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Sugli scioperi del marzo 1943

Poiché si tratta di eventi che costituiscono le radici del cambiamento nella storia del nostro paese, non è la prima volta che vengono ricordati proprio qui a Torino dalle confederazioni sindacali.

Ricordare per riflettere, non solo per celebrare il coraggio e il sacrificio di una generazione che volle ridare all’Italia libertà e dignità.

In questo convegno vorrei dunque riflettere su alcun temi importanti nella memoria del movimento operaio e sindacale: perché particolarmente nel sindacato la memoria storica costituisce uno strumento sia di confronto che di orientamento, non solo per i gruppi dirigenti, ma anche per i cittadini lavoratori. Dunque un orientamento anche per l’oggi.

Gli scioperi del 1943, alle soglie della primavera, richiamano almeno due questioni sempre attuali per il movimento dei lavoratori, ossia l’autonomia e l’unità che sono elementi fondamentali nella dialettica e nello sviluppo dell’organizzazione sindacale.

Quegli scioperi, come è stato sottolineato anche dalla relazione del professor Dellavalle, avevano al loro interno come obiettivo iniziale rivendicazioni sociali e quindi rappresentavano un momento di iniziativa collettiva autonoma.

Inizialmente i motivi della mobilitazione partivano dalle condizioni esistenziali: le drammatiche condizioni di vita e di lavoro, e non solo il costo della vita, ma la costrizione nelle officine a lavorare per la guerra, a fare la produzione bellica per il regime fascista entrato nel conflitto europeo dichiarando guerra alla Francia. E ancora l’angoscia per i continui bombardamenti che si susseguivano sulla città di Torino.

A questo proposito si possono riprendere giudizi storici che rilevano come in questi elementi motori prevalenti negli scioperi del marzo ’43, c’era anche la convinzione di una crisi strutturale e politica che alimentava il “malcontento” come una ribellione istintiva. Un testimone che ha vissuto quelle giornate, Gianni Alasia, riferisce in un suo intervento scritto: “C’era stato un lungo, intimo travaglio interno alla classe operaia, fatto di crescente malcontento ma anche di minuto, attento lavoro fatto di contatti che andavano riprendendo (dopo un’interruzione di lunghi anni) o che, nel caso dei giovani, si instauravano a nuovo.                       

Si trattava dunque di scioperi che si possono definire di natura classista, perché la rivendicazione principale (unitaria ed anche autonoma rispetto all’azione generale dei Comitati di Liberazione Regionali) era di carattere economico e sociale, cioè contro la fame e contro lo pseudo-sindacalismo corporativo, rigorosamente controllato dal potere politico.                    

Ma accanto alla motivazione sociale i promotori delle agitazioni aggiunsero anche l’aspetto politico contro il regime. Quindi “contro la fame e contro il terrore”. Questi scioperi e questa lotta sociale rappresentavano l’ingresso della classe operaia piemontese nella Resistenza.

Carlo Borra, anch’egli coinvolto in questi avvenimenti, ha offerto una testimonianza in occasione del trentennale di celebrazione. Ricordava la stretta connessione tra rivendicazioni economiche e obiettivi politici generali, emersa con particolare evidenza dall’episodio accaduto il 13 marzo ’43 proprio alla RIV di Villar. Alle richieste di aumenti salariali Agnelli in persona rispose proponendo agli scioperanti un aumento che fu giudicato accettabile. Ma l’agitazione – che ormai dilagava in Piemonte – proseguì: gli operai RIV replicavano “Ora che abbiamo risolto la questione economica, dobbiamo risolvere quella politica”, e in un documento approvato dall’assemblea di fabbrica sottolineavano che fra gli scopi dello sciopero vi era anche quello di “compromettere e abbreviare la guerra, determinando la rottura con la Germania”. Dunque è questo il periodo in cui prendono vigore i movimenti clandestini antifascisti, e nella fabbrica si crea l’ambiente ideale per il sostegno alle formazioni partigiane della Resistenza.

Veniamo ora all’altra questione che è complicato ricostruire: ma è vero che in questo risveglio tormentato e complesso, prende corpo il tema del sindacato.

Portiamo la riflessione sul mondo cattolico che rappresenta il retrotema di quella che diverrà la corrente sindacale cristiana nella CGIL unitaria nata nel ’44. Nell’impostazione della tradizione sindacale cattolica lo Stato è tenuto al riconoscimento della realtà sociale che si organizza autonomamente per suo “naturale diritto”: questo significava, secondo il pensiero costruito sull’encicilica “Quadragesimo          Anno” del 1931, sindacato unico, però non di diritto pubblico, con associazioni libere che vi concorrano proporzionalmente agli associati. Da questa impostazione nascerà nel giugno ’44 il Patto di Roma, frutto di pazienti ed anche contrastati colloqui e trattative politiche.

Però, malgrado le sollecitazioni della dottrina sociale è anche vero che l’elaborazione sociale e la teorizzazione sindacale negli ambienti cattolici era quasi assente, anche per evitare tensioni col regime dopo gli scontri sull’Azione Cattolica e sullo scoutismo.                 .

Bisognerà arrivare agli scioperi del 43 per vedere coinvolti i lavoratori di tante fabbriche del Nord con i cattolici a fianco degli altri. Ed è in questo contesto di costruzione di una coscienza collettiva che può inserirsi il ruolo di Bruno Buozzi, tessitore di un filo conduttore di approcci e di rapporti diretti con le assemblee di lavoratori di Torino e Milano. Dopo la prima caduta del fascismo (25 luglio 1943) e l’incarico di commissari sindacali a Buozzi Grandi, Di Vittorio, Lizzadri, Roveda e Quarello da parte del Governo Badoglio, queste assemblee servono a dare garanzie, insieme al ministro Piccardi, sulla riattivazione di un sindacalismo libero (attraverso un accordo con Confindustria che ricostituisca le commissioni interne) e sull’uscita da una guerra che il paese non può più sopportare.

Buozzi pagherà la sua intensa attività per la ricostituzione del sindacato libero e unitario con l’eccidio da parte dei nazisti occupanti ma in fuga da Roma: e sarà ricordato da  Achille Grandi, capo storico della corrente cristiana, come sindacalista con “l’aureola del martirio”.

La riflessione odierna può portarci a dire che, anche se la storiografia dal 1970 ha identificato il Patto di Roma del 4 giugno ’44 come unità contrattata al vertice e staccata dalla realtà … sono i grandi scioperi del ’43 e poi del ’44 che saldano le rivendicazioni economiche alle rivendicazioni politiche e favoriscono la prova che è in corso una unificazione dal basso della classe lavoratrice.

Mi sembra di poter sottolineare che la crescente mobilitazione dei lavoratori in fabbrica condiziona anche il comportamento delle forze politiche, cioè ci sono margini di autonomia nella lotta, al di là di quelle che potevano essere le scadenze tattiche o militari del Comitato di Liberazione Nazionale e degli stessi partiti della Resistenza. Non che gli obiettivi e le modalità di azione della classe lavoratrice fossero sganciati dagli orientamenti generali dell’antifascismo organizzato o che impostassero una linea alternativa. Certo si ponevano complessi problemi nei rapporti con i partiti, con le rappresentanze politiche e con le loro strutture organizzative, uscendo da un prolungato periodo di silenzio o di relazioni clandestine.

E’ vero altresì che gli scioperi del ’43 hanno qualche risultato immediato come l’armistizio nei 45 giorni del governo Badoglio, ma poi tutto sembra cancellato con l’occupazione del paese da parte delle truppe naziste. Però è anche vero che dentro quella lotta c’è l’impostazione rivendicativa che poi si affermerà su scala più generale nei mesi successivi, cioè nel ’44 e soprattutto dopo la liberazione di Roma.

Certo l’aumento dei prezzi e lo spettro della disoccupazione determinava un orientamento a salvaguardare innanzitutto i livelli minimi di sopravvivenza. Poi è maturata anche la necessità di riconquistare l’agibilità politica delle fabbriche: si costruiva l’alleanza con i tecnici e con i capi reparto, cioè si passava al tentativo di introdurre forme di controllo sull’azienda.

Dunque la riflessione ci ha portato a evidenziare che temi allora dibattuti come obiettivi e strumenti per la rinascita, sono davanti a noi ancora oggi: saper coniugare autonomia e unità, se essere strumento dei lavoratori per partecipare e per trasformare la realtà.

La memoria sta a ricordarci che allora speranza e volontà non accettarono di affievolirsi malgrado la violenza distruttiva degli eventi.   

 

 

g.a.  appunti per la manifestazione al Teatro Carignano di Torino (9 marzo 2013)

SUGLI SCIOPERI DEL MARZO 1943

 

Poiché si tratta di eventi che costituiscono le radici del cambiamento nella storia del nostro paese, non è la prima volta che vengono ricordati proprio qui a Torino dalle confederazioni sindacali.

Ricordare per riflettere, non solo per celebrare il coraggio e il sacrificio di una generazione che volle ridare all’Italia libertà e dignità.

In questo convegno vorrei dunque riflettere su alcun temi importanti nella memoria del movimento operaio e sindacale: perché particolarmente nel sindacato la memoria storica costituisce uno strumento sia di confronto che di orientamento, non solo per i gruppi dirigenti, ma anche per i cittadini lavoratori. Dunque un orientamento anche per l’oggi.

Gli scioperi del 1943, alle soglie della primavera, richiamano almeno due questioni sempre attuali per il movimento dei lavoratori, ossia l’autonomia e l’unità che sono elementi fondamentali nella dialettica e nello sviluppo dell’organizzazione sindacale.

Quegli scioperi, come è stato sottolineato anche dalla relazione del professor Dellavalle, avevano al loro interno come obiettivo iniziale rivendicazioni sociali e quindi rappresentavano un momento di iniziativa collettiva autonoma.

Inizialmente i motivi della mobilitazione partivano dalle condizioni esistenziali: le drammatiche condizioni di vita e di lavoro, e non solo il costo della vita, ma la costrizione nelle officine a lavorare per la guerra, a fare la produzione bellica per il regime fascista entrato nel conflitto europeo dichiarando guerra alla Francia. E ancora l’angoscia per i continui bombardamenti che si susseguivano sulla città di Torino.

A questo proposito si possono riprendere giudizi storici che rilevano come in questi elementi motori prevalenti negli scioperi del marzo ’43, c’era anche la convinzione di una crisi strutturale e politica che alimentava il “malcontento” come una ribellione istintiva. Un testimone che ha vissuto quelle giornate, Gianni Alasia, riferisce in un suo intervento scritto: “C’era stato un lungo, intimo travaglio interno alla classe operaia, fatto di crescente malcontento ma anche di minuto, attento lavoro fatto di contatti che andavano riprendendo (dopo un’interruzione di lunghi anni) o che, nel caso dei giovani, si instauravano a nuovo.                       

Si trattava dunque di scioperi che si possono definire di natura classista, perché la rivendicazione principale (unitaria ed anche autonoma rispetto all’azione generale dei Comitati di Liberazione Regionali) era di carattere economico e sociale, cioè contro la fame e contro lo pseudo-sindacalismo corporativo, rigorosamente controllato dal potere politico.                    

Ma accanto alla motivazione sociale i promotori delle agitazioni aggiunsero anche l’aspetto politico contro il regime. Quindi “contro la fame e contro il terrore”. Questi scioperi e questa lotta sociale rappresentavano l’ingresso della classe operaia piemontese nella Resistenza.

Carlo Borra, anch’egli coinvolto in questi avvenimenti, ha offerto una testimonianza in occasione del trentennale di celebrazione. Ricordava la stretta connessione tra rivendicazioni economiche e obiettivi politici generali, emersa con particolare evidenza dall’episodio accaduto il 13 marzo ’43 proprio alla RIV di Villar. Alle richieste di aumenti salariali Agnelli in persona rispose proponendo agli scioperanti un aumento che fu giudicato accettabile. Ma l’agitazione – che ormai dilagava in Piemonte – proseguì: gli operai RIV replicavano “Ora che abbiamo risolto la questione economica, dobbiamo risolvere quella politica”, e in un documento approvato dall’assemblea di fabbrica sottolineavano che fra gli scopi dello sciopero vi era anche quello di “compromettere e abbreviare la guerra, determinando la rottura con la Germania”. Dunque è questo il periodo in cui prendono vigore i movimenti clandestini antifascisti, e nella fabbrica si crea l’ambiente ideale per il sostegno alle formazioni partigiane della Resistenza.

Veniamo ora all’altra questione che è complicato ricostruire: ma è vero che in questo risveglio tormentato e complesso, prende corpo il tema del sindacato.

Portiamo la riflessione sul mondo cattolico che rappresenta il retrotema di quella che diverrà la corrente sindacale cristiana nella CGIL unitaria nata nel ’44. Nell’impostazione della tradizione sindacale cattolica lo Stato è tenuto al riconoscimento della realtà sociale che si organizza autonomamente per suo “naturale diritto”: questo significava, secondo il pensiero costruito sull’encicilica “Quadragesimo          Anno” del 1931, sindacato unico, però non di diritto pubblico, con associazioni libere che vi concorrano proporzionalmente agli associati. Da questa impostazione nascerà nel giugno ’44 il Patto di Roma, frutto di pazienti ed anche contrastati colloqui e trattative politiche.

Però, malgrado le sollecitazioni della dottrina sociale è anche vero che l’elaborazione sociale e la teorizzazione sindacale negli ambienti cattolici era quasi assente, anche per evitare tensioni col regime dopo gli scontri sull’Azione Cattolica e sullo scoutismo.                 .

Bisognerà arrivare agli scioperi del 43 per vedere coinvolti i lavoratori di tante fabbriche del Nord con i cattolici a fianco degli altri. Ed è in questo contesto di costruzione di una coscienza collettiva che può inserirsi il ruolo di Bruno Buozzi, tessitore di un filo conduttore di approcci e di rapporti diretti con le assemblee di lavoratori di Torino e Milano. Dopo la prima caduta del fascismo (25 luglio 1943) e l’incarico di commissari sindacali a Buozzi Grandi, Di Vittorio, Lizzadri, Roveda e Quarello da parte del Governo Badoglio, queste assemblee servono a dare garanzie, insieme al ministro Piccardi, sulla riattivazione di un sindacalismo libero (attraverso un accordo con Confindustria che ricostituisca le commissioni interne) e sull’uscita da una guerra che il paese non può più sopportare.

Buozzi pagherà la sua intensa attività per la ricostituzione del sindacato libero e unitario con l’eccidio da parte dei nazisti occupanti ma in fuga da Roma: e sarà ricordato da  Achille Grandi, capo storico della corrente cristiana, come sindacalista con “l’aureola del martirio”.

La riflessione odierna può portarci a dire che, anche se la storiografia dal 1970 ha identificato il Patto di Roma del 4 giugno ’44 come unità contrattata al vertice e staccata dalla realtà … sono i grandi scioperi del ’43 e poi del ’44 che saldano le rivendicazioni economiche alle rivendicazioni politiche e favoriscono la prova che è in corso una unificazione dal basso della classe lavoratrice.

Mi sembra di poter sottolineare che la crescente mobilitazione dei lavoratori in fabbrica condiziona anche il comportamento delle forze politiche, cioè ci sono margini di autonomia nella lotta, al di là di quelle che potevano essere le scadenze tattiche o militari del Comitato di Liberazione Nazionale e degli stessi partiti della Resistenza. Non che gli obiettivi e le modalità di azione della classe lavoratrice fossero sganciati dagli orientamenti generali dell’antifascismo organizzato o che impostassero una linea alternativa. Certo si ponevano complessi problemi nei rapporti con i partiti, con le rappresentanze politiche e con le loro strutture organizzative, uscendo da un prolungato periodo di silenzio o di relazioni clandestine.

E’ vero altresì che gli scioperi del ’43 hanno qualche risultato immediato come l’armistizio nei 45 giorni del governo Badoglio, ma poi tutto sembra cancellato con l’occupazione del paese da parte delle truppe naziste. Però è anche vero che dentro quella lotta c’è l’impostazione rivendicativa che poi si affermerà su scala più generale nei mesi successivi, cioè nel ’44 e soprattutto dopo la liberazione di Roma.

Certo l’aumento dei prezzi e lo spettro della disoccupazione determinava un orientamento a salvaguardare innanzitutto i livelli minimi di sopravvivenza. Poi è maturata anche la necessità di riconquistare l’agibilità politica delle fabbriche: si costruiva l’alleanza con i tecnici e con i capi reparto, cioè si passava al tentativo di introdurre forme di controllo sull’azienda.

Dunque la riflessione ci ha portato a evidenziare che temi allora dibattuti come obiettivi e strumenti per la rinascita, sono davanti a noi ancora oggi: saper coniugare autonomia e unità, se essere strumento dei lavoratori per partecipare e per trasformare la realtà.

La memoria sta a ricordarci che allora speranza e volontà non accettarono di affievolirsi malgrado la violenza distruttiva degli eventi.   

 

g.a.  appunti per la manifestazione al Teatro Carignano di Torino (9 marzo 2013)

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