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"L'interruzione del Processo Unitario" Intervista a Raffaele Vanni

Raffaele Vanni è stato segretario della Federazione UILTuCS (turismo, commercio e servizi) e poi Segretario Generale della UIL dal 1971 al 1976.

 

Intervista a Raffaele Vanni

effettuata da Giovanni Avonto

Il 27 settembre 2007 presso il CNEL

 

 

Avonto: Dunque, dicevo, oggi è il 27 di settembre del 2007, siamo nella sede del CNEL e sono grato a Raffaele Vanni perché mi ha concesso di incontrarci e di fare insieme una discussione e una valutazione su fatti storici che risalgono a 30 – 35 anni fa, quindi ampiamente si possono rivedere con un certo distacco e anche con un certo equilibrio. Ti posso dare del tu? Allora tu appartieni a una famosa triade che in fondo è quella che ha messo in moto fin dagli anni 60 il processo unitario. Incomincerei con questa domanda: siccome la UIL, non è che devi descrivermi tutta la tua vita, parliamo di alcune epoche, siccome la UIL era una federazione in cui era rappresentata una pluralità di componenti laiche, come è stato vissuto il tema dell'autonomia? E' stato un tema difficile? Già è stato difficile nella CISL perché c'erano anche alcune componenti in conflitto, ecco.

 

Vanni: E' stata difficile e c'è stata anche una qualche rottura intorno a questo tema all'interno dell'organizzazione. Cito la prima rottura formale: quando le ACLI fecero il convegno sul ruolo autonomo del sindacato la UIL si spaccò in due. Io partecipai al convegno, Viglianesi e la corrente socialista no, perché io portavo avanti il ruolo nuovo del sindacato e l'incompatibilità tra cariche politiche e cariche sindacali e questa fu la prima mia rottura con Viglianesi.

 

Avonto: Questo nell'anno millenovecento...

 

Vanni: Parlo degli anni 1969, 70, 71. Quindi già lì incominciò un certo discorso che poi proseguì con Novella, segretario della CGIL, dove cominciammo a discutere il problema rispetto all'autonomia del sindacato su alcuni temi. Novella sosteneva benissimo l'autonomia e sul ruolo sociale del sindacato ma l'autonomia in termini di incompatibilità con il partito evidentemente per lui era impossibile e questa poi fu la rottura tra Lama, tra la posizione di Lama e la posizione di Novella al congresso della CGIL che quindi cambiò la situazione con le dimissioni di Novella che andò al partito. Non c'è dubbio che la corrente socialista era contraria alla posizione dell'autonomia e fu uno degli ultimi problemi risolti, infatti la allora corrente repubblicana si dimise da tutti gli incarichi di partito nel congresso del partito repubblicano e prima ancora che la UIL decidesse una posizione di questo genere. Quindi quando vengo facilmente annoverato tra coloro i quali si sarebbero opposti all'unità sindacale direi al contrario che rispetto alle premesse che si volevano dare all'unità, cioè l'autonomia del sindacato, del ruolo del sindacato e quindi l'incompatibilità con la carica politica parlamentare, costituì nella UIL una divisione nella quale io rappresentavo proprio una posizione inversa di quelli che sarebbero poi apparsi come gli unitari nell'interno della UIL.

 

Avonto: Scusa se ti interrompo, ma uscirà nei prossimi mesi una tesi di dottorato sulla CISL negli anni '60 che è fatta da un bravo ricercatore, un giovane di Modena che mi ha fatto leggere tutto, son 380 pagine e ho trovato una cosa: tu hai detto “la prima rottura negli anni '60”... Ho trovato una cosa interessante che ti riguarda. Allora dice che insomma c'erano vari movimenti a partire da Brescia, siamo negli anni '60, sempre lì 66 – 67, a Milano che puntavano all'unità, e lui dice: “Situazioni analoghe si verificavano con modalità differenti anche in altri centri. A Bologna, nel gennaio '67, su sollecitazione di Raffaele Vanni il partito repubblicano promosse un dibattito pubblico sull'unità sindacale a cui intervennero anche i dirigenti della CGIL Cazzola e CISL Tagliani, ma nessun esponente socialista della UIL per il divieto imposto da Viglianesi l'iniziativa rispondeva ad un clima più generale che si stava creando attorno alla prospettiva unitaria di cui si stavano impossessando anche ambienti non strettamente sindacali”. Ti ricordi di questa cosa qui?

 

Vanni: La cosa si ricollega alle cose che dicevo prima e quindi dovremmo collocare bene negli anni, perché quando nelle ACLI Labor prese queste posizioni, io ero abbastanza in contatto con Labor e portavamo avanti le stesse posizioni. Ma infatti i problemi che mi hanno poi fatto considerare quello meno, diciamo, incline al procedere verso l'unità non erano né il fine che si voleva raggiungere con quell'unità, né l'incompatibilità, né il ruolo autonomo ma era il ruolo che il sindacato voleva assumere. Quindi il vero problema era in un altro: il sindacato era un sindacato di partecipazione o un sindacato di scontro con il modello di società nel quale l'Italia era? Questo era il vero problema, cioè la UIL era un sindacato di partecipazione, la CGIL era il sindacato di classe, la CISL era...

 

Avonto: Un po' e un po'.

 

Vanni: ...una volta una cosa una volta l'altra. Il primo, Scalìa, sembrava classista.

 

Avonto: C'è il famoso libro di Manghi “Dall'associazionismo alla classe”.

 

Vanni: Quindi questi erano i problemi, e allora poi il problema è rimasto quello del ruolo del sindacato e delle strategie del sindacato e su questo si è poi arrivati alla federazione perché non si è arrivati al disegno unitario. Il momento di partenza è un momento che mi ha trovato in avanguardia nella UIL.

 

Avonto: Sì, infatti ti ho citato una cosa che mi ha meravigliato molto e ho detto: “Questa gliela racconto”.

 

Vanni: Ma non solo. C'è un famoso convegno come corrente repubblicana al Belli, di cui sto ricercando gli atti, dove attentamente esaminavamo la situazione e attentamente ci ponevamo dopo il '68 di fronte ai problemi che avremmo dovuto affrontare. Del resto, adesso siamo di fronte agli ultimi atti di questa discussione... Bé, la CGIL oggi ha una FIOM che gli contesta che cosa? Il ruolo di partecipazione. Gli contesta sì anche il contenuto dell'accordo ma dice: “In confronto all'attuale situazione politica che cosa sceglie la CGIL?”. Quindi abbiamo problemi che nella gran parte, almeno dal punto di vista ideologico, sembrano risolti ma abbiamo ancora posizioni di resistenza rispetto a questo e appunto attenuano il ruolo del sindacato. Poi nel ruolo del sindacato ci possono essere una serie di gradazioni, non solo di autonomia ma di giudizio rispetto a...

 

Avonto: Ritorniamo un momento al '71 – '72. Firenze 1, Firenze 2, poi Firenze 3. Lì mi pare che tutti e tre voi della triade eravate di, come dire, di una convinzione molto molto solida fino a, e io sono andato a guardarmi alcune cose e nel dicembre del '71, cioè dopo Firenze 3 del novembre del '71 su Conquiste del lavoro, che era il settimanale della CISL, compaiono tre articoli, di tutti e tre: un articolo di Storti che dice: “Dopo la riunione dei consigli generali di Firenze nessuno può avere più dubbi. L'unità sindacale è una certezza”. Tu che parli di un sindacato nuovo però dici: “Non v'è dubbio che la riunione di Firenze dei consigli generali della UIL, CISL e CGIL abbia un riflesso e un senso che travalicano le esperienze unitarie fino a oggi condotte per assumere rilievo e portata storica rispetto alla necessità attuale del movimento sindacale nel suo insieme”. Cioè, mi pare a rileggere, poi c'è quello di Lama che dice: “L'unità è partecipazione”, mi è sembrato leggendo tutto assieme, ma guarda com'erano convinti tutti e tre. C'era una forte convinzione no? Avevate persino stabilito la data dei congressi di scioglimento. Questo l'ho vissuto anch'io eh queste cose, però a rivederle adesso...

 

Vanni: Quella non era codificata.

 

Avonto: Il 21 settembre, cos'era? Il 21 ottobre forse...

 

Vanni: Tu sai che per un certo tempo si è discussa una affermazione, che poi era l'affermazione di Carniti che sembrava dell'intera FLM dove si diceva “Si fa l'unità con chi ci sta” e non c'è dubbio che allora c'era una parte della CISL e una parte della UIL che non sarebbero andate all'unità. A quel punto toccò a me decidere se la proposta che veniva avanti di sindacato democratico che si contrapponeva all'unità aveva qualche ragione di essere oppure no. Io presi allora la posizione del “no” al sindacato democratico però presi contemporaneamente la posizione che la federazione era il massimo.

 

Avonto: Tu hai fatto questa intervista per non ricordo più bene, che giornale era?

 

Vanni: Sì, su... L'Europeo.

 

Avonto: L'Europeo, sì. “L'unità oggi è impossibile, questo è un punto fermo” ed era prima del tuo comitato centrale, pochi giorni prima. “E' possibile rischiare la spaccatura verticale dei sindacati? No, o certamente non sarei io a favorirla. Io penso e mi preparo a proporlo ad un patto permanente di consultazione fra i tre grandi sindacati italiani dei lavoratori che salvi da una parte l'unità d'azione dall'altra l'autonomia di ciascuna delle confederazioni”.

 

Vanni: Allora mettiamo insieme i due momenti, il momento sindacale e il momento politico. Partiamo dal compromesso storico e partiamo da come poi il problema si è risolto, rispetto al compromesso storico.

Là Scalia aveva deciso il sindacato democratico, aveva bisogno solo dell'avallo di Fanfani e nella stessa dc si poneva il problema se si aveva una giustificazione della UIL rispetto a questo problema. Ti dico con molta franchezza quale è stata la mia risposta a questa idea: “Se la CISL o il pezzo di CISL che propone questa soluzione crede che io sia uguale a Parri e Canini sbaglia di certo”; evidentemente un discorso di questo genere ha tutt'altro significato rispetto a quello che ebbe allora e che generò la UIL in protesta rispetto a queste posizioni.

Fanfani si rifiutava di ricevere Storti e non senza Scalia, voleva solo rimettere a posto l'unità della CISL. Il partito comunista, Berlinguer, sapeva che la scissione sindacale avrebbe messo in forse tutto il compromesso storico e tutto l'accordo. Quindi è abbastanza evidente che quello che bisognava impedire era la rottura, portando a tempi possibili la maturazione di ognuna delle parti. Questo è quello che facemmo e Toros, allora ministro del lavoro, fece una riunione in un'osteria di Trastevere, mise in mezzo una bottiglia di grappa e disse: “Io faccio solo il notaio”. Io dissi: “Facciamo la federazione”, Lama “Facciamo la federazione” Storti: “Sì solo se è un ponte”; “Va bé facciamo il primo pilastro, poi vedremo” e facemmo la federazione; e io uscii con l'intervista “Ma Scalia che vuole? La smetta”. Questo è un momento storico del nostro paese e un momento sindacale del nostro paese; bene se io vado a vedere come abbiamo ridiscusso il problema dell'unità sindacale oggi, anzi ieri, prima che venisse fuori il problema dell'identità di Cofferati, bene, sia Marini che io, che eravamo sulle stesse posizioni, dicemmo che oggi l'unità era possibile proprio per il discorso che la CGIL aveva fatto autocritica sull'identità e il ruolo di partecipazione del sindacato. Non avevamo più le ragioni del contendere, ma allora le avevamo. Tutto quello che sta succedendo adesso, a parte il fatto che non abbiamo ancora fatto l'unità, mi da ragione. Quelle erano le cose che dovevamo raggiungere in quel momento, oggi abbiamo solo alcuni rimasugli di questi problemi. L'identità, perché è avvenuta? Ma perché lo stesso Cofferati si è trovato di fronte a una rottura all'interno della CGIL, come in un certo senso e per certi versi, seppur non con la virulenza di allora, si poteva porre anche adesso. Quindi le cose vanno viste non rispetto ai nostri desiderata, il nostro disegno finale, ma anche a come in certi momenti storici, cosa io ho sempre cercato di impedire, in quello che qualcuno ha considerato il mio vagare rispetto all'unità? Bene, che si rompesse l'unità di azione. Perché io, uomo UIL, avevo un momento fondativo importante al momento stesso della nostra scissione: era l'unità di azione. Tanto è vero che all'epoca Pastore diceva : “Marciamo separati e colpiamo uniti” ma l'unità d'azione era l'elemento stesso di rottura. Allora io di questo ero forte e il mio vagare era proprio mantenere il disegno di unità che poteva portarci... ma un'idea di azione era rispetto ai contenuti. Sì, poi va bene, c'era sempre il problema della richiesta...

Oh, tenete conto che, tra l'altro, in quel momento noi facevamo anche un ruolo di supplenza nella condizione politica generale e il nostro dialogo coi partiti era normale era una cosa che dovevamo fare continuamente perché eravamo anche in una situazione non semplice e quindi nella stessa DC, Moro da una parte, Andreotti dall'altra.

Quindi aver gestito questo momento beh, il punto significa tante cose: il modello sindacale italiano, ancora tripartito, se ha salvato una serie di momenti di unità è perché ha saputo tener conto di alcune cose. Ne dico una, quando abbiamo fatto la scissione, la CGIL non si è mai opposta che sedessimo immediatamente al tavolo delle trattative, come se la nostra rappresentatività fosse riconosciuta in partenza, perché ci veniva riconosciuta in base alle correnti che rappresentavamo in termini politici, che poi avevano gestito il patto di Roma.

Tutte queste cose, che hanno anche del negativo, hanno anche del positivo, che ci hanno permesso di fare i contratti sempre tutti insieme, che per esempio non era certamente nel modello americano e nel modello in quel momento dominante.

 

Avonto: Di cose unitarie negli anni 50' ne abbiamo fatte parecchie.

 

Vanni: E' chiaro, è chiaro. Ora la verità è che poi ci siamo posti una serie di problemi anche di altro tipo. La presunzione di alcuni di essere, proprio perché intermedi, di essere i leader della nuova organizzazione unitaria, non è che ci ha aiutato neppure questo eh. Parlo del passato, ma parlo anche del presente.

 

Avonto: Ecco, non so se tu queste cose le hai già raccontate qualche volta da altre parti, però mi pare che, dalle cose che mi spieghi, intendo come figura a volte nelle cronache o anche nelle ricerche storiche, non so, che magari tu hai riconosciuto di aver sbagliato, di essere di essere andato troppo in là, di aver fatto un po' marcia indietro. Mi pare che non era proprio così, no?

 

Vanni: No, non solo non è così...

 

Avonto: E neanche che era tutta un'operazione interna per conservare la leadership della tua confederazione, no?

 

Vanni: No perché se era una posizione interna per me era facile mantenere la leadership, bastava emarginare i socialdemocratici e il problema era risolto. Il problema non era questo. Io ero convinto del problema del ruolo del sindacato da portare avanti, ero convinto contemporaneamente che non dovevamo fare una nuova rottura tra due modelli di sindacato, ero convinto quindi che l'unità d'azione dovesse essere mantenuta. Questo mi ha costretto ogni volta a mercanteggiare il discorso dell'unità d'azione con il discorso dell'unità che rimane un obiettivo, ma che non poteva essere raggiunto perché non eravamo d'accordo su alcune cose. Questo è avvenuto qualche volta non solo rispetto alla CGIL ma persino anche rispetto alla CISL. Per esempio è abbastanza chiaro come un modello di partecipazione non può basarsi sulla conflittualità permanente che era un modello che a un certo punto venne portato avanti, ed era il modello di Scalìa, poi tornato su altre posizioni.

Allora, con questo non voglio dire che, ieri come oggi, secondo la formazione politica che è al governo, il sindacato si dimentica dei suoi doveri, no. Però deve anche tener presente un modello di società che vuol costruire, perché se il sindacato ha ruolo nella partecipazione non solo nel contratto di lavoro, ma nella società è perché persegue un modello di società. Indubbiamente, se l'azione contrasta rispetto al modello di società che si immagina, obiettivamente diventa difficile a mettersi tutti insieme. Non c'è dubbio che questo problema non si è posto per altri sindacati, certo non si è posto con il Trade Union inglese quando era azionista del partito laburista. Certo si è posto meno nella stessa Germania, dove è riuscito a rifondarsi in termini unitari, sia pure con una posizione di minoranza cattolica. E' però diventato diverso in Spagna dove è nato in tre e poi due organizzazioni.

Noi con il patto di Roma avevamo tentato di portare avanti l'unità ma come compromesso politico. Evidentemente quando ci siamo dovuti confrontare tra quel compromesso, che poi non era più unitario in termini politici, con l'azione sindacale, è chiaro che siamo trovati di fronte a un problema. Quindi è chiaro che l'atteggiamento di alcuni di noi rispetto al ruolo che io chiamo “di partecipazione”, beh era diverso dal ruolo di altri.

 

Avonto: Senti, a volte riflettendo, soprattutto riflettendo con molta trasparenza e pulizia vengono fuori anche delle cose interessanti. Prima ancora del centenario della CGIL, qualche mese prima quindi, siamo nel 2005, Pepe, che forse tu conosci perché è il suo maggior storico, ha scritto delle cose che mi hanno meravigliato. E cioè lui dice come dici tu, che allora il patto di Roma nasce sotto l'ombrello, lo scudo dei partiti e che quella non è la vera democrazia sindacale. Quando nasce il pluralismo negli anni '50 allora, con tutte le difficoltà, ma è da allora che comincia a svilupparsi la democrazia sindacale. Io son rimasto meravigliato di queste affermazioni, però vuol dire che c'è qualcuno che, riflettendo, comincia a riconsiderare un po' la storia.

 

Vanni: Tieni conto di una cosa, non c'è dubbio che il patto di Roma è nato in termini politici. E' abbastanza chiaro che Di Vittorio riferiva al partito rispetto ai progressi che venivano fatti, soprattutto con Buozzi e che lo stesso De Gasperi, oltre che Campilli hanno partecipato alla stesura di quel patto. Diciamo ancora che i socialisti e, a parte l'attentato a Buozzi, si sono trovati in una certa difficoltà soprattutto perché Nenni non era rientrato e quindi Buozzi non aveva ancora il completo appoggio del partito. Di Vittorio sostenne la tesi di Di Vittorio segretario generale in base al patto di unità d'azione, socialisti e comunisti, con Buozzi che non era evidentemente d'accordo perché si considerava il rappresentante del passato almeno nel sindacato dell'industria. Poi l'attentato a Buozzi, e qui ci sono alcune cose che non sono state mai provate, cioè che qualcuno dice che Buozzi la sua posizione è stata comunicata ai tedeschi, il suo rifugio è stato comunicato ai tedeschi. Io non ci credo, però questa è già venuta fuori ma non c'è dubbio che dalla scissione abbiamo dovuto cominciare a discutere come sindacalisti in modo diverso, anche se in casa DC la scissione fu chiamata “il 18 aprile sindacale”, quindi anche questa è apparsa per un certo verso in una certa situazione. Ma facciamo un esempio: noi abbiamo fatto la UIL andando quasi immediatamente in una sede...

 

Avonto: Avete fatto qualche settimana prima della CISL, no?

 

Vanni: Dopo. La CISL ha fatto la scissione facendo la LCGL, poi noi facendo la FIL; poi facendo l'accordo con Canini e con Parri si è fatto la CISL, che poi era lo stesso nome dell'internazionale tradotto in termini italiani. Beh, in quel momento d'accordo con noi avevamo Rapelli e Rubinacci, che erano cattolici e noi siamo andati in via Lucullo quando Rapelli era l'amministratore delle ex sedi fasciste e Rubinacci è stato ministro del lavoro. Quindi questo, in un certo senso, era un altro modo per meditare sulla scissione cattolica che non trovò tutti della stessa posizione. Quindi è vero secondo me che la vera discussione sul ruolo del sindacato e sul ruolo autonomo del sindacato o di quanto autonomo avrebbe potuto essere, l'abbiamo cominciata dopo e man mano abbiamo cominciato a modificare noi stessi e a stabilire il ruolo del sindacato anche rispetto ai nostri stessi partiti, dove sì era rimasta sempre una, diciamo, discussione e lo era vero per Di Vittorio rispetto a Togliatti, lo era per Pastore rispetto alla DC, lo era vero per ciascuno di noi rispetto alle nostre rispettive correnti. Allora man mano abbiamo iniziato ad avere il senso delle cose che dicevamo, ma perché? Perché quando abbiamo fatto il patto di Roma, in molti era presente, diciamo, la dottrina del socialismo reale per la quale la dittatura del proletariato era il vero strumento con cui arrivare alle cose, per cui il sindacato era concepito in un modo completamente diverso da come lo conosciamo oggi e non c'è dubbio che quei momenti sono stati di forte discussione sul nostro ruolo; e direi la federazione e la rottura della federazione, perché, fammi fare un'affermazione che sembra un po' roboante: ma chi ha fatto di più di quanto ho fatto io per l'unità avendo fatto la federazione? Io conosco altri che l'hanno rotta, ma chi ha fatto di più? Allora evidentemente nella premessa che ti ho detto, io pensavo all'unità d'azione come strumento che ci portasse man mano su posizioni vere comuni. Oh certo, questo non vuol dire che non ci deve essere dibattito all'interno delle organizzazioni, ma una cosa è avendo chiaro il nostro ruolo, seppur autonomo, e il modello di società che vogliamo portare avanti, e un'altra cosa se non convergiamo né su modelli né sul ruolo della nostra forza, perché è chiaro a quel punto che ognuno diventa strumento dell'altro.

Allora io non ho mai vagato, ho tenuto ferma l'unità d'azione più ampiamente possibile, ho tentato di non far fare due sindacati, uno democratico e uno secondo altri meno democratico, ho tentato anche di tener conto della situazione politica e delle rotture che avevo potuto creare nella situazione, quindi non mi pento di niente.

Poi di errori posso averne fatti, ma è umano.

 

Avonto: Senti, ti faccio ancora due domande se no la facciamo lunga.

 

Vanni: Prego. Anche perché forse sono un po' rivoluzionario rispetto alle cose che si erano concepite.

 

Avonto: Ma no! [ride] Ma ti domando questo: io non è che sia uno storico ma adesso con la Fondazione mi interesso di organizzare la ricerca storica etc... Qualche mese fa è uscito questo libro su Viglianesi segretario generale... Adesso mi domandavo mentre parlavi con molta lucidità: tu non hai mai pensato a scrivere qualcosa? Queste cose che mi hai detto, a scriverle...

 

Vanni: Sì.

 

Avonto: Perché sarebbe non solo l'occasione per fare un'autobiografia ma anche rimeditare quello che è successo...

 

Vanni: Ci ho pensato mille volte e fatto anche molte interviste e ho tentato di correggere alcune cose che si sono dette sulla UIL e quando è uscito il libro su Viglianesi ho detto anche che non tutto era positivo e l'ho detto alla presentazione del libro. Non l'ho mai fatto per una semplice ragione: io non sono mai uscito dal movimento sindacale. Ancora oggi sono presidente della mia federazione di categoria e quindi io scriverò qualcosa. Poi lasciamo andare se la farò pubblicare o non la farò pubblicare, ma scriverò qualcosa solo nel momento in cui lo faccio in piena libertà e senza, diciamo, pregiudicare niente della storia dell'organizzazione. Ogni tanto entro in crisi perché sento alcune cose e mi ribello e dico alcune cose. Per esempio ho detto che Viglianesi col sindacato socialista non ci ha dato proprio una mano, anzi ci ha creato più problemi di quanti ne avessimo noi.

 

Avonto: Mi pare di aver letto da qualche parte che Aldo Forbici ha scritto delle battute un po' pesanti su Viglianesi.

 

Vanni: No ma io l'ho detto alla presentazione del libro. Ho detto chiaramente: “Viglianesi col sindacato socialista ci ha messo tutti nei guai”. Perché il sindacato socialista ha mosso sia la zona comunista sia la zona cattolica di fronte a un problema che avrebbe creato delle divisioni e quindi non ci ha aiutati né rispetto all'unità né rispetto al ruolo di ognuna delle organizzazioni. Anche per Viglianesi è stato un atto strumentale rispetto al suo ruolo di ministro e le sue scelte. Considera una cosa adesso, dentro l'intervista e fuori dall'intervista, io ho cominciato la mia attività sindacale, prima va beh nella commissione giovanile della CGIL, poi mi son trovato alla vigilia della scissione ero contemporaneamente segretario del...

 

Avonto: Tu di che anno sei?

 

Vanni: '28. Il segretario della federazione giovanile repubblicana, mentre Berlinguer era segretario della federazione giovanile comunista e quindi ho fatto la scelta sindacato alla costituzione della UIL. E' chiaro che avevo 22 anni, e a 22-23 anni mi sono trovato a fare il responsabile dell'attività sindacale dell'organizzazione e mi sono trovato Di Vittorio, Pastore, Coppo, Storti e così via. E' chiaro che queste cose hanno inciso sulla mia cultura e anche nel mio modo di fare sindacato. Tu considera che nel '54, quando abbiamo fatto il famoso accordo separato e io avevo 26 anni, sul conglobamento, Bitossi mi telefonò il giorno prima dicendo: “Senti ma possiamo, come dire, rifare l'accordo unitario?” Io dissi: “Bitossi ma com'è possibile?” [ride] ma questo è per farti capire com'era la situazione di allora. Io sono cresciuto attraverso il dibattito sindacale delle trattative, quando noi facevamo assistenza ad ogni contratto di categoria, quindi ho fatto il chimico, il metalmeccanico... ed è chiaro che, tra l'altro con una confindustria di tipo completamente diverso da quello attuale, con i metalmeccanici che non avevano neanche una federazione di categoria, controparte, e non solo, con responsabilità della FIOM di tipo politico tradizionale.

Allora per me certo il culto di tornare all'unità del sindacato era un punto che io avevo trasfuso nella mia formazione, contemporaneamente però dovevo farlo convivere con altre convinzioni che avevo della vita politica e della vita sindacale del nostro paese. Quindi io credo che noi oggi avremmo premesse ormai quasi consolidate di tipo, diciamo, di strategia sindacale che ci accomuna, non c'è dubbio. Abbiamo una serie di altri ostacoli che derivano da mille altre cose.

 

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