolo con via Oporto (oggi corso Matteotti). A un certo punto si odono grida e spari e – racconta “La stampa” dell’epoca – i dimostranti vedono alcuni ufficiali e li inseguono per aggredirli. Nascono colluttazioni, ma uno degli ufficiali riesce a rifugiarsi all’interno del palazzo dell’Istituto Sommeiller. I più turbolenti della folla si rivolgono contro il fabbricato della scuola, lanciando ciottoli stradali contro le finestre: la sassaiola frantuma tutti i vetri, mentre si cerca di sfondare il portone principale che resiste.

L’edificio dell’allora Istituto Tecnico G. Sommeiller, demolito dopo la seconda guerra mondiale perché distrutto dai bombardamenti e ricostruito in corso Duca degli Abruzzi, occupava un intero isolato compreso tra corso Oporto (con ingresso principale), via Arsenale, via S. Quintino (con ingresso secondario da cui entravano le ragazze) e via Volta. 

Come racconta un amico di Pierino Delpiano, in un opuscolo a lui intitolato (2) , Pierino quella mattina aveva un’ora libera dalle 11 alle 12 e con altri allievi era in corso Oporto a conversare sotto gli alberi in prossimità dell’angolo con via Volta. Furono raggiunti da alcuni dimostranti baldanzosi che vennero a diverbio con gli studenti a proposito del gridare “viva l’Italia”, con Pierino che rispose “non è delitto gridare viva l’Italia”. Poi si udirono dei colpi ed uno di questi raggiunse Piero alla testa. Erano nel frattempo giunti i carabinieri e la cavalleria a disperdere la folla. Sul luogo si constatarono altri feriti, quando alle 12,30 sopraggiunse una barella  che trasportò Pierino all’ospedale San Giovanni, dove lo studente ventenne moriva dopo poche ore.
 
Sulla dinamica dell’episodio si accavallano versioni contrastanti che vengono riportate dai giornali nei giorni successivi alla morte.

Come osserva Maida, “pur essendo socio benemerito della sezione torinese del Partito Popolare (che volle ricordarlo su “La Stampa “ del 5 dicembre 1919), sono le associazioni nazionaliste a conquistare rapidamente il diritto di gestirne la memoria”.

Due anziani scout torinesi, Franco Tarditi e Franco Cuttica, così hanno descritto in una breve biografia la figura di Pierino Delpiano, definito “eroe associativo” e giovane istruttore dei boy-scout dell’Asci (3).

“Era nato a Torino il 23 giugno del 1900 da una semplice famiglia di lavoratori provenienti dal biellese. Il padre era un capo mastro muratore e la mamma gestiva la portineria dello stabile di via San Francesco da Paola 36. Nel 1902 ebbe un fratello di nome Alessandro (ndr: in realtà Amedeo). Frequentò le scuole elementari presso i Fratelli delle scuole cristiane, in via Andrea Doria e poi in via delle Rosine. Nel 1916 entrò, tra i primi giovani, nel II° Reparto ASCI di Torino. Fu in seguito incaricato di riorganizzare il VI° Reparto nella parrocchia di Santa Giulia e l’VIII° nella parrocchia di San Francesco da Paola. Al termine della scuola elementare andò a lavorare in una drogheria di corso Vittorio Emanuele. Poi tornò alla scuola e si iscrisse al Sommeiller.  Chiamato alle armi nell’aprile del 1918, si presentò a Cuneo nel 35° fanteria.  Inviato in zona di guerra, nella zona di Monte Grappa, diventò presto caporale. Nel mese di novembre dello stesso anno fu colpito da congelamento e ricoverato in un ospedaletto da campo. In seguito fu trasferito a Novare nell’ospedale allestito nelle scuole di Canobbiano. Nel marzo del 1919 ritornò a Torino al suo reparto scout, dove ricevette la Croce d’Oro al merito dal Commissario regionale Conte Balbo di Vinadio. Riprese pure gli studi interrotti presso l’Istituto Sommeiller”.

I nostri biografi fanno notare quest’importante situazione: ”lo spirito, oltre che religioso, fortemente patriottico che animava i giovani aderenti allo scoutismo in quegli anni… Pierino Delpiano è stato certamente una bella figura di scout, che cercava di mettere in pratica gli ideali derivanti dalla Legge e dalla Promessa, così come venivano letti in quel periodo. L’amor di Patria non era disgiunto da un forte intervento nell’aiutare il prossimo nel contesto di marcata indigenza che caratterizzava la società di quegli anni. Ora, negli anni dell’internazionalismo, del pacifismo e dell’antimilitarismo, quel senso di patria, supportato anche dall’affetto alla monarchia, può far sorridere, ma bisogna ricordare che si è sempre figli del proprio tempo e Piero era un bravo capo scout cattolico del 1919”.

E concludendo:” è chiaro che Piero non è un martire della rivoluzione fascista e fascista non era…E’ stato certamente una vittima dei “rossi”, come genericamente erano chiamati i dimostranti ”proletari” che si richiamavano all’ideologia bolscevica e comunista…”.

 

L’usurpazione fascista.

 

Ora se è vero che Pierino per gli ideali a cui faceva riferimento non avrebbe aderito ad una ideologia che è la negazione della libertà, è altresì documentato il contrario, cioè che il fascismo se ne appropriò facendone una figura di riferimento.  Ed è lo stesso fascismo che nove anni dopo non esitò a sopprimere il movimento scout, per conflitto con la Chiesa sull’educazione dei giovani; ma la Chiesa, a fronte di interessi maggiori, non esitò ad accettare di sacrificare lo scoutismo.

I funerali di Pierino furono una manifestazione di accorata solidarietà della gioventù studentesca torinese, non solo, ma anche dei nazionalisti che intendevano costruire un loro eroe riappropriandosi dei luoghi che le masse operaie avevano segnato con le loro dimostrazioni. Le cronache parlano di cinquantamila persone presenti. E così Pierino Delpiano diventa un simbolo e una bandiera.

Il 6 maggio 1922, siamo già in epoca fascista, viene concessa la medaglia d’argento alla memoria di Piero Delpiano, commutata poi nel marzo 1935 nella medaglia d’oro con questa motivazione:”perdeva la vita offrendo il suo sangue nobilissimo per la rigenerazione della Patria".

Mentre nel 1924 l’Istituto Sommeiller gli dedicava un busto e una borsa di studio (e tutti gli anni poi ricordava il suo martire con varie iniziative), la Città di Torino gli dedicava una via e l’Istituto professionale operaio in corso San Maurizio (che nel 1946 diventerà l’Istituto “Amedeo Avogadro”).

Cosa succede nel 1945 all’alba della liberazione? Nella  prima riunione della Giunta Popolare del 2 maggio il sindaco Giovanni Roveda propone la revisione toponomastica di vie e piazze, con la soppressione di denominazioni riguardanti il regime nazi–fascista, e per ricordare persone che si collegano alla lotta per il riscatto dell’Italia (4).

Viene istituita un’apposita commissione di toponomastica che nel  novembre dello stesso anno presenta la sua relazione con le proposte sostitutive, approvate dalla Giunta Popolare con delibera del 10 novembre 1945 (5).

In detta relazione si legge che viene soppressa la denominazione fascista o collegata col fascismo di via Pierino Delpiano, “persona presentata dai fascisti come loro martire”. Dunque la Commissione e poi la Giunta accettano la strumentalizzazione dei fascisti. E la via viene ribattezzata  nel 1946 con don Giovanni Minzoni, che fu organizzatore delle leghe bianche dei braccianti nel ferrarese, fondatore di gruppi scoutistici e antifascista barbaramente massacrato da squadristi nel 1923. Nobile figura contrapposta a Pierino Delpiano,  entrambi nella tradizione scoutistica.

Per Pierino si tratta di un “eroe usurpato” e, complessivamente, di una falsificazione della storia avvalorata dalla prima Giunta torinese che doveva valorizzare le persone legate alla lotta per la libertà. Perché nessuno fin’ora in campo cattolico ha rilevato il falso sollevando una ridiscussione intorno a questo caso?  


Giovanni Avonto - Giugno 2005
Fondazione “Vera Nocentini”
  

Note                                              
1 -  Angelo D’Orsi (a cura di), 1852- 2002. Una scuola una città. I 150 anni di vita dell’Istituto G. Sommeiller di Torino, Torino, 2003.

2 - Cleron,  Piero Delpiano, 3° quaderno, Magistero dei Cavalieri di San Giorgio, Torino, 1958. Questa e altra documentazione è disponibile presso il Centro Studi e Documentazione scout “Mario Mazza” di Genova.
3 -  Dattiloscritto nel luglio 2004, conservato alla Fondazione “Vera Nocentini”.

4 -  Delibera G.P., settore Urbanistica e statistica, 2.5.1945, verbale n.7, § 8. 

5 -  Delibera G.P., settore Urbanistica e statistica, 10.11.1945, verbale n. 37,  § 93.

 

 

UNA MEMORIA USURPATA E NON LIBERATA

 

 

 

            Il giornalista e storico Giorgio Dell’Arti sul suo portale “Cinquantamila giorni” racconta su manifestazioni, scontri e morti in varie città italiane il 3 dicembre 1919, in occasione dello sciopero generale di solidarietà con i socialisti aggrediti a Roma dai nazionalisti. A Torino il corteo operaio, transitante dinanzi a un istituto tecnico superiore (Sommeiller), provoca gli studenti: negli scontri vengono uccisi il diciannovenne Pierino Delpiano, il commerciante Pietro Taccagno e un manifestante (Franzinelli).

 

            Gli scontri erano ad opera dei manifestanti che inseguivano ufficiali dell’esercito, avendone aggrediti e feriti già il giorno precedente.

 

            La riproduzione e lettura dell’articolo “Dopo trent’anni. Ricordo di Pierino Delpiano”, apparso sull’edizione piemontese de “Il Popolo Nuovo” di domenica 4 dicembre 1949, a pag. 4, chiarisce come si è arrivati al distacco fra “realtà e leggenda”, ossia fra realtà e usurpazione della memoria.

 

            L’autore Consolato Raineri appare veritiero, qualificandosi come un coevo di Pierino Delpiano e compagno di studi presso i Fratelli delle Scuole Cristiane, attivi insieme nei giovani di Azione Cattolica e nel Partito Popolare, oltre esser stato per breve tempo alla Sovrintendenza Scolastica piemontese nel secondo dopoguerra. Il racconto dei fatti vive delle cronache dei giornali e di ricordi personali: il comizio di Umberto Terracini e altri e poi un corteo che si snocciola per le vie di Torino e a Porta Nuova incontra tre militari che fuggono rifugiandosi oltre il portone dell’Istituto Sommeiller; la folla li insegue e si imbatte in alcuni studenti del Sommeiller che curiosi sono scesi in strada e vengono a diverbio con i manifestanti che li considerano “nazionalisti” (come gli aggressori dei socialisti a Roma) per avere gridato “Viva l’Italia!”. L’autore attribuisce la rivoltella omicida che spara a Pierino Delpiano a qualcuno dei dimostranti, qualificati come prime prove del bolscevismo nostrano.

 

            Ai funerali il giorno 6, organizzati dalla Federazione giovanile di Azione Cattolica, tiene l’orazione Gaetano De Santis, seguito da altri che spronano i giovani (accorsi numerosissimi) a ricordare con le opere il giovane martire.

 

            Poi venne il fascismo, e l’autore rivela che il fratello Amedeo, più giovane di due anni di Pierino, e che nello stesso giorno del 3 dicembre era stato ferito da una randellata ed era rimasto pervaso da sacro furore verso i rossi, vi aderì e ottenne per il fratello medaglie e riconoscimenti di primo martire fascista. Anche il padre e la madre, una famiglia di gente modesta, originaria del Biellese ove poi ritornò, lasciarono fare commossi dal rinverdire di una notorietà del primogenito Pierino attraverso i riconoscimenti (due medaglie) e le intitolazioni (una via e poi una scuola).

 

            Il passaggio decisivo appare dunque quello del fratello che crea la leggenda del martire fascista. E questa fu l’origine anche della perdita del nome di Pierino Delpiano. La Liberazione che avrebbe dovuto liberare Pierino da “un’aureola del tutto fallace” incontrò difficoltà anche nel suo mondo, perché riprendesse vigore a partire da quella celebrazione del trentennale alla Chiesa della Consolata. La fine sostituzione toponomastica della via col nome di Don Minzoni segnò anche in Municipio a Torino il prevalere della furbizia politica sulla salvaguardia di valori e persone.

 

 

Torino, giugno 2015                                                                                      Giovanni Avonto

 

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