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Un pluralismo identitario da salvaguardare

UN PLURALISMO IDENTITARIO  DA SALVAGUARDARE

            Mentre sono iniziati a fine maggio 2012 i lavori di ristrutturazione interna e sistemazione impiantistica per la nuova sede dell’ISMEL nell’immobile juvarriano detto di San Daniele (al n. 14 di via del Carmine) e mentre sono altresì iniziate le verifiche e gli approfondimenti sullo studio di sostenibilità del progetto ISMEL (Istituto per la memoria e la cultura del lavoro, dell’impresa e dei diritti sociali), è utile per tutti i soggetti partecipanti a tale progetto ripercorrere linee fondamentali di comune esperienza e valori culturali di differenti tradizioni su cui si è inteso costruire l’impianto del nuovo Istituto.

1. Le origini di un’idea forte per la memoria sindacale e sociale

            L’idea forte circa la necessità di salvaguardare il patrimonio di esperienze sindacali e sociali realizzate in particolare dalle organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil torinesi emerge negli anni fra il 1975 e il 1978, cioè al termine di un ciclo di lotte che premiano positivamente la coesione e la coerenza di tali comportamenti. La Camera del lavoro – Cgil di Torino pensò a trovare una sede per i propri archivi presso l’Istituto Gramsci. Mentre la segreteria torinese della Cisl fu la prima a progettare il deposito e l’ordinamento del proprio patrimonio archivistico attraverso la costituzione di un’apposita fondazione che raccogliesse l’esperienza di studiosi universitari e la prestazione di sindacalisti appassionati al tema della memoria storica. Solo partendo da tali impostazioni funzionali si sarebbe potuto poi procedere alla ricostruzione del profilo storico di un’organizzazione sindacale. Queste discussioni precedevano e si inserivano nel panorama più ampio, quello nazionale confederale. Per esempio in Cisl in vista del 30° anniversario della sua costituzione si lavorava a un ampio programma di riflessione storica e di raccolta di testimonianze in collegamento con l’intero tessuto della Cisl. La funzione di collegamento con il programma confederale Cisl fu affidata a Franco Gheddo, mentre Cesare Delpiano si fece promotore dell’atto costitutivo della “Fondazione archivio storico sindacale” in cui inserire oltre a studiosi universitari (in particolare Dora Marucco, Betti Benenati, Carlo Marletti, Gian Giacomo Migone) anche la presenza di dirigenti delle altre confederazioni sindacali che avessero condiviso l’idea della Fondazione come strumento unitario.  L’epoca (1978) si prestava per l’esistenza di una spinta propulsiva unitaria, che per la Cgil fu raccolta inizialmente da Gianni Alasia e successivamente anche da Tino Pace, mentre per la Uil la rappresentanza venne assunta dal segretario torinese Corrado Ferro. Per la denominazione della Fondazione si decise di scegliere il nome di un’operatrice sindacale di base, Vera Nocentini, scomparsa immaturamente nel 1972 per un cancro all’epoca incurabile, animata da una speciale vocazione per la memoria storica sindacale; anzi la stessa si fece istitutrice autodidatta del primo archivio storico Fim, a partire dagli anni ’50 e ’60, ubicato all’ultimo piano di via Barbaroux 43 e attrezzato con armadi e scaffali.

La presidenza della Fondazione unitaria, intitolata a “Vera Nocentini”, venne assunta da Franco Gheddo, che si adoperò subito per stabilire mediante indicazioni di segreteria unitaria regole di comportamento per la raccolta e l’ordinamento del materiale archivistico e librario, ma anche per costruire un sistema di classificazione con l’ausilio di esperti della Sovrintendenza archivistica e dell’Archivio di Stato. Una volta trovato uno schema di catalogazione particolarmente adatto per il materiale sindacale, ci si pose l’obiettivo di esportarlo a livello nazionale, sia per la Cisl che per le altre confederazioni. Furono infatti organizzati diversi seminari, uno con la Cisl confederale al Centro Studi di Firenze, un altro unitario con operatori e dirigenti Cgil, Cisl e Uil a livello nazionale a Roma. Inoltre a livello locale si pensò di fare corsi veri e propri ai responsabili delle categorie sindacali per spiegare cosa fosse un archivio e coinvolgerli nell’iniziativa.

            Questa breve cronistoria di come si manifestò l’idea di una Fondazione per la memoria sindacale, va collegata all’altra idea, a lungo coltivata, di reperire una sede unitaria di prestigio in cui ospitare le tre organizzazioni Cgil, Cisl e Uil (per i livelli provinciale e regionale), e in cui trovasse adeguata sistemazione anche la Fondazione. La sede unitaria fu acquisita solo per la FLM, che per dieci anni coltivò un archivio unitario (accanto a quelli delle singole componenti Fim, Fiom e Uilm) trasferito poi in blocco in una sezione dell’Archivio di Stato – Sezioni Riunite – dopo un primo ordinamento con relativo inventario, al momento in cui si sciolse il legame federativo fra Cgil, Cisl e Uil e conseguentemente anche per i metalmeccanici (anno 1984).

2. Alcune considerazioni sulle diverse prospettive

A questo punto, si pongono alcune riflessioni e considerazioni di carattere politico-culturale.

L’unificazione sindacale, che pure era una spinta storica reale all’inizio degli anni ’70, non è andata in porto principalmente perché avversata dalla parte sindacale più legata all’interesse di alcune parti politiche interessate a mantenere la propria centralità sulla scena nazionale (evitando che fosse il sindacato unitario a occuparla) e fu congelata nella forma della Federazione unitaria (per i metalmeccanici FLM) nel 1972.

            Questa formula poteva costituire (secondo alcuni, i più ottimisti) un ponte verso una realizzazione dell’unità dilazionata nel tempo e soggetta a più robusti vincoli di democrazia partecipativa.

            Secondo altri (pessimisti e criticamente negativi nei confronti di un’unificazione che negasse il pluralismo delle radici di origine), tale soluzione era transitoria verso una finale liberazione da ogni regola federativa, non appena le crisi e le ristrutturazioni in atto nel panorama industriale avessero richiesto nuovi paradigmi sindacali, per i quali la Federazione non era più in grado di generare un terreno formativo nuovo per la classe operaia, ma piuttosto una ostinata resistenza al cambiamento.

            In base al parametro principale del nostro ragionamento, cioè la salvaguardia della memoria storica, se si fosse concretizzata l’unificazione sindacale, avremmo poi costruito una Fondazione che avrebbe raccolto i retroterra delle origini delle singole confederazioni torinesi e piemontesi, e  poi si sarebbe sviluppata linearmente in un solco unitario in cui pure potevano evidenziarsi i fermenti plurali di carattere politico o sindacale. Insomma si sarebbe realizzata un’istituzione simile a quelle nate in paesi del centro e nord Europa per merito soprattutto del movimento socialista, che fin dall’inizio del XX° secolo si pose l’obiettivo di valorizzare la memoria storica sociale, politica e sindacale nelle specificità di ciascuno dei paesi sopra menzionati. Tali istituzioni fanno riferimento come memoria al “labour”, inteso sia come lavoro operaio prestato, sia come movimento associativo sindacale per la difesa del lavoro stesso. Queste istituzioni tipiche dalla Svizzera alla Finlandia, alla Svezia, al Belgio, all’Olanda, con ampie sovvenzioni pubbliche per la loro vita e le loro iniziative prevalentemente a carattere storico, sono presenti nell’associazione internazionale nata a metà degli anni ’70 come IALHI (International Association of Labour History Institutions) che raccoglie gran parte degli istituti dedicati alla storia del movimento operaio. Da notare che nelle realtà ricordate è prevalente l’assenza di pluralismo sindacale.

            Anche nell’area mediterranea sono diffuse Fondazioni culturali dedicate alla memoria sindacale locale, o in particolare all’attività svolta da dirigenti, storici e studiosi del movimento operaio. Si può rimarcare una specificità francese, che per merito soprattutto del presidente Mitterand avrebbe voluto realizzare una rete di archivi del lavoro, tipo Archivi di Stato dislocati nelle aree più interessate del paese: in effetti fu realizzata una sola di queste istituzioni pubbliche a Roubaix, nei pressi di Lille, nel nord della Francia, utilizzando gli immobili di una vecchia filanda dismessa.

3. L’IPotesi ottimale bloccata dal venir meno delle spinte unitarie

            Ma l’ipotesi su cui si è ragionato ora, pur assai diffusa in Europa, non è quella a cui tendeva la Fondazione Cgil, Cisl e Uil per gli archivi del lavoro del ‘900.

            Nel 1978 era ben presente ai dirigenti sindacali torinesi che l’unità sindacale organica non si sarebbe realizzata per le difficoltà a cui si è già accennato, e che la Fondazione sarebbe stata la “Casa degli archivi del lavoro”, intesa in senso pluralistico per la memoria storica di ogni componente sindacale, ed in senso unitario per ciò che rappresentava l’archivio della Federazione unitaria. Il pluralismo trinitario di Cgil, Cisl e Uil, rappresentava il patrimonio culturale di esperienze di diverse organizzazioni nate da radici o solchi culturali differenti: quello cattolico-democratico per la Cisl, quello socialista e comunista per la Cgil, e quello liberal socialdemocratico per la Uil. La cultura e le esperienze della Federazione unitaria nascevano dalla capacità di generare un “sindacalismo cooperativo” fra le confederazioni che diventava oggetto di impegno comune (ad esempio i contratti collettivi ai vari livelli, le 150 ore, la salute in fabbrica, le strutture organizzative federative, ecc.).

            Queste ipotesi precipitarono improvvisamente nella primavera del 1984 con la caduta della Federazione unitaria e con l’apertura di una fase di duro conflitto intersindacale, a partire dall’accordo con il governo Craxi per la regolazione della Scala Mobile, firmato dalla parte che si presumeva maggioritaria della vecchia Federazione (cioè Cisl, Uil e componente socialista della Cgil). Oltretutto la cosiddetta “Fondazione per gli Archivi del Lavoro” non aveva ancora una sede unitaria in cui collocare il materiale per la conservazione, e quindi fu giocoforza per ciascuna organizzazione confederale trovare ricovero per i propri archivi presso istituzioni culturali affini (Istituto Gramsci per la Cgil, Centro Studi Salvemini per la Uil), mentre la Cisl mantenne accasato il nucleo costitutivo della Fondazione Nocentini che fin dal 1979 era stato insediato al 4° piano di via Barbaroux 43. Non esisteva ancora un vero archivio della Federazione, salvo che per la corrispondenza e la documentazione unitaria che venivano triplicate perché ogni componente ne possedesse copia. Solo per la FLM, che avendo una sede unitaria si era attrezzata come archivio, si evitò lo sfascio col deposito presso l’Archivio di Stato come si è detto precedentemente.

             In questo disastro di cui si è raccontato,un’annotazione marginale riguarda i rappresentanti di Cgil e Uil nell’Associazione “Nocentini”, i quali senza problemi mantennero la loro presenza come soci (qualcuno come Gianni Alasia partecipando anche alle Assemblee Annuali dei soci).

4. Ripresa e rielaborazione del progetto unitario

            Passarono dieci anni senza che si ridiscutesse il vecchio progetto di “Casa degli archivi del lavoro”, affondato dalle divisioni sindacali. Ogni componente aveva trovato un sistema di rifugio per il proprio patrimonio e gli istituti a ciò dedicati procedevano all’ordinamento, la classificazione e l’inventariazione di quanto man mano acquisito, con il sostegno di contributi vari.

            Nel 1994 la Regione Piemonte, con la collaborazione particolare di Renata Yedid e di Franco Gheddo, organizzò un convegno di rilevanza sia nazionale che internazionale, il quale doveva servire a rimettere in moto la questione della salvaguardia degli archivi del lavoro, intesi sia sul versante delle organizzazioni dei lavoratori che su quello delle imprese. Il risultato principale fu quello di ridare vita a intenzioni sopite, a partire appunto da quella della “Casa degli Archivi del Lavoro nel ‘900”.

            Dal canto suo, la parte imprenditoriale poteva vantare di aver coltivato un’attività centralistica di conservazione e di produzione di analisi storiche attraverso la propria Federazione metalmeccanica (AMMA) e di aver avviato a Villar Perosa un museo delle macchine usate nella produzione manifatturiera. Il resto era lasciato all’iniziativa delle singole aziende attraverso la loro sensibilità e talvolta attraverso una loro radicata tradizione.

            Quello che fu raccolto come principale risultato del Convegno di Villa Gualino fu la necessità di mettere in moto un’ampia commissione che, nelle nuove condizioni, verificasse la possibilità di resuscitare il riaccorpamento degli Archivi del Lavoro.

            Le nuove condizioni vedevano in campo attori nuovi, ossia oltre alle OO.SS. produttrici del materiale archivistico, anche gli istituti che per accordi bilaterali erano diventati gli enti conservatori della memoria del lavoro elaborata da ciascuna confederazione. Questi istituti conservatori per gli archivi del lavoro, naturalmente ospitavano materiale archivistico diverso, relativo ai filoni culturali su cui erano nati ed erano stati coltivati i rispettivi interessi. Inoltre ciascun Istituto era dotato di una biblioteca di tipo specialistico, che in genere veniva arricchita attraverso successive donazioni di soci o di studiosi che dismettevano il loro patrimonio a favore di un particolare istituto.

            Il progetto di “Casa degli archivi del lavoro” per essere portato avanti in modo realistico richiedeva un coinvolgimento convinto di istituzioni quali il Comune di Torino e la Regione Piemonte. Si tenga conto che i tre istituti conservatori (Gramsci, Salvemini e Nocentini) avevano convenzioni stipulate con la Città di Torino per un sostegno istituzionale, ed analogamente erano inseriti nel gruppo dei 27 enti che la L.R. n. 49/1984 riconosceva di particolare rilievo per il patrimonio culturale posseduto, accordando di conseguenza un contributo istituzionale annuale continuativo.

            Dunque una commissione al lavoro per la “Casa degli archivi del lavoro” che costituiva un’iniziativa mista privato-pubblica, oltre ai tre istituti culturali conservatori, affiancati dalle OO.SS. di riferimento o direttamente delegati a rappresentarle, doveva comprendere gli enti locali e la Camera di Commercio come possibili finanziatori, e organismi specializzati per l’archivistica come la Sovrintendenza ai Beni culturali e l’Archivio di Stato; e per non mostrarsi sbilanciata unicamente verso il “labour” necessitava il coinvolgimento dell’imprenditoria, in particolare attraverso l’AMMA che, come si è detto, possedeva una propria presenza e iniziativa in campo archivistico. Quest’ultimo coinvolgimento non si dimostrò difficoltoso per via dei buoni rapporti personali esistenti con il dr. Pierluigi Bassignana, che mise a disposizione collaborativa la propria esperienza nell’ambito della Commissione di studio.

            Il rovescio della medaglia, cioè gli impegni politico-culturali che l’imprenditoria torinese poteva assumere per la realizzazione della Casa degli Archivi, non erano disponibili da subito, ma solo al termine del percorso di costruzione dell’ipotesi conclusiva, e in ogni caso era rinviato alle determinazioni degli organi dell’Unione Industriale.

            Il lavoro della commissione non si presentò semplice: si era d’accordo che il risultato finale doveva essere una bozza di Statuto della Casa degli Archivi, ma che bisognava superare anche le resistenze di riorganizzazione: la costituzione del nuovo “Istituto per la memoria e la cultura del lavoro e dell’impresa” doveva nascere come Associazione di associazioni ed enti, ognuno dei quali manteneva la propria identità e proprietà di beni culturali (e ciò con particolare riferimento agli istituti culturali Gramsci, Salvemini e Nocentini), ma per l’operatività della Casa degli Archivi risultava necessario l’insediamento in un’unica sede degli Istituti promotori che dovevano prestare la loro opera cooperativa al funzionamento del nuovo strumento associativo. Dunque una nuova sede in cui far convivere la trinità degli Istituti promotori, i quali mettevano in comune archivi e biblioteche per una gestione cooperativa che appariva unitaria principalmente nei confronti dell’utenza.

Per quanto riguardava la memoria e la cultura di impresa non si richiedeva alcun insediamento o trasferimento alla Casa degli Archivi di patrimonio archivistico e bibliotecario, salvo quello acquisito per donazione, e si faceva carico al costituendo istituto di due impegni: in primo luogo essere un centro di interpretazione (cioè informazione e collegamento) anche per gli archivi di impresa o di associazioni imprenditoriali; e in secondo luogo prestare attenzione, unitamente a Soprintendenza Archivistica per il Piemonte e la Valle d’Aosta, Archivio di Stato e Archivio Storico della Città di Torino, per archivi e biblioteche aziendali a rischio di distruzione (per fallimenti, per trasferimenti di proprietà) per la loro salvaguardia e ricollocazione in spazi da reperire con l’Archivio di Stato.

            Nasce da qui un’ulteriore singolarità della nuova istituzione che, oltre a conservare la memoria e la cultura della trinità degli istituti promotori, associava anche la valorizzazione della cultura d’impresa. Questa caratteristica di impegno trasversale dal “labour” all’ “impresa” non si ritrova in altre esperienze nazionali od europee. Nei paesi del centro – nord Europa già ricordati le imprese che hanno inteso conservare la loro memoria hanno dato luogo a “musei a cielo aperto” per una parte degli immobili e degli insediamenti originari; oppure gli immobili dismessi sono stati trasformati in musei tecnologici aperti continuativamente a un lavoro didattico con docenti e allievi di scolaresche.

5. Da villa gualino alle soglie di san daniele

            La cronologia degli eventi di un quindicennio, ossia del dopo Villa Gualino, sono ricordati dettagliatamente in almeno due citazioni: sul sito della Fondazione Vera Nocentini e su quello dell’Ismel, mentre vi sono richiami a tale cronistoria nella pubblicazione a cura dell’AMMA degli atti del convegno promosso dall’ISMEL nel novembre 2010 come primo atto di manifestazione della sua presenza e della sua operatività (vedi in allegato).

            Arrivati dunque nelle condizioni che approssimano il concreto futuro (entro l’anno 2014) dell’ISMEL, occorre sottolineare che vanno evitate operazioni burocratiche di fusione o assimilazione che distruggerebbero i connotati di pluralismo identitario su cui è nato l’ISMEL. Particolare attenzione va posta al rapporto con i produttori di materiale documentario (ossia le organizzazioni Cgil, Cisl e Uil) che sono tra i finanziatori primari per la custodia degli archivi sindacali nei tre istituti Gramsci, Salvemini e Nocentini: tale rapporto è curato dai dirigenti e dagli operatori dei singoli istituti attraverso la valorizzazione dello specifico patrimonio culturale (dall’ordinamento all’inventariazione, all’utilizzo per ricerche e riflessioni storiche). Perciò il personale di ciascun istituto culturale costituisce anche un aspetto del patrimonio identitario, anche se una parte della propria attività sarà dedicata in modo cooperativo alla funzionalità dell’ISMEL, che peraltro in questo periodo di transizione provvede a omogeneizzare e normalizzare le proprie regole interne.

            Dunque bisogna evitare il rischio di finire in un contenitore generale e generico, facendo perdere la specifica vocazione e finalità degli Archivi del lavoro, del sindacato e dell’impresa. Un altro rischio da evitare è che in un accorpamento indifferenziato si possano perdere patrimoni e fondi, individuali e collettivi, delle singole organizzazioni sindacali originarie: sarebbe perdita di una esperienza nell’articolazione delle sue identità e specificità. L’esigenza di costruire e valorizzare quest’esperienza dell’ISMEL con criteri di economicità e di efficienza, senza perdere l’identità dei vari patrimoni e il suo senso pluralistico (cioè unitarietà e articolazione) deriva dal fatto che essa rappresenta un pezzo fondamentale della storia del lavoro, dei sindacati e dell’impresa torinesi nella seconda metà del XX secolo; cioè nel suo mix di tutele sindacali, democrazia e riforme sociali, è un pezzo di documentazione storica del modello sociale europeo. Un modello sociale che mette in primo piano la dignità umana, e che oggi subisce forti spinte per considerarlo superato!

            Il lungo cammino che ci ha portati all’attuale fase di realizzazione dell’ISMEL aveva obiettivi e parametri nient’affatto legati alla presente situazione di crisi dei finanziamenti alla cultura, e dei conseguenti tentativi  di stravolgere l’originalità di alcuni progetti con la riduzione del pluralismo storico di alcuni istituti, confinati a sparire in nuove improvvisate strumentazioni.

            Perciò la sostanza è che l’ISMEL vive e opera (come già avviene in questi anni, 2010-2012) in quanto vivono e operano i tre istituti promotori: se si cancellasse l’esistenza della trinità promotrice l’ISMEL non sarebbe più quella singolarità che si è cercato di evidenziare ripercorrendo la lunga storia di un’idea. In tempi in cui la “revisione della spesa” può provocare anche disastrosi effetti in ambito culturale, occorre tenere ben aperti l’attenzione e la sorveglianza sulle decisioni che graveranno sul 2014 e seguenti: le risorse disponibili vanno utilizzate al meglio e coerentemente con l’obiettivo perseguito con così lunga lena.

            La tesi fin qui evidenziata non sottopone l’ISMEL a condizioni restrittive: è la ricerca di un equilibrio fra gli elementi che originano e compongono l’ISMEL e che lo possono rendere più stabile e aperto allo svolgimento di funzioni più ampie di quelle svolte dagli istituti culturali promotori (come determinato anche dallo Statuto). Non c’è solo la sottrazione di alcuni compiti svolti precedentemente da Gramsci, Salvemini e Nocentini (in particolare la gestione della fruizione del patrimonio di beni culturali messo in comune), ma c’è la possibilità di rendere cooperative a titolo ISMEL iniziative prima svolte separatamente (es. ricerche, dibattiti, presentazione di libri, ecc.) come evidenziato negli ultimi programmi di attività; ancora vanno considerate le possibili azioni promozionali a favore di terzi e l’acquisizione di incarichi progettuali (per enti locali, camere di commercio, istituti universitari…).

L’ISMEL può cioè diventare un moltiplicatore di attività come in parte già si evidenzia nell’attuale fase di transizione.

1° ottobre 2012                                                                                Giovanni Avonto

                                                                                      presidente Fondazione Vera Nocentini

 

 

 

 

 

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