Diritto allo studio

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Nota storica richiesta dalla Fim della Macroregione Piemonte-Liguria-Valle d'Aosta 

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DIRITTO ALLO STUDIO

di Giovanni Avonto

Contratto metalmeccanici-Federmeccanica/Assistal (D.G. Sez. 3a, artt. 29 e 30)

 

Una storia trentennale

            Col CCNL metalmeccanici 1973 è stato introdotto per i lavoratori dipendenti un nuovo diritto a permessi che sospendono la prestazione di lavoro per poter accedere a corsi di studio.

            Precedentemente nei contratti della categoria esistevano solo le “facilitazioni per lavoratori studenti”.

            In particolare prima del 1970 erano previsti solo l’esonero dal lavoro straordinario e dal lavoro festivo per i lavoratori frequentanti corsi serali o festivi, con la possibilità di ottenere permessi per sostenere gli esami finali.

            Col CCNL 6.01.1970 per l’industria metalmeccanica privata (preceduto dal CCNL 19.12.1969 per l’industria metalmeccanica minore) si arrivava a una formulazione più elaborata, inserita nella parte chiamata “regolamentazione comune”, riguardante “i lavoratori studenti iscritti e frequentanti corsi regolari di studio in scuole di istruzione primaria, secondaria e di qualificazione professionale, statali, parificate o legalmente riconosciute o comunque abilitate al rilascio di titoli legali di studio” i quali lavoratori studenti saranno esonerati dal lavoro straordinario e durante i riposi settimanali ed inoltre potranno lavorare in turni che agevolino la frequenza ai corsi e la preparazione agli esami. Per le prove di esame di questi lavoratori studenti (inclusi quelli universitari) venivano concessi permessi retribuiti da stabilire a livello aziendale. Nella metalmeccanica minore su richiesta dell’interessato erano altresì previsti permessi di aspettativa durante il periodo finale dell’anno scolastico fino a 45 giorni per università e scuole medie superiori.

            Quest’ultima formulazione veniva poi tradotta quasi integralmente nell’art.10, intitolato “lavoratori studenti” dalla legge 20.05.1970 n. 300 chiamata anche “Statuto dei diritti dei lavoratori”.

            Il Contratto del 1973 per garantire al lavoratore l’esercizio del diritto allo studio prevedeva due tipi di interventi:

a)      facilitazioni per lavoratori studenti, fra cui permessi retribuiti per tutti i giorni di esame (più 2 giorni retribuiti precedenti esami universitari) e in aggiunta permessi retribuiti per 120 ore annue (utilizzabili per gruppi di 30 ore trimestrali);

b)      permessi retribuiti per l’elevazione culturale e professionale dei lavoratori, conosciuti come le “150 ore” di permessi triennali, utilizzabili anche in un solo anno, purché il corso seguito abbia una durata doppia rispetto alle ore di permesso.

Ai lavoratori frequentanti corsi di alfabetizzazione e di recupero dell’obbligo scolastico i permessi inizialmente limitati alle 150 ore del punto b), col contratto 1976 vennero elevati a 250 ore triennali, comprensive delle prove di esame, ma con la condizione che le ore di permesso rappresentassero non più dei 2/3 delle ore di corso.

Questa impostazione si fondava sulla costituzione a livello aziendale di un ponte ore triennale di permessi retribuiti (pari a 30h x n. dipendenti in forza), da cui potevano pescare tutti i lavoratori con un’assenza massima contemporanea del 2%.

L’idea che guidava questa innovazione contrattuale era quella di costruire un ponte fra scuola e lavoro, fra impresa e società.

L’idea coltivata era di attuare queste novità nel diritto allo studio all’interno delle istituzioni scolastiche (statali o legalmente riconosciute, e in particolare le strutture formative regionali) producendo cambiamenti nella tradizionale burocrazia scolastica e sollecitando occasioni di ammodernamento con proposte concrete. Ma ciò non fu di facile realizzazione: perché ad esempio la formazione professionale (attribuita come competenza alle Regioni create da poco) soffriva di debolezza e di subalternità: la prima derivava da un impianto di centri per la formazione che tradizionalmente si rivolgevano solo alla fascia giovanile, svolgendo anche opera di supplenza rispetto alla mancata riforma scolastica con prolungamento dell’obbligo; invece la subalternità era originata dal fatto che l’intervento formativo sugli adulti era quasi esclusivamente determinato a valle dei processi di crisi e ristrutturazione delle grandi imprese, e perciò fortemente condizionato dalle espulsioni di massa di manodopera dequalificata: si creavano così situazioni familiari con reddito zero, le quali sollecitavano corsi formativi per giustificare un salario di assistenza.

Fortunatamente nel primo decennio di applicazione delle nuove norme contrattuali sul diritto allo studio si registrò una significativa apertura sia delle scuole dell’obbligo che della fascia superiore del post-obbligo e dell’Università, soprattutto per iniziativa di docenti che si predisponevano gratuitamente a organizzare e tenere corsi sia di recupero dell’obbligo che di acculturamento su varie tematiche concordate con i gruppi di allievi. Anche le strutture scolastiche erano messe a disposizione con grande liberalità. In effetti nel corso degli anni Settanta quasi tutti i contratti nazionali di categoria hanno acquisito le “150 ore” di permessi retribuiti per lo studio.

L’esperienza piemontese

In Piemonte venne realizzata un’esperienza particolare mediante accordo con la Regione che finanziava l’istituzione di “corsi di sapere tecnico-professionale” con uso delle 150 ore presso i centri di formazione professionale convenzionati; in questa esperienza il sistema formativo pubblico entrava a contratto con i lavoratori occupati desiderosi di acculturarsi, anche in collegamento alle nuove situazioni della propria attività lavorativa.

L’esperimento in forma sistematica si realizzò per due anni consecutivi (1985-1986) attraverso un accordo quadro con i sindacati regionali dei metalmeccanici Fim, Fiom e Uilm che prevedeva prima 28 e poi 40 corsi di 100 ore, ciascuno su due tipi di sapere: l’informatica di base e la lingua inglese.

Nel 1987 l’accordo venne esteso a tutte le categorie ed allargato a tutto il territorio regionale con 65 corsi, introducendo anche un modesto contributo all’iscrizione di 50.000 lire per allievo, che dovevano servire a rendere impegnativa e continuativa la frequenza.

Questa esperienza era diretta a valorizzare, anche nei confronti delle aziende, il sistema formativo pubblico, costituito dai centri di formazione professionale, che le imprese intendevano in qualche modo confinare alla funzione di parcheggio dei giovani. Per sostenere culturalmente questo intervento sui lavoratori occupati ci si avvalse di un gruppo di insegnanti particolarmente attivi da anni nel lavoro di recupero degli adulti attraverso l’uso delle 150 ore.

Tale apporto è testimoniato dalla pubblicazione a Torino della rivista “Formazione ‘80”.

Nelle critiche e negli ostacoli sollevati da una parte delle imprese private a questa impostazione, per il timore che le adesioni ai corsi si allargassero a macchia d’olio (come in effetti avvenne, fra gli impiegati ma anche fra gli operai), nessuno ha osato mettere in dubbio la serietà o la qualità dell’esperienza che era stata messa in campo.

Per il sindacato si puntava a realizzare l’utilizzo del diritto allo studio per una nuova alfabetizzazione professionale dei lavoratori attraverso un possibile governo bilaterale dei processi di formazione aziendale; mentre con la Regione si trattava di aprire uno spazio “istituzionale” di contrattazione dei corsi di formazione sul sapere tecnico-professionale.

L’esperienza educativa delle 150 ore è stata altresì sperimentata per il recupero culturale di casalinghe e disoccupati, che non disponevano del monte ore retribuito.

Sotto la spinta di una parte delle imprese private a frenare l’operazione 150 ore, o ad acquisire un maggior controllo sul loro uso, nel rinnovo contrattuale 1990 con Federmeccanica il tentativo di impiegare le 150 ore anche come ausilio o sostegno all’aggiornamento professionale dei lavoratori (ossia applicazione della normativa sull’utilizzo del monte ore di permessi anche per corsi di formazione professionale e per corsi scolastici di 2° grado post-obbligo) fu conseguito a partire dal 1991 ma con uno scambio che comprendeva una riduzione del monte ore triennale (21h x n. dipendenti in forza) e per questa nuova utilizzazione una riformulazione dei permessi come 120 ore triennali (sempre utilizzabili anche in un solo anno, purché il corso abbia durata doppia delle ore di permesso), ed inoltre con una dettagliatissima serie di clausole che i centri di formazione dovevano soddisfare per essere accettati come sedi di realizzazione dei corsi di aggiornamento professionale. In pratica queste condizioni determinarono uno sbarramento forte all’impiego delle 150 ore.

 

L’ultimo contratto nazionale con Federmeccanica

Ora nel CCNL Federmeccanica 2003 l'art.29 viene riformulato come "diritto allo studio e alla formazione professionale", e vengono distinti i corsi A) di diritto allo studio, ed i corsi B) di formazione professionale, per il quali è ammessa un'assenza contemporanea dall'azienda dei lavoratori frequentanti tali corsi del 2% per ciascun tipo di corsi e comunque per un massimo del 3% complessivamente.

 

            In merito ai corsi A):

vengono ribadite le possibilità già esistenti, ossia un monte ore pro-capite di 250 ore (comprensivo delle prove di esame) per la frequenza ai corsi sperimentali di recupero dell'attuale obbligo scolastico per gli adulti e per l'apprendimento della lingua italiana per i lavoratori stranieri. Fra ore di permesso retribuito e ore di frequenza ai corsi il rapporto deve essere 2/3.

            Viene acquisita una nuova possibilità per coloro che intendono frequentare (anche in orari non coincidenti con l'orario di lavoro) l'ultimo biennio per il conseguimento del diploma di scuola media superiore (cioè 2° grado post-obbligo), ossia 40 ore annue di permesso retribuito, per un massimo di due anni, cumulabili con le 120 ore di permesso non retribuito come facilitazione ai lavoratori studenti (art. 30, D.G. Sez. 3a che vanno programmate trimestralmente); in aggiunta sono altresì previsti permessi retribuiti per i giorni di esame e per i 2 giorni lavorativi precedenti.

In merito ai corsi B):

a partire dal 1° gennaio 2004 per corsi finalizzati al miglioramento della preparazione professionale specifica vengono ripristinate 150 ore pro-capite per triennio, utilizzabili anche in un solo anno, a condizione che il corso si svolga per un numero di ore doppio di quelle richieste come permesso retribuito. In questo caso il lavoratore ha anche priorità nell'utilizzo delle ore a suo credito accumulate nel Conto ore individuale (permessi per riduzione d'orario) e nella Banca ore (permessi per riposo compensativo allo straordinario).

Tali permessi sono accordati per la partecipazione ai progetti formativi concordati in sede aziendale oppure promossi dalle "Commissioni territoriali per la formazione professionale e l'apprendistato” (art.4.2, D.G. sez.1a) ovvero ancora proposti dagli enti formativi ed approvati dalle suddette Commissioni territoriali, e rispondenti ai bisogni formativi e professionali del settore metalmeccanico nel territorio di riferimento.

Le sedi presso cui vengono realizzati tali corsi possono essere pubbliche o private, indicate dalle Commissioni territoriali prima citate tra quelle accreditate dalla Regione in base alla Legge 196/97.

Il dipendente interessato ai suddetti corsi professionali, che verranno pubblicizzati nelle aziende, dovrà presentare domanda scritta all'azienda entro i mesi di giugno e dicembre di ogni anno.

La norma contrattuale dell'art.29, D.G. sez. 3a stabilisce anche come si risolvono situazioni contrastanti con i vincoli definiti precedentemente per la contemporanea assenza della forza occupata, oppure situazioni in cui le domande presentate determinino il superamento di un terzo del monte ore triennale; verrà accordata priorità alla seguente successione:

  1. corsi concordati a livello aziendale o territoriale su proposta aziendale;
  2. corsi previsti nei progetti proposti dalle Commissioni territoriali;
  3. corsi approvati dalle Commissioni territoriali, svolti presso Enti accreditati dalla Regione;
  4. corsi di studio a carattere culturale.

 

Le divergenze circa l'assenza delle condizioni prevista dall'art.29 che si commenta vanno esaminate tra Direzione aziendale e Rsu. Ulteriori divergenze circa le caratteristiche del corso che il dipendente intende frequentare vengono risolte in unico grado dalla Commissione territoriale competente, entro venti giorni dal ricevimento dell'istanza di contenzioso aperto, e con decisione all'unanimità.

Va infine sottolineato il fatto nuovo introdotto nel Contratto nazionale 2003 con Federmeccanica, ossia i "congedi per la formazione". A tal fine i lavoratori devono avere superato 5 anni di anzianità di servizio e possono richiedere un periodo di congedo non retribuito di 11 mesi (anche frazionabili) al fine di completare la scuola dell'obbligo, di conseguire un titolo di studio di scuola di 2° grado, una laurea (o anche diploma universitario), ed anche per partecipare a corsi formativi diversi da quelli realizzati col concorso del datore di lavoro.

Come si può rilevare, quest’ultima intesa tende a coinvolgere maggiormente le aziende nell’offerta di corsi di formazione professionale e quindi a utilizzare l’istituto delle 150 ore per un governo bilaterale.

Torino, maggio 2004