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I miei ricordi giovanili su Karol Wojtyla, di Giovanni Avonto

Quando scompare un amico la  nostra mente ricapitola i rapporti vitali che hanno alimentato la reciproca conoscenza umana e l'amicizia.

 

La dipartita di Papa Giovanni Paolo II mi ha richiamato le tante occasioni di incontri ravvicinati in questi 26 anni di pontificato: in particolare la visita a Torino nel 1990 durante gli "anni di piombo" delle brigate rosse, a Ivrea nel 1990 ed il confronto con i lavoratori Olivetti e Lancia, l'udienza in Vaticano dei dirigenti sindacali Cisl….Ma queste occasioni sono state collettive e molti fra noi ne possono parlare.

 

C'è invece un incontro personale giovanile che scavando nella memoria mi sovviene ora chiaramente: anno 1960 a Cracovia.

Io ero studente al quarto anno di Politecnico a Torino e per la prima volta si apriva la possibilità di "stage" estivo in Polonia presso alcune fabbriche. Io ero attirato da quest'occasione che si offriva a un gruppo di studenti italiani, sia per la curiosità di conoscere un paese allora catalogato "oltre cortina", sia per la caratteristica storicamente cattolica della Polonia che aveva costretto il comunismo ad accettare una sorta di "coesistenza".

 

Dopo il dramma dell'Ungheria e il malcontento espresso dagli operai di Poznan, dall'ottobre 1956 in Polonia era in atto un "disgelo" che aveva rimesso alla testa del potere Wladislaw Gomulka, rigorosamente comunista ma autonomista rispetto all'URSS e con aperture cautamente liberali rivolte anche ai rapporti con l'Occidente. Ma i miei desideri erano raffreddati da Dario Oitana, presidente dalla Fuci torinese e di madre polacca, il quale mi descriveva i pericoli dei controlli polizieschi.

Con qualche precauzione rispetto a questa messa in guardia intrapresi questa esperienza che doveva durare circa due mesi, ospite presso la fabbrica di cavi elettrici KFK (con tutta probabilità le officine riconvertite rappresentate in Schindler list). La precauzione fu di procurarmi l'amicizia di uno studente d'ingegneria di Cracovia con cui avere ordinari rapporti per conoscere e potermi muovere in quella realtà.

 

Questo amico studente Marek mi condusse una domenica mattina alla Chiesa di Sant'Anna alla messa frequentata dai giovani universitari e guidata dall'assistente monsignor Karol Wojtyla, a quell'epoca vescovo ausiliare di Cracovia.

Dopo la messa fui messo a contatto con questo assistente vescovo, con cui finalmente potevo parlare in italiano. Meravigliato dalla mia curiosità e dall'azzardo con cui mi ero spinto in Polonia, mi domandò come avevo conosciuto Marek, ed allora io gli raccontai che, dopo essermi iscritto per lo stage a Cracovia, a seguito della messa in guardia ricevuta a Torino come sondaggio sulla liberalizzazione del regime avevo spedito una lettera alla curia arcivescovile di Cracovia pregando di segnalarmi uno studente con cui intraprendere una corrispondenza da trasformarsi poi in frequentazione durante la mia permanenza. La curia girò la mia lettera alla redazione del periodico cattolico Tygodnik Powszechny (settimanale universale) ove lavorava una signora madre di Marek, la qual fu ben lieta di spingere il figlio a scrivermi e di inviarmi anche copia del settimanale. E dunque rassicurato da questi segnali positivi ero partito fiducioso non solo di fare un'esperienza tecnica in fabbrica ma anche di conoscere la vita del cattolicesimo in Polonia.

 

La discussione sui miei interessi portò monsignor Wojtyla a indirizzarmi ai cosiddetti "Club degli intellettuali cattolici" che ruotavano intorno ad alcune riviste: Znak  (il segno), moderato ma intransigente col regime, con una équipe alla quale collaborava egli stesso. E in particolare mi mise in contatto con una sua amica sociologa Maria Wladyka, che io poi conobbi come una fervente discepola di Wojtyla, più volte in Italia durante il pontificato di Giovanni Paolo II.

 

Mi indicò anche un altro gruppo di intellettuali di Varsavia, facente capo alla rivista Wiez (il vincolo), di tendenza più d'avanguardia nel dialogo col regime, rispetto al quale aveva strappato l'elezione di 4 deputati cattolici. Di questo altro gruppo conobbi poi Jan Prokop che negli anni Ottanta ha ricoperto la cattedra di letteratura polacca all'Università di Torino.

 

Queste occasioni di incontri alla messa di Sant'Anna si ripeterono per alcune domeniche e potei apprezzare, naturalmente solo dalla conversazione in italiano, l'attenzione partecipativa di Karol Wojtyla alla mia introduzione nella società polacca ed anche le sue aperture culturali, che certamente derivavano dagli studi effettuati a Roma.

 

Due anni dopo, già laureato e impiegato in un'azienda metalmeccanica, chiesi il visto per tornare come turista in Polonia: ma l'ambasciata me lo negò per due volte consecutive, con la motivazione che il mio precedente soggiorno aveva realizzato rapporti non graditi. Dunque alla fine il mio amico Oitana aveva avuto ragione sull'avvertimento che pur nella liberalizzazione il regime controllava i suoi visitatori.

 

                                                                                   

Torino, 5 aprile 2005                                                                                        Giovanni Avonto

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