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Bruno Buozzi, Un riformista alla guida del sindacalismo di ispirazione socialista

Ho incontrato e mi sono soffermato sulla figura di Bruno Buozzi in alcune occasioni della mia vita di sindacalista e poi di operatore culturale.

 

Una prima occasione che mi sovviene è il 4 giugno 1984: ero segretario della Cisl piemontese ed eravamo nel drammatico conflitto intersindacale seguito alla rottura della federazione unitaria dopo l’accordo di San Valentino. Con la passione unitaria che mi animava continuavo a intrattenere rapporti con i colleghi di Cgil (Bertinotti) e Uil (Ferro) e riuscii a organizzare una riunione regionale unitaria per ricordare il Patto di Roma del 1944.

 

Avevo trovato come unico testimone indiretto lo storico Cisl Vincenzo Saba, sardo di origine ma al tempo studente universitario a Roma e inserito in ambienti del giornalismo cattolico. Egli ci descrisse la figura di Bruno Buozzi apostolo della rinascita sindacale, e spiegò anche le motivazioni che portarono le tre confederazioni a conservarne riconoscente memoria per il suo eroico sacrificio, che come scrisse Achille Grandi (capo storico della corrente cristiana) aveva “l’aureola del martire”.

 

In verità però avevo notato, nei miei primi viaggi a Roma come dirigente sindacale visitando le varie sedi nazionali, che Buozzi era più onorato in Uil (che lo considerava il suo padre storico), e in Cisl che lo collocava tra i santi del sindacalismo democratico. Nella sede nazionale di via Po fin delle origini c’è una sala riunioni dedicata a Buozzi con un grande quadro fotografico che lo ricorda. Ed era stato Bruno Storti a darmi ragione di quella particolare dedica per via della fraterna amicizia con Achille Grandi, nata e cresciuta nel periodo della clandestinità.

 

Per me e per altri sindacalisti con un retroterra cattolico era più facile apprezzare Buozzi negli anni ’40, infaticabile tessitore delle fila per la ricostituzione del sindacalismo democratico.

 

Come organizzatore culturale ho avuto poi occasione di approfondire la figura di Buozzi nel periodo prefascista in occasione di alcune lezioni storiche sulla nascita e lo sviluppo del sindacalismo, in varie sedi anche non sindacali: per esempio a Cuneo nel 2005 in un ambiente interculturale frequentato soprattutto da giovani.

 

Intanto mi colpivano due fatti: che Bruno Buozzi a 28 anni nel 1909 fosse uscito dal cappello come giovane coraggioso ma sconosciuto, eletto a salvatore della Fiom che nelle sue diverse componenti non riusciva a trovare un accordo per la gestione della Federazione. E poi la decisione che lui stesso riesce a concludere tra i contrasti esistenti per il trasferimento della sede della Fiom da Milano a Torino. Buozzi, pur di origini operaie emiliane, nella sua crescita sociale come insegnante tecnico-professionale si era naturalizzato milanese, e so che è raro che i milanesi apprezzino l’occasione di trasferirsi a Torino. E qui a Torino lui riesce a superare la fase “spontaneistica” del sindacato costruendo una struttura organizzativa e razionale, che adotta regole di comportamento e di gestione per risolvere democraticamente a maggioranza i conflitti interni e anche le situazioni che appaiono inizialmente ingovernabili. Così nella vertenza contrattuale del 1913, garantendo la partecipazione dei lavoratori fin dalla fase di elaborazione delle richieste alla controparte (nel linguaggio successivo diventerà “la piattaforma rivendicativa”). Buozzi educa a una prassi sindacale che passa attraverso una mediazione, per arrivare a un compromesso che poi deve essere rispettato da entrambe le parti contraenti.

 

E così anche nel 1915 nella lotta per il neutralismo contro la guerra, rendendo coscienti i lavoratori che il conflitto per la conquista delle “terre irredente” avrebbe solo peggiorato le condizioni dei proletari.

 

Vorrei richiamare qui che non solo le forze socialiste, ma anche quelle cattoliche che si riferivano al movimento sindacale erano contro la guerra. E fu merito anche di Papa Benedetto XV, succeduto a Pio X alle soglie del primo conflitto mondiale, che si adoperò non soltanto per sedare i conflitti interni al mondo cattolico (fra radicali e moderati, fra modernisti e antimodernisti) ma sollecitò l’iniziativa del sindacato cristiano e si pronunciò contro i lutti e le sofferenze provocate dalla guerra.

 

Ma le sommosse che già si erano manifestate contro l’ingresso in guerra non cessarono, e Buozzi lo ritroviamo presente nella rivolta di Torino dell’estate 1917, con saccheggi e barricate, operoso per evitare una carneficina e per una composizione del conflitto che rispondesse alle ragioni che avevano scatenato il tumulto (la mancanza di pane), correndo il rischio di essere incriminato come istigatore dell’insubordinazione.

 

La sua funzione di guida al risultato contrattuale apparve molto evidente nelle rivendicazioni promosse nell’immediato dopoguerra, portando i metallurgici all’acquisizione del primo contratto nazionale (20 febbraio 1919), con l’adozione dell’orario di otto ore e successivamente dei “minimi salariali” per le diverse categorie di lavoratori.

 

Queste vicende avevano attirato molto la mia attenzione perché avevo dedicato un lavoro di ricerca alla storia dei contratti metalmeccanici nel periodo dell’Italia repubblicana, e cioè a partire dal primo contratto unitario del giugno 1948, quando c’era ancora la Fiom costituita dopo il Patto di Roma del ’44.

 

Invece ho trovato difficoltà a interpretare e ad illustrare quanto avvenne durante i “biennio rosso” con l’occupazione delle fabbriche a Torino e Milano. Certamente Buozzi, a capo di una grande organizzazione di operai metallurgici, fu un eccezionale protagonista di quegli eventi, che lo videro antagonista non solo di imprenditori influenti anche sul piano istituzionale (Agnelli, Olivetti per citarne due), ma anche con il gruppo degli “ordinovisti”che teorizzavano il doppio ruolo dei Consigli di fabbrica, cioè come nuovi strumenti della lotta politica e sindacale nelle aziende, in rappresentanza di tutti i lavoratori, anche di quelli non sindacalizzati.

 

Buozzi da coerente riformista, volendo difendere l’autonomia dell’organizzazione sindacale da quella del partito, era cauto sui Consigli che tendevano a spostare nelle fabbriche l’asse della lotta politica. La corrente comunista di “Ordine nuovo” era influenzata dal risultato dell’esperienza dei soviet in Russia, e Gramsci che era il teorizzatore dei Consigli operai subordinava le nuove commissioni interne ai commissari di reparto che costituivano la prima istanza di organizzazione e di lotta della classe operaia. L’obiettivo politico era la presa del potere nell’impresa, cioè dirigere lo stesso processo produttivo.

 

L’occupazione delle fabbriche è preceduta nell’estate 1919 dalla presentazione di “memoriali” rivendicativi delle diverse organizzazioni sindacali: Fiom, Usi, Uil e anche dai metallurgici SNOM[1] (i cattolici della Cil di Achille Grandi) questi ultimi nati appena tre anni prima. Sono tutti in competizione o in contrasto tra loro e quindi le rivendicazioni sono rifiutate e strumentalizzate dagli imprenditori che dimostrano un elevato oltranzismo. Ho trovato un Buozzi convinto ostinatamente di tenere la lotta dei metallurgici sul terreno economico e non su quello politico, cosciente che la dimensione politica del conflitto sociale doveva essere compito del Partito Socialista, il quale per una partecipazione al governo avrebbe dovuto accordarsi col Partito Popolare. Parallelamente Buozzi pensava anche al coinvolgimento del sindacalismo cattolico (in particolare Grandi e Rapelli) per la difesa delle libertà sindacali con una ”terza via” che fosse alternativa a una rivoluzione massimalista ispirata all’esperienza bolscevica, e alla dittatura fascista che appariva all’orizzonte.

 

In quel periodo confuso sul piano sindacale e politico Buozzi è un protagonista lucido: avverte che l’ipotesi riformista del “controllo operaio” appare l’unica proponibile per una mediazione del governo Giolitti, che infatti tratta e media, evitando la prova di forza reclamata dagli industriali, e spegnendo il radicalismo che nell’occupazione si proponeva la diretta gestione della produzione col potere politico in mano alla classe operaia.

 

L’accordo del 19 settembre con la mediazione del presidente del Consiglio Giolitti contiene elementi rilevanti dal punto di vista economico e normativo, con l’impegno di un progetto di legge sul controllo delle imprese. Risultato che poi si perse nella crisi di governo e nell’avanzata dell’organizzazione dei fasci che alimenterà il fascismo.

 

Su queste vicende e sulle conclusioni le difficoltà che io ho incontrato nell’interpretarle, le ho ritrovate come contraddizioni anche nei giudizi espressi cinquant’anni dopo in occasione del confronto con l’esperienza nuova dei Consigli dei delegati. Mentre si riconosce la mitologia dei massimalisti (il gigante proletario), rispetto alla concretezza della pratica riformista e al realismo delle conclusioni del settembre 1920 si esprimono giudizi di opportunismo per aver evitato il tema del controllo operaio dello Stato. Anche se poi c’è chi riconosce che nella nuova situazione, figlia dell’autonomia sindacale, si è realizzata la capacità di “assumere un ruolo e una funzione politica nella vita del paese anche se con diversi modi di approccio da quelli del partito politico presentandosi proprio come quel sindacato per il quale si battevano gli ordinovisti”[2].

 

Per me è più utile osservare che in quella fase storica c’era il primo fallimento della costituzione dei consigli di sorveglianza che, dopo il secondo fallimento per i consigli di gestione negli anni del secondo dopoguerra, sono davanti a noi come problema e come obiettivo ancora oggi.

 

                                                                                 Giovanni Avonto        

                                                                  Presidente Fondazione Vera Nocentini



[1] Sindacato Nazionale Operai Metallurgici, affiliato alla Cil.

[2] I Consigli operai, ed. Samonà e Savelli, Roma, 1972. Interventi di Sergio Garavini (pp. 24-32) e Bruno Trentin (pp. 167-168).

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