FONDAZIONE CULTURALE "VERA NOCENTINI"

La vertenza Fiat nell'autunno del 1980

 


 

 

Su "Via Po" inserto culturale di Conquiste del lavoro del 25-26 nov. 2000

in collaborazione con la Fondazione "Vera Nocentini"

INDICE

La memoria di un conflitto vent'anni dopo, di Giovanni Avonto

Sulle ceneri del 1980, la costruzione di un sindacato diverso, di Tom Dealessandri

Le lotte alla fiat nel 1980, di Domenico Liberato Norcia

Memorie divergenti e rappresentazioni insufficienti, di Giuseppe Berta

Autunno ‘80: nessuno ci fece capire il perché’, di Maria Teresa Arisio

Intervista a Pierre Carniti, di Bruno Liverani

 

 

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Torna alle iniziative....

 

Nel corso del 1980 alla Fiat si apriva una vertenza che riguardava il suo processo di ristrutturazione indotto dalla crisi economica e produttiva. La difficile trattativa sindacale si tramutò in uno scontro frontale fra il movimento sindacale ed il nuovo amministratore delegato Cesare Romiti: all’annuncio di 14.469 licenziamenti venne risposto con un presidio ai cancelli delle varie portinerie che bloccò l’attività dell’azienda per 35 giorni. Finché sotto la pressione di tre eventi, ossia la crisi di governo, la pubblicazione della lista di 23.000 cassaintegrati a zero ore che sostituiva i licenziamenti, ed infine la cosiddetta "marcia di 40 mila quadri e capi Fiat" che reclamavano la ripresa del lavoro, venne firmato un accordo che costituì un condizionamento pesante per il sindacato e per i lavoratori, ma che determinò poi nella seconda metà degli anni Ottanta un cambiamento delle relazioni sindacali nel nostro paese.

 

 

 

LA MEMORIA DI UN CONFLITTO VENT'ANNI DOPO

Le difficoltà di una riflessione positiva sulle scelte del sindacato

nella gestione della vertenza 1980

 

 In queste ultime settimane la conclusione della vertenza Fiat nell'autunno del 1980 è stata ampiamente ricordata dai media ed anche da un convegno organizzato a Torino dall'Unione Industriale assieme all'Archivio Storico Fiat. Bisogna subito dire che gran parte degli articoli comparsi sui giornali non sono sfuggiti al risucchio celebrativo, cioè ricordare per celebrare la vittoria della "marcia dei quarantamila" sui 35 giorni di estremismo conflittuale del sindacato e di occupazione operaia dei cancelli aziendali.

Anche nel convegno torinese ("A vent'anni dall'autunno '80"), malgrado nell'introduzione di Giuseppe Berta venisse offerto come occasione per tentare di ricostruire una storia condivisa dalle parti sociali che vent'anni fa si scontrarono, e in particolare per riflettere sul passaggio di fase nelle relazioni industriali determinato da quell'evento, il tema in troppi interventi è stato impostato sul vissuto personale e cioè sulle emozioni e passioni dell'epoca. E soprattutto ha colpito l'estremismo interpretativo di ex dirigenti Fiat come Romiti e Callieri, che hanno ripetuto pari pari l'opinione cristallizzata che esprimevano all'epoca.

In particolare l'ex amministratore delegato Fiat ha ripreso la tesi centrale della sua intervista pubblicata nel 1988 nel libro di Giampaolo Pansa ("Questi anni alla Fiat"), e cioè che il decennio '70 era stato un periodo di errori della Direzione Fiat la quale aveva adottato una politica di accondiscendenza contrattuale verso il sindacato e poi era soggiaciuta ai soprusi di quella "classe" che credeva di avere le officine in mano, e che solo con la contrapposizione di altri "quarantamila" lavoratori in marcia era stato possibile ridurre alla ragione, voltando pagina. Carlo Callieri, ex vicepresidente della Confindustria, ha ribadito più volte la tesi ideologica, ampiamente propagandata durante e precedentemente al conflitto dell'autunno '80: cioè una contiguità, che diventava continuità, tra lotte sindacali, estremismo e terrorismo.

A Torino l'unico rappresentante di partito, Piero Fassino, all'epoca responsabile fabbriche del Pci ed oggi ministro, ha preferito indugiare sul sindacato e sulla crisi Fiat, rimproverando al sindacato la sottovalutazione delle reali difficoltà in cui versava l'azienda e il non aver prestato attenzione a una inchiesta svolta nel '79 dal Cespe che dimostrava l'orientamento moderato dei lavoratori Fiat verso una possibile cooperazione fra operai e padroni. L'unico argomento esposto che toccava l'atteggiamento del partito, erano le difficoltà del Pci nell'80 a governare i propri militanti dopo la decisione di rompere col governo di unità nazionale.

Ancora si può aggiungere la testimonianza un po' più cauta di Cesare Annibaldi, allora anch'egli un protagonista di parte aziendale, il quale ha collocato l'origine della conflittualità degli anni '70 nell'assenza di una cultura industriale soprattutto negli immigrati meridionali e quindi la loro facile strumentalizzazione.

Sono intervenuti come sindacalisti dell'80 Giorgio Benvenuto e Claudio Sabattini, che hanno ricordato con argomenti diversi l'importanza della contrattazione. Il primo ha sostenuto che il negoziato sviluppato fra Fiat e Sindacato fra settembre e ottobre '80 fu fatto precipitare dal cambiamento di quadro politico e dalla "marcia dei 40.000"; mentre il secondo ha fatto leva sugli opposti interessi di capitale e lavoro che possono essere riconciliati solo con la contrattazione. Dunque le memorie sono di parte, contrastanti e non è stato possibile acquisire l'obiettivo di far storia comune.

Merita partire dalle diverse motivazioni sul contrattualismo, per portare qualche riflessione sulle conseguenze di quegli eventi e in particolare su qualche ricostruzione del loro svolgimento.

Un crocevia per il sindacato

Si può oggi valutare che nel corso del decennio Settanta in alcuni casi la conflittualità esasperata alla Fiat, pur legata a condizioni concrete difficili come la gravosità e la nocività, aveva perso il rapporto diretto con la contrattazione, trasformandosi in pura contestazione e insubordinazione, tanto da frustrare il governo della organizzazione industriale e da offrire spazi di insinuazione ad una mentalità estremistica e alla microviolenza , che si manifestava nelle lotte e nei cortei interni nei confronti della gerarchia aziendale. Nella mentalità dei lavoratori c'era forse una sottovalutazione del fenomeno terroristico. L'offensiva del terrorismo nella seconda metà degli anni '70 convinse l'azienda a rendere ultimativo lo scontro a cominciare dal licenziamento nell'autunno '79 di 61 operai accusati di estremismo conflittuale. L’operazione veniva accompagnata dalla diffusione di un clima culturale e sociale che individuava nel conflitto in fabbrica l’origine del terrorismo. Ma il sindacato, dopo la prova di forza dimostrata nel Contratto 1979, non era disattento all'estremismo e al terrorismo: in particolare a partire dal sequestro Moro l'azione di vigilanza divenne di massa ed esplicita nelle assemblee, nei volantini e nelle manifestazioni. Venne rifiutata la delazione anonima delle espressioni di terrorismo e si educarono delegati e dirigenti ad assumersi la responsabilità delle denunce alla Magistratura; si condannarono apertamente le manifestazioni di messa alla gogna dei capi; ancora si difesero tra i licenziati per estremismo conflittuale solo coloro che abiuravano per iscritto all'organizzazione terroristica.

L'urgenza di sconfiggere il terrorismo suggeriva una cooperazione fra le parti sociali, che non poteva prescindere dall'utilizzo dello strumento della contrattazione per decidere congiuntamente gli interventi necessari; ma l'azienda nei rarefatti incontri col sindacato di categoria preferì mantenersi le mani libere e mettere in guardia i livelli confederali. Dunque nell'emergenza ognuna delle parti sociali doveva vedersela autonomamente col proprio mondo. E ciò non aiutava certamente il controllo dell'estremismo e il recupero dell'efficienza produttiva. C'era bisogno di maggior dialogo e invece si inalberava la separatezza, rafforzando così le posizioni che anche nel sindacato erano contro la cooperazione.

Romiti che guidò allora l'impostazione aziendale rimprovera, oggi come ieri, al sindacato la sua mania di contrattare tutto. Nella primavera dell'88 quando dopo otto anni si ritornava a parlare di "vertenza Fiat" come occasione per il sindacato di recuperare innovazioni nella contrattazione e nelle relazioni sindacali con la controparte, ma soprattutto di portare la riflessione e il dialogo sulla situazione dei soggetti rappresentati cercando di sanare la ferita ancora aperta tra lavoratori e sindacato, Romiti nella sua intervista metteva in guardia l'opinione pubblica (anche quella dei lavoratori) che il sindacato ha sbagliato quasi sempre e sta per sbagliare un'altra volta riproponendo la vertenzialità collettiva. Callieri è tornato oggi a sottolineare un'opinione presente in Confindustria, ossia che la modernizzazione dell'impresa e quindi del paese è stata possibile solo sbarazzando il contrattualismo.

Vorrei ricordare, quasi in contraddizione, il libro di Gad Lerner pure dell'anno '88 (titolo "Operai"), in cui dai dialoghi e dalle descrizioni gli operai, malgrado le sofferenze ed i disagi pagati dopo la sconfitta dell'80, dimostravano di aver conservato qualità umane e memoria superiori a quelle della classe vincente: mancava il sarcasmo e lo spirito di rivalsa nei confronti dei capi che aveva invece attraversato varie fasi degli anni '70, ma permaneva il senso della propria dignità, e la quotidianità della fabbrica non assorbiva tutte le aspirazioni, proiettate in particolare sulla generazione dei figli.

E bisogna tener conto che tutta la prima parte degli anni '80 fu una stagione di emergenza, in cui il sindacato aveva accantonato le rivendicazioni per gestire crisi, ristrutturazioni e innovazioni tecnologiche, senza tenere il passo del benessere per i lavoratori e lasciando che la produttività fosse tutta drenata verso investimenti e profitti, senza redistribuzione.

Nel decennio Settanta il management sogna la fabbrica robotizzata e quindi senza operai per costruire le automobili e senza conflittualità sociale; le relazioni industriali individualizzate, perché l’automazione ha già le sue regole ; dunque un rilancio costruito mettendo insieme tagli occupazionali e investimenti tecnologici.

Questa complessità delle situazioni storiche suggerisce prudenza a parlare oggi di autunno '80 come sconfitta del sindacato e del contrattualismo: non solo perché è evidente che nei 20 anni trascorsi la storia delle relazioni sindacali alla Fiat si è poi sviluppata con negoziati, accordi e conflitti, questi ultimi anche all'interno del sindacato, non collegabili al modello di quell'epoca; ma c'è anche di mezzo, circa 10 anni dopo, la scoperta da parte dello stesso Romiti che la Fiat era un colosso dai piedi d'argilla senza la cooperazione fra tutte le parti dell'azienda, cioè c'era bisogno di negoziare col sindacato la partecipazione al perseguimento della qualità.

La crisi strutturale della Fiat

Dunque occorre riflessione e ricerca attenta, non per stabilire se su sponde opposte nell'80 era più classista Romiti o il sindacato. Ma per acquisire coscienza su un problema serio e drammatico allora ed attualissimo ancora oggi: cioè se la cultura dell'impresa debba essere orientata solo al mercato oppure anche alla sua funzione sociale.

Allora ritorniamo alla situazione aziendale di quell'epoca. Non è affatto vero che nel sindacato e tra i lavoratori non ci fosse coscienza della crisi della Fiat, una crisi non di congiuntura, ma strutturale, tecnologica e organizzativa, che le faceva perdere terreno sui mercati.

Nel marzo '80 ci fu un convegno nazionale di due giorni organizzato a Torino da Fim, Fiom e Uilm, proprio per discutere questa situazione (in anticipo rispetto ad una coscienza ancora poco diffusa nel management Fiat, che non mostrava sensi di colpa per gli effetti negativi sull'azienda dell'immigrazione di massa, e visto che le assunzioni di operai continuarono fino ai primi mesi dell'80). La conclusione di quel convegno fu la decisione di aprire con Fiat una vertenza che in sostanza doveva porre al centro della discussione "la crisi". Nella mente di sindacalisti e delegati c'erano i casi precedenti di grandi imprese, come Olivetti e Montefibre, le cui ristrutturazioni partendo da uno scontro drammatico erano poi state gestite con accordi che prevedevano metodi flessibili nell'uso, nel recupero e nello smaltimento di grandi quantità di manodopera eccedente. Da questi casi si rendeva ben presente come pericolo, prima della sconfitta, la dissoluzione della identità operaia fatta di lavoro e di rapporti sociali (acquisita anche dai "contadini meridionali" che a Torino si erano trasformati in operai).

Credo sia invece da rimuovere il giudizio che i delegati sindacali ed i lavoratori fossero fermi ad una coscienza "vetero classista", ossia che la crisi è un'invenzione padronale per colpire il movimento operaio e per far arretrare i suoi punti di forza. La "vertenza Fiat" dell'80 non fu costruita come un'operazione intellettuale o come un evento scontato nel ciclo della contrattazione aziendale, oppure come una semplice risposta difensiva ai processi di ristrutturazione della grande impresa indotti dalla crisi economica e produttiva. C'era un rallentamento nei tassi di crescita dei consumi che dal livello europeo e nordamericano si rifletteva rapidamente anche nel nostro Paese, sconvolgendo ambizioni e strategie di maggior sfruttamento degli impianti al nord.

L'analisi delle difficoltà interne ed esterne di questa grande azienda portava il sindacato a giudicare che esse non erano risolvibili come semplici questioni di governabilità della forza lavoro e quindi di una contrattazione più flessibile e disponibile verso il perseguimento di una maggior produttività; ma investivano l'intera strategia di sopravvivenza di un settore tradizionalmente portante dello sviluppo italiano. Occorreva perciò un programma di impresa collocato dentro un piano nazionale del settore auto, in modo che le politiche nazionali e aziendali fossero tempestive rispetto agli effetti disgreganti della crisi, e perciò l'intreccio crisi - ristrutturazione potesse essere affrontato con misure sopportabili (anche con risposte positive ai problemi di organizzazione del lavoro e di produttività dell'impresa). La trattativa con la parte imprenditoriale e con il Governo su queste questioni ebbe presto ad arenarsi con l'annuncio del ricorso alla cassa integrazione ordinaria per 78.000 lavoratori.

L'11 settembre: "Ai cancelli!"

Nel sindacato ai vari livelli gli atteggiamenti non erano predeterminati e cristallizzati: l'apertura del negoziato con la messa sul tavolo della cassa integrazione verticale per due giorni alla settimana fu affrontata cercando di non favorire la drammatizzazione dello scontro fin dall'inizio, e di portare la verifica sull'utilizzo di altri strumenti per far fronte a documentate eccedenze di manodopera. La crescita e la disciplina della lotta contribuirono inizialmente da un lato a compattare i lavoratori e dall'altro a isolare la Fiat.

All'aggravamento dei rapporti l'11 settembre con l'ulteriore annuncio di 14.000 licenziamenti fu assunta la decisione di "andare ai cancelli", senza un programma di articolazione della lotta. Chi decise il presidio ai cancelli? Non alcuni gruppi di facinorosi (o di particolari estremisti torinesi), ma fu una decisione collettiva di tutto il sindacato (confederale) per impedire settarismi o strumentalizzazioni.

Non fu certo una decisione semplice, perché di fronte ai licenziamenti bisognava coinvolgere tutti nella mobilitazione a sostegno della trattativa, ma il timore che "l'occupazione" degli stabilimenti diventasse occasione di scontro più radicalizzato e politicamente insostenibile condusse a quella decisione dei cancelli. Nel suo folclore e nell'intenzione di ricorrere a una pratica meno violenta ed estremista, col passare dei giorni però non favoriva il dialogo con tutti i lavoratori e la riflessione sulla conduzione della stessa lotta; e finiva per diventare solo una resistenza contro l'ingresso e l'uscita dalla fabbrica.

Pur essendo ridottissimo lo spazio per la trattativa, perché la Fiat intendeva espellere con mobilità esterna gli operai eccedenti ma anche i delegati e militanti sindacali più combattivi, gli incontri proseguivano fra le parti nel tentativo di evitare i licenziamenti. La situazione però ebbe a precipitare a fine settembre per crisi del governo e per l’affissione ai cancelli delle liste per la Cig con relative lettere personali agli interessati.

Si può valutare come un altro errore del sindacato il non aver avuto la forza e il coraggio di rientrare in fabbrica, dopo che il 29 di settembre con la caduta del governo Cossiga la Fiat aveva trasformato i licenziamenti in cassa integrazione speciale per 23.000 lavoratori.

Era una operazione di disaggregazione orizzontale dei lavoratori e di divisione gerarchica di interessi (il diritto a lavorare per i garantiti contro il diritto all'occupazione per gli "eccedenti") che rendeva precaria l'unità nella lotta e anche il rapporto fra il gruppo dirigente che conduceva la trattativa, i delegati e i lavoratori.

Così non si impedì il formarsi di un fronte contrapposto, quello cosiddetto dei "quarantamila" che esigevano di poter esercitare il loro lavoro "garantito". Con un rientro in fabbrica sarebbe forse stato possibile costruire occasioni di confronto e comprensione.

Da questi tentativi di ricostruzione e analisi più attenta si capisce come la storia di questa "vertenza", pur piena di errori personali e collettivi, necessiti di un dibattito meno passionale e ideologico rispetto alle occasioni di cui abbiamo riferito. Ma anche oggi rimane aperto il problema se si debba riconoscere una supremazia alle ragioni dell’impresa, piegando quindi ad essa le condizioni dei lavoratori e gli interessi della società.

 

Giovanni Avonto

Fondazione "Vera Nocentini"

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SULLE CENERI DEL 1980,

LA COSTRUZIONE DI UN SINDACATO DIVERSO

Il passaggio dal modello contrattuale conflittuale al modello contrattuale partecipativo e le nuove relazioni sindacali maturate nella seconda metà degli anni Ottanta.

 

In quell’autunno di vent’anni fa, a fronte dell’annuncio della Fiat di licenziare 14.469 lavoratori, la scelta di lotta e di blocco dei cancelli diventò inevitabile per il sindacato.

In trent’anni era la prima volta che la Fiat poneva un problema non di contenimento della produzione – con cui ci si era confrontati dalla crisi petrolifera d’inizio anni Settanta in poi – quanto piuttosto di drastica riduzione del personale, aggravata dal fatto che sino all’aprile 1980, l’azienda aveva continuato ad assumere, per raggiungere l’obiettivo postosi a inizio anno di un punto di pareggio a due milioni di vetture prodotte.

Nel mese di maggio ci fu una svolta che fissò le basi per lo scoppio della crisi di settembre: la decisione della dirigenza Fiat di portare il punto di pareggio a un milione e 250mila vetture prodotte, cercando così il livello più basso delle possibilità di mercato della Fiat stessa.

Con l’annuncio dei licenziamenti, lo spazio per un accordo, anche parziale, non ci fu.

Anche nel passaggio dalla decisione di licenziare a quella di mettere in cassaintegrazione, avvenuta dopo la caduta del governo Cossiga, il tentativo del sindacato di trovare dei criteri oggettivi su chi sarebbe stato messo in cassaintegrazione, per evitare delle discriminazioni, venne annullato dall’azienda, con l’affissione ai cancelli, il giorno dopo alle 6 del mattino, quando ancora aspettavamo una risposta in merito ai criteri, della lista dei 23mila cassaintegrati, che non furono più lasciati entrare in fabbrica.

Il blocco totale si dimostrò così sia un punto di forza del sindacato, ma altrettanto un punto debole, perché non si riuscì a mantenere per un lungo periodo.

Penso che un’articolazione della lotta non sarebbe stata capita dai lavoratori, avrebbe messo in contrasto i lavoratori tra loro. Bisogna ricordare la forte presenza di gruppi extraparlamentari in quegli anni in Fiat, che avrebbero creato non pochi problemi. Avrebbe potuto creare una spaccatura fra i cassaintegrati e coloro che invece non rientravano in quelle liste: i primi perché discriminati, i secondi in quanto in difficoltà a lottare all’interno della fabbrica, senza l’appoggio dei compagni lasciati fuori dai cancelli.

Invece, fu proprio il blocco totale a permettere di opporsi unitariamente alla scelta unilaterale dell’azienda, lavoratori nelle liste di cassaintegrazione e lavoratori ancora in forza alla Fiat.

Il sindacato è stato accusato, ancora in questi giorni di celebrazione dei vent’anni dell’accordo del 1980, di non avere capito la crisi industriale che si era determinata.

Il sindacato, invece, la crisi l’aveva compresa ma riteneva possibile affrontarla in modo diverso, con contratti di solidarietà, riduzione di orario, mobilità contrattata. Inoltre, ad aggravare il tutto, la certezza che la crisi sarebbe stata usata dall’azienda come rivalsa sul sindacato.

Questo è dimostrato dal fatto che, all’interno dei 23mila, il numero di iscritti al sindacato era assai maggiore che il tasso di sindacalizzazione interno alla Fiat. Per citare un esempio, a Chivasso, su tredici delegati Fim, undici furono messi in cassaintegrazione.

Ora, preso atto che la crisi c’era e andava affrontata, dato anche il fatto che l’accordo raggiunto dopo i 35 giorni non venne gradito dalla maggior parte dei lavoratori e nella memoria storica italiana rappresenta una sconfitta del sindacato, io affermo che quell’accordo fu positivo.

Teniamo conto di una questione ulteriore. La Fiat era un’azienda dove vi era un’altissima conflittualità, dovuta a condizioni di lavoro oggettivamente pesanti, ma anche un’azienda con un tasso di fidelizzazione lavoratori-azienda altrettanto elevato. Un operaio Fiat faceva sciopero perché non gli cancellassero la scritta Fiat dalla tuta, non comprendendo che le sicurezze del posto in Fiat venivano meno per ragioni di mercato che si collocavano ben al di sopra della testa dei lavoratori.

Fu un accordo positivo perché garantì – pur con molte sofferenze, ricordiamo che in cinque anni la Fiat ridusse il proprio personale di 50mila unità – a tutti o un altro posto di lavoro oppure strumenti economici di sostegno e di accompagnamento alla pensione.

Pur con una crisi territoriale enorme e ovvia in quanto legata alla crisi Fiat, la maggior parte degli espulsi dalla Fiat venne collegata ad una nuova occupazione, non solo nel privato, ma con una legge ad hoc, voluta dal sindacato, anche nel pubblico. Un accordo che da quella data in poi venne usato per difendere altri lavoratori.

Lo sconforto maggiore e la perdita di fiducia nel sindacato venne soprattutto dal rendersi conto che gli anni Settanta erano definitivamente tramontati, era finita un’epoca. I lavoratori sarebbero stati sempre i protagonisti della società in cui vivevano, ma in un modo diverso e molto meno alla ribalta di come era stato nel decennio precedente.

Se la lotta dell’autunno 1980 venne gestita in maniera sostanzialmente unitaria, le cose cambiano molto negli anni che seguirono.

In Cgil il 1980 venne rimosso. Il gruppo dirigente che gestì la lotta e giunse all’accordo venne messo da parte. Si fece pagare a dei singoli individui quello che era invece un problema di tutta l’organizzazione.

Ben diversamente andarono le cose in Fim ed in Cisl.

Si aprì una discussione, che non cercava responsabilità di singoli, ma portò invece a comprendere due questioni che avrebbero portato ad un cambiamento delle relazioni sindacali negli anni a venire. Da una parte si capì che il mondo economico sarebbe stato dominato dall’internazionalizzazione dei mercati – premessa a quella che oggi conosciamo come globalizzazione – ; le automobili ed in generale ogni manufatto si sarebbe costruito dove c’era la domanda e non più in singole parti del mondo per essere poi esportato. Dall’altro lato si comprese che l’evoluzione tecnologica avrebbe modificato nettamente le condizioni di lavoro, oltre che a portare ad un inevitabile risparmio sulla manodopera.

Sulle ceneri della lotta dell’autunno caldo si costruirono le basi che portarono, a metà anni Ottanta, al passaggio dal modello contrattuale conflittuale, nel quale il conflitto era un dato di misurazione dei rapporti di forza, ad un nuovo modello, sempre contrattuale, ma nel quale si cercava una partecipazione alle scelte e alle decisioni di politica industriale.

Grazie alla Cisl, nacque un sindacato diverso, e nacquero relazioni sindacali diverse.

L’accordo Fiat del 1985 chiuse il processo avviato nel 1980. Per cinque anni non si fecero richieste salariali al fine di attenuare i problemi sorti sul fronte della riduzione di personale.

Nel 1988 vi fu il primo vero accordo integrativo, basato sul nuovo modello partecipativo di relazioni sindacali, che la Fiom non accettò, ancora intrisa da un modello di condotta conflittuale proprio di dieci anni prima.

Oggi, tuttavia, non siamo ancora di fronte ad un fatto compiuto nella modifica delle relazioni sindacali. C’è ancora molto da proseguire su questa strada, partendo però da un punto fermo.

Non ha senso usare il 1980 per addossarsi reciprocamente le responsabilità di quanto accadde, ma piuttosto come partenza per interrogarsi e porsi l’obiettivo di migliorare questo modello nuovo di relazioni sindacali che ci deve accompagnare negli anni a venire.

Ciò se si pensa, come penso io, che in realtà non si può vivere una storia – industriale ma non solo – senza collegarla a come si regolano i rapporti e a come i protagonisti trovano dei modi per essere partecipativi e svolgere il loro ruolo, facendo sì che tanto l’impresa quanto i lavoratori possano partecipare e governare il cambiamento, nell’interesse comune.

Questo io ritengo sia l’insegnamento che ci è venuto dalle scelte, dagli errori, ma soprattutto dai risultati ottenuti quell’autunno di vent’anni fa ai cancelli della Fiat.

 

Tom Dealessandri

Segretario generale UST-Torino

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LE LOTTE ALLA FIAT NEL 1980

 

All’interno del consiglio di fabbrica si era sviluppato un aspro dibattito volto alla conquista di un processo di programmazione e a rivendicare un modello di contrattazione nei confronti della direzione Fiat, da praticare all'interno della fabbrica, escludendo l’intervento esterno dell'Unione Industriale.

Nel consiglio di fabbrica vi era una presenza rappresentativa ai vari livelli, impegnata nella ricerca di obbiettivi unificanti, da proporre nei coordinamenti e negli esecutivi, e nel collegare le iniziative di lotta con l'andamento delle trattative. Questo tipo di organizzazione aveva raggiunto un buon livello di funzionamento e pertanto incominciava a preoccupare i vertici dell'Unione Industriale, ma destava qualche preoccupazione anche nei vertici delle forze politiche e sindacali .

Per conseguenza si cominciava ad avvertire all'interno del consiglio di fabbrica la pressione che proveniva dall'esterno. Durante quel periodo di aspre lotte, questa pressione divenne sempre più crescente, in sostanza si sentiva nell'aria che tanto le forze in campo quanto i metodi di lotta non erano più tollerati. Era evidente che una forza che aumentava sempre più destava notevole preoccupazione se non altro per il fatto che era di difficile governo.

Nei primi dieci giorni di presidio ai cancelli tutto era andato per il meglio; davanti alle porte di Mirafiori l’organizzazione funzionava molto bene sia per quanto riguardava i ricambi dei turni fra i delegati, che per la presenza esterna di provenienza sindacale ed anche di forze politiche.

Ma la lotta pesava sulle nostre spalle e nei nostri pensieri incominciavano ad insinuarsi seri dubbi sul metodo di lotta, al punto tale che alcuni delegati non partecipavano ai presidi sui cancelli. Di conseguenza anche la partecipazione di molti operai incominciò a scemare, quando questi dubbi si diffondevano e diventavano opinione comune. Si palpava nell'aria che anche le forze politiche non erano poi tanto disponibili a sostenere queste modalità di lotta e questo lungo e duro braccio di ferro con l’azienda.

In me cresceva di giorno in giorno la convinzione che ormai questa nostra battaglia non avrebbe avuto una buona fine.

Tra i delegati incominciavano a moltiplicarsi i ma e i se in tutte le occasioni.

Ed è per questo che colsi l'occasione della presenza di Berlinguer, che era venuto a fare visita ai lavoratori in lotta davanti alle porte della Fiat, per capire quale posizione avesse il Pci. Berlinguer era reduce da un comizio tenuto a Bologna, nel quale erano stati espressi forti moniti nei confronti della Confindustria, perché si pervenisse ad una soluzione positiva circa la vertenza Fiat.

La domanda che feci all’on. Berlinguer fu: "Se gli operai Fiat decidono di procedere per l'occupazione delle fabbrica, il partito comunista è disposto a sostenere questa lotta?".

E lui mi dette una risposta, che tutti i presenti hanno potuto sentire, che per me era soddisfacente(*). Era la risposta che mi aspettavo, dopo quello che Berlinguer aveva detto a Bologna.

 

D. Liberato Norcia

Operaio e delegato Fiat 1980

 

(*) "Nell’eventualità che, trovandosi di fronte a un ritardo nella soluzione della vertenza e a un’intransigenza persistente da parte dei dirigenti Fiat, si debba giungere a forme più acute di lotta, comprese forme di occupazione … queste forme di lotta dovranno essere discusse e decise dal sindacato e dai lavoratori stessi nelle loro assemblee. Se si giungerà a questo, è evidente che ci dovrà essere un grande movimento in tutto il paese per sostenere i lavoratori che saranno impegnati in quelle più acute, più stringenti e anche più pesanti forme di lotta. e in questo senso, potete esserne certi, vi sarà l’impegno politico, organizzativo e anche di idee e di esperienza del partito comunista …" (Enrico Berlinguer, 26 settembre 1980 alla porta 5 di Mirafiori e al comizio serale in piazza S. Carlo)

 

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MEMORIE DIVERGENTI E RAPPRESENTAZIONI INSUFFICIENTI

 

L’autunno ’80 alla Fiat è entrato da tempo a pieno titolo nella storia dell’Italia contemporanea. Figura, per esempio, in alcune fra le opere più note dedicate all’Italia repubblicana, che si richiamano a quella vicenda come a un momento importante di scansione della storia recente della nostra società. Ad esso è diventato comune riferirsi come a una "svolta", una delle fasi non numerose di discontinuità in un percorso di evoluzione di cui si fanno spesso risaltare soprattutto le costanti. Quando si cita l’autunno ’80 si evoca immediatamente un punto di cambiamento, un segnale di trasformazione degli equilibri sociali, un po’ come è avvenuto per altri eventi storici che hanno avuto Torino come protagonista e come scenario: si pensi ad altri momenti dotati di grande forza evocativa come l’occupazione delle fabbriche del settembre 1920 o come, in un’epoca più vicina, l’"autunno caldo" del 1969, l’altro autunno della storia sindacale del Novecento, simbolo anch’esso di una discontinuità e di una frattura negli equilibri dell’industria e della società che intorno alla produzione industriale si è configurata.

In questo senso, dunque, ritroviamo l’autunno ’80 ormai collocato nelle storie dell’Italia di fine secolo e fatto oggetto di numerose analisi sociologiche. Ma esso è entrato ormai nel novero dei riferimenti condivisi, parte integrante di un sentire collettivo e di una cultura diffusa, cementata anche dal cinema e dalla letteratura: basti qui ricordare un romanzo discusso e controverso come Le mosche del capitale di Paolo Volponi, l’ultimo dei romanzi dedicati al mondo dell’industria.

Soprattutto, però, l’autunno ’80 è tornato nelle testimonianze e nei ricordi di coloro che in vario modo hanno vissuto quelle giornate e, soprattutto, hanno ritenuto di esserne stati condizionati, al punto talvolta di rileggere le loro biografie a partire da quegli avvenimenti. La memorialistica a questo proposito è ricchissima: qualche anno fa, l’Archivio storico Fiat ha realizzato una bibliografia relativa all’azienda e alla sua storia. Già allora i rinvii a questo passaggio cruciale dell’evoluzione sindacale e d’impresa erano consistenti. Sono certo che se dovessimo aggiornare al presente quello strumento bibliografico, dovremmo riscontrare un peso ancor più notevole dei titoli che, bene o male, ruotano attorno a quel conflitto, ai suoi prodromi e alle sue conseguenze.

Proprio l’ampiezza della memorialistica sull’autunno ’80 suggerisce alcune considerazioni.

Dai racconti, dalle rievocazioni e dalle polemiche sulla lotta dei "trentacinque giorni" alla Fiat emerge fortissimo il desiderio di ristabilire i punti di vista circa quel discrimine, sia per chiarire le ragioni e l’effettiva posta in gioco del conflitto, sia per definire la sua cornice, il clima in cui si svolse e che secondo molti preparò la sua conclusione. È come se vi fosse, dopo vent’anni, ancora l’ansia di ricondurre l’attenzione ai termini reali dello scontro e, per fare ciò, fosse necessario riportare alla luce episodi e particolari trascurati od omessi. Quanto alle interpretazioni, esse costituiscono un capitolo a parte, che si innesta sui ricordi e sulle rievocazioni per imprimere loro un significato, per recuperarne un senso e una validità al di là della soluzione che allora si impose.

Il fiorire delle testimonianze sull’autunno ’80 mostra, a mio avviso, come non si sia ancora codificata una memoria comune. Credo che a tutti quanti si occupano di storia sindacale e delle relazioni industriali sia capitato di imbattersi in resoconti contrastanti, sovente fra coloro che militavano dalla stessa parte. Divergenze che non riguardano solamente giudizi e valutazioni, ma che toccano la stessa dinamica del conflitto, i suoi criteri di gestione, i suoi risultati concreti. Tutti concordano sul fatto che quella che si verificò allora fu una svolta importante, ma quanto alla sua natura e alla sua portata si registrano invece divergenze radicali. Così, un confronto e una discussione che si sono sviluppati fin dalla conclusione del conflitto dell’80 in forma da principio appena abbozzata e informale, hanno preso una forma pubblica, sino ad animare tutto un filone di riflessione, in specie di parte sindacale.

Nulla meglio di questo indicatore prova, secondo me, che pur a distanza di tanto tempo quegli eventi e i loro effetti non sono stati metabolizzati, in particolare nel luogo dove essi si sono prodotti, Torino.

Fissare gli elementi di una memoria condivisa non può affatto significare, peraltro, un annullamento delle differenze che esistono sia tra coloro che hanno vissuto quel frangente sia fra coloro che se ne sono formati un’opinione anche alla distanza.

Significa piuttosto individuare un terreno comune che renda possibile indagini e approfondimenti ulteriori, offrendo un più solido fondamento di conoscenze e di analisi. Significa soprattutto togliere quei giorni di vent’anni fa dalla cornice della cronaca e dalle battaglie polemiche per situarli in un campo più lungo, il solo a permettere valutazioni di natura non occasionale e appiattite su un’unica dimensione.

In prospettiva, questo implica anche sottoporre a verifica le due rappresentazioni oggi più ricorrenti di quel conflitto, dei suoi esiti e di quella sua punta cruciale costituita dalla "marcia dei quarantamila".

La prima interpretazione ha una matrice prevalentemente politica e tende a sottolineare il cambio d’epoca in cui si inscrisse l’autunno 1980. In sostanza, un’opinione comune propende a sottolineare che, al di là dei suoi esiti sul piano sindacale, la lotta dei trentacinque giorni alla Fiat si incontrò con un clima sociale che stava diventando avverso all’azione collettiva dei lavoratori. Secondo questo punto di vista, il lungo conflitto torinese da una parte si scontrò con un mutamento degli orientamenti politici e sociali che reagiva a una stagione in cui era cresciuto il potere dei sindacati e dei lavoratori manuali dell’industria, e dall’altra, con la sua conclusione, servì a consolidare una svolta moderata, i cui effetti erano destinati a farsi sentire tanto sul terreno delle relazioni industriali quanto su quello degli equilibri politici. Vi sarebbe insomma un’onda lunga d’impronta conservatrice che dà il tono generale e di cui il principio della "rivincita del mercato" costituisce il denominatore comune. È una spiegazione, questa, che è riecheggiata spesso e che enfatizza il primato delle politiche liberiste. In questa luce, l’autunno ’80 appare sia come una causa che come una conseguenza.

Si tratta di una spiegazione che prescinde largamente dai risultati effettivi della contesa sindacale e che rinvia a una contesto così generale da riuscire difficilmente verificabile in concreto. D’altronde, presenta un elemento di contraddizione arduo da superare: in Italia, gli anni ottanta non si caratterizzano certo per una svolta della politica economica nel senso del liberismo e non assistono a un rivolgimento degli indirizzi di governo nel senso di una maggiore apertura al mercato. È chiaro che in questo schema si fa del liberismo un mito negativo o un feticcio, comodo – come ha scritto di recente Vittorio Foa – per tramutarlo in un deus ex machina sul quale caricare tutte le responsabilità di comportamenti etichettati come negativi. "L’immagine dei primi anni Ottanta – ha detto ancora Foa – come di totale dipendenza del lavoro, di spersonalizzazione, di perdita del senso della vita, fa a pugni con l’evidenza empirica" (Passaggi, Torino, Einaudi, 2000, p. 96).

Ma anche il secondo criterio di interpretazione che viene spesso applicato sembra altrettanto generale, anche se prende in considerazione la realtà del sistema industriale. Secondo quest’altra logica, l’autunno ’80 sarebbe un passaggio cruciale nella storia del declino dell’organizzazione fordista. Con la vertenza Fiat, si sarebbe consumata la storia sindacale e sociale della grande fabbrica eretta sul modello di Henry Ford. Quella lotta sindacale si sarebbe svolta, così, sullo sfondo della crisi della produzione di massa e della contrazione delle sue basi sociali. A differenza dell’interpretazione precedente, che è centrata sulla soggettività della politica, questa seconda reca un segno deterministico: in un certo senso, lo sbocco della lotta sindacale appare scontato, così come erano scontati l’abbandono di un sistema di fabbrica non più corrispondente ai nuovi assetti economici. Anche qui entra il fattore della riaffermazione del mercato: è il mercato infatti a imporre di ridurre il distacco dalla produzione. Ed è ancora il mercato che, riprendendo l’egemonia, rimodella la sfera della produzione e del lavoro industriale sulla sua misura, trovando in ciò un alleato potente nella tecnologia, capace di fluidificare i flussi produttivi e di abolire le rigidità e le gerarchie obsolete del fordismo. Di qui il venir meno della necessità di una grande massa di manodopera comune e il disegnarsi di una struttura più complessa della forza-lavoro industriale, più articolata e differenziata.

Ho schematizzato in maniera quasi brutale delle argomentazioni che in genere sono presentate in forme sofisticate. So bene, inoltre, che sovente le due spiegazioni, che per comodità ho distinto, si mostrano intrecciate e mescolate fra loro. Come ho già notato, hanno il difetto di prestare poca attenzione alla vicenda reale dell’autunno ’80 per insistere invece su un passaggio d’epoca che dovrebbe bastare a rendere conto del carattere di quegli avvenimenti.

Ho l’impressione di insufficienza di questo tipo di interpretazioni che periodicamente vengono riproposte, senza badare alle condizioni concrete e ai dati di fatto sottesi alla dinamica di quel confronto sindacale. Mi limito qui a indicare tre aspetti sui quali, io credo, varrebbe la pena di ritornare. La loro analisi mi sembra prioritaria per il tentativo, cui ho accennato, di restituire alla storia l’autunno ’80.

Il primo aspetto da riportare al centro è certamente quello della Fiat di allora. Non c’è dubbio che la direzione della Fiat affrontò quella congiuntura con la convinzione che in gioco fosse la continuità dell’azienda. Accadde allora qualcosa di simile a quello che era avvenuto nel settembre 1920, quando il senatore Agnelli aveva prospettato ai socialisti di Torino la possibilità di trasformare la Fiat in una cooperativa (e non si trattava di una mossa tattica), per porre con drammaticità il problema del governo dell’impresa. Negli anni settanta, la Fiat era apparsa in molte occasioni un arcipelago produttivo non più governabile. Pesava su di essa il sedimento di un decennio di alta conflittualità che aveva frustrato la struttura aziendale e la sua intera compagine direttiva. Per la Fiat il problema della governabilità della sua organizzazione industriale si sommava al problema della redditività. Una combinazione che, dall’autunno del 1979, aveva assunto un’urgenza tale da non consentire più rinvii. Determinante nel plasmare il clima all’interno dell’azienda era stata l’offensiva del terrorismo: per anni, centinaia di operatori aziendali si erano sentiti sotto una minaccia incombente, vittime potenziali di un nemico che rendeva precaria la loro esistenza e la loro attività quotidiana in fabbrica. Il senso delle poste in gioco contribuì in modo decisivo, da parte dell’azienda, a dare al conflitto il proprio tono ultimativo.

Il secondo aspetto è quello della rappresentanza sindacale. Un tema, quello della rappresentatività del sindacato di allora rispetto all’universo Fiat, che è stato a lungo dibattuto, ma che meriterebbe di essere ripreso: è un peccato che l’indagine sugli orientamenti dei lavoratori Fiat promossa tra la fine del ’79 e l’inizio dell’80 dal Cespe e dall’Istituto Gramsci di Torino sia rimasta allo stato di sondaggio e non abbia dato origine alla ricerca più approfondita che in un primo tempo si sarebbe voluto sviluppare. Certo, la questione della rappresentatività appare, alla distanza storica, come uno dei punti dirimenti per la valutazione del conflitto. Anche qui, ci si trova spesso davanti a un atteggiamento duplice: l’autunno ’80 è stato il momento della verità per il "sindacato dei consigli", perché lì si è rivelata la sua precarietà, la debolezza della sua presa sociale o perché la sconfitta ha decretato la sua fine? In altri termini, se il "sindacato dei consigli" non si fosse lanciato in quella prova di forza, avrebbe potuto differire e rallentare le sue difficoltà? Oppure quel tipo di sindacato non poteva non ingaggiare una lotta che in quella forma?

Domande che riportano al metodo di gestione del conflitto che il sindacato allora adottò. Ma che sollecitano anche interrogativi circa il suo radicamento sociale, la sua politica organizzativa, la sua stessa strategia contrattuale. D’altro lato, le domande sul "sindacato dei consigli" ne generano altre sui soggetti sociali che erano fuori della sua rappresentanza, dal Coordinamento quadri e capi Fiat che alla fine della vertenza si affermerà come un soggetto in campo, ma più in generale su quella vasta area sociale che stava nelle zone d’ombra della fabbrica e non aderì mai alla mobilitazione collettiva del sindacato unitario.

La complessità del quadro sindacale e di rappresentanza dovrebbe rendere prudenti quando si applica all’autunno ’80 lo schema della sconfitta sindacale. Certo, se esso costituì la sconfitta e il tramonto di un’esperienza, di un modello specifico dell’azione sindacale, è più difficile sostenere che si trattò della sconfitta del sindacato tout court. E non solo perché evidentemente vi è stata una storia sindacale della Fiat che si è dipanata in tutti i vent’anni che ci separano dal 1980, con negoziati, accordi, conflitti del tutto estranei e non riconducibili a quella vicenda. Ma perché non mi sembra convincente la ricostruzione dell’autunno 1980 come quella di una "sconfitta eroica" della classe operaia, per riprendere il titolo di un saggio impegnativo di una brava studiosa americana di scienze sociali, Miriam A. Golden. Nel suo libro, l’autunno ’80 è appaiato a un altro fondamentale conflitto sindacale di quegli anni: la lotta che il sindacato dei minatori inglesi sostenne per molti mesi del 1984 nel tentativo di scongiurare la chiusura di numerosi pozzi carboniferi delle regioni settentrionali del Regno Unito. Ora, la differenza sta in primo luogo nel fatto che quel confronto – apertamente sostenuto dal governo tory, risoluto a impartire davvero una lezione di liberismo – aveva come risvolto la scomparsa di un mondo proletario sorto e vissuto intorno alle miniere di carbone. Il conflitto sindacale prese i toni di un conflitto fra piccole comunità locali in lotta per la sopravvivenza e la logica di razionalizzazione e di efficienza di un settore produttivo gravato da costi troppo elevati. Anche in Italia il "sindacato dei consigli" era espressione di un "modello proletario", come è stato scritto, che però era sfidato e criticato all’interno di un mondo del lavoro poco disposto, dopo dieci anni di conflittualità, a riconoscervisi. In ogni caso, non è facile interpretare la lotta di Torino come un social breakdown, un cataclisma sociale, del tipo di quello che si verifica quando un microcosmo collassa. Pure dopo gli snellimenti radicali degli ultimi decenni, Mirafiori resta – nel 2000 come nel 1939, quando è stata inaugurata – la più grande concentrazione industriale del paese.

Infine, l’ultima questione, che riguarda Torino, il luogo, ma anche qualcosa di più che lo scenario dell’autunno ’80. Torino è stata segnata da quel conflitto: nel senso che l’immagine, la percezione, l’evoluzione di Torino ne sono state influenzate. In un bilancio storico di quell’evento, dovrà trovare posto anche il giudizio circa l’influsso che esso ha esercitato su Torino. Per stabilire, per esempio, se ha contribuito a spingere in direzione della diversificazione economica della città, emancipandola dallo schema della città fordista, della one company town. Anche se vi è chi mostra di rimpiangere la città fordista e monocromatica degli anni settanta. Per esempio, al termine di un libro, peraltro molto interessante, dedicato alle forme nuove del lavoro a Torino, leggiamo che la città è decaduta da "capitale industriale" a "capoluogo del nulla": sono parole di Gabriele Polo (Il mestiere di sopravvivere, Roma, Editori Riuniti, 2000). Non mi pare di poter essere classificato nel gruppo dei più ottimisti sul futuro di Torino, ma non credo che il saldo di un ventennio registri tutte voci in passivo. A permanere ancora irrisolto, in realtà, è soprattutto il rapporto che la cultura urbana intrattiene con il suo passato recente: ne è un sintomo la difficoltà di valutare un momento come l’autunno ’80 per collocarlo in un processo in divenire, evitando di isolarlo e di cristallizzarlo. Ma questa vuole essere soltanto l’indicazione di un problema che merita di essere esplorato in sedi diverse da quella odierna.

Misurarsi con questioni come quelle che ho ricordato e con le numerose altre che verranno affrontate negli interventi di oggi implica calare l’autunno ’80 nel vivo di un lavoro di ricostruzione e di analisi. È probabile che ciò finisca con lo sfrondare questa vicenda di un po’ della sua aura epocale e dell’enfasi che inevitabilmente vi hanno apposto le voci di tanti protagonisti, collettivi e individuali. Ma c’è da augurarsi che per questa via si recuperi una comprensione migliore, perché più matura e serena, del nostro passato recente.

 

Giuseppe Berta

Archivio Storico Fiat

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AUTUNNO ‘80: NESSUNO CI FECE CAPIRE IL PERCHE’

La marcia dei quarantamila ricordata da un’ex impiegata Fiat, che vi partecipò reclamando il proprio diritto a lavorare. Nel 1994 la Fiat la licenziò per esubero di personale.

 

Sono stata assunta alla Fiat, come impiegata agli Enti Centrali, a Mirafiori, il 7 luglio 1961. Sono stata licenziata, 32 anni e mezzo dopo, il 17 gennaio 1994, per esubero di personale.

Il 15 ottobre 1980 partecipai alla "marcia dei quarantamila".

Quell’autunno del 1980, lo ricordo ancora con colori forti, con sensazioni violente, con rabbia e con paura. Io, ma come me tantissimi altri impiegati della Fiat, non capivo cosa stava succedendo fuori dai cancelli di Mirafiori, ed in generale in tutta Torino.

Si, sapevo che c’erano dei problemi, sapevo che c’erano delle contestazioni, sapevo che c’erano stati dei licenziamenti, ma non capivo perché mi era negato un diritto fondamentale, quello di entrare in fabbrica a lavorare.

Tutte le mattine io mi recavo all’entrata di Mirafiori e, con tanti altri colleghi, mi fermavo al di qua della strada, nel parcheggio, a guardare gli operai manifestare, impedire l’ingresso ai cancelli, scandire slogan, occupare gli autobus. Non attraversai mai la strada per parlare con loro, ma loro non la attraversarono mai per parlare con me.

Ci insultavano, ci facevano delle finte cariche.

Oggi so, o almeno mi è stato detto, che i più violenti non erano operai o sindacalisti, ma extraparlamentari, persone che nel mezzo di quegli scioperi per il posto di lavoro volevano ottenere altro.

Ma io avevo paura. Io non li capivo e nessuno sapeva spiegarmi cosa stava succedendo.

Quella lotta, per me, nell’autunno del 1980, era una violenza, una violenza nei miei confronti e di tanti altri che come me non capivamo perché non potevano entrare in ufficio a lavorare.

Il 15 ottobre ricevetti una telefonata da una mia collega, che mi invitava a partecipare ad una manifestazione, per il diritto a lavorare, contro quegli scioperi che da settimane mi impedivano di entrare in ufficio.

Non sapevo chi l’aveva organizzata, ma vi partecipai. Rimasi sconvolta dal vedere tanta gente, tanti impiegati, ma soprattutto i dirigenti, i direttori della Fiat, in prima linea con gli striscioni. Mi infervorai come tanti altri a sentire il discorso di Luigi Arisio, uno degli organizzatori di quella marcia, che ci ricordava le sue gesta da partigiano e inneggiava al ritorno in ufficio.

La cittadinanza al nostro passaggio ci applaudiva. Nei giorni seguenti ritornammo in ufficio, a lavorare. Non sapevo che questo gesto avrebbe contribuito a lasciare a casa 23mila operai.

Nei primi giorni del 1994, la sorte di quei 23mila operai toccò a 6600 impiegati, 1200 dei quali, tra cui io, a Torino. Eravamo in esubero. Il mondo mi cadde addosso.

Nel 1980 avevamo "salvato" la Fiat con la nostra marcia. Quattordici anni dopo la Fiat ci ripagava facendoci fare la stessa fine di quegli operai, che noi fino ad allora non capivamo.

Fu un tradimento per la maggior parte di noi. Molti ne morirono, colti da infarto, altri si ammalarono, tutti ne soffrimmo le conseguenze. Per me fu la presa di coscienza.

Dopo quattordici anni capii cosa voleva dire lottare per il proprio posto di lavoro, dopo quattordici anni capii perché quegli operai bloccavano gli ingressi alla fabbrica.

Avuta la notizia dei licenziamenti, a cavallo fra il 1993 ed il 1994, fondai assieme ad altri colleghi, il "Comitato spontaneo impiegati e quadri Fiat". Non accettavamo di essere buttati fuori. Riunimmo quasi mille impiegati e quadri dei 1200 esuberi torinesi.

Organizzammo un corteo per le vie di Torino, da Mirafiori fino alla Rai. Era la prima volta, dal 1980, che un corteo di impiegati Fiat attraversava Torino, ma questa volta con ben altre ragioni.

Dialogammo con il sindacato. Fu difficile. All’interno di Fim-Fiom-Uilm molti ci odiavamo per quello che era successo nel 1980, ma molti altri cercarono di capire le nostre ragioni.

Insieme fummo ricevuti dall’allora Ministro del Lavoro, Gino Giugni. Con Fim-Fiom-Uilm trattammo con la Fiat, ottenendo il prepensionamento o la mobilità lunga da agganciare alla pensione. Cademmo in piedi.

Oggi questo Comitato continua a vivere sotto forma di "Associazione spontanea comitati impiegati" (Asci), aiutando i nostri iscritti su varie pratiche, appoggiandoci all’Inas-Cisl per il patronato. Fosse oggi, mi avvicinerei a quegli operai per chiedere loro spiegazioni, per capire. Allora non lo feci, ma, ribadisco, nessuno fece l’opposto, di venire da me, da noi impiegati, e dirmi qualcosa, spiegarmi le ragioni dello sciopero e della lotta.

Quello che purtroppo noto con rammarico è che oggi, come allora, operai e sindacato da un lato non parlano lo stesso linguaggio degli impiegati, che si ritrovano così sempre dall’altro "lato della strada".

In Fiat esiste l’associazione quadri, che si è candidata nel rinnovo delle Rsu e ha ottenuto voti. Come la marcia dei quarantamila fu messa in piedi dalla Fiat, questa associazione è della Fiat, eppure continua a prendere consensi in una parte di lavoratori, gli impiegati ed i quadri.

Negli scorsi giorni, appena ho appreso la notizia degli esuberi e della messa in cassaintegrazione di un migliaio di impiegati Fiat, sono andata di fronte a Mirafiori, quella stessa mattina.

Ma non c’era nessuno là di fronte a protestare, non c’era nessuno nemmeno per parlarne.

Non c’è una data precisa, ma si è chiusa un’epoca e oggi quell’epoca è storia.

 

Maria Teresa Arisio

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Intervista a Pierre Carniti

QUELLA SCONFITTA NON RIMASE ORFANA

 

Le rievocazioni dei "35 giorni" della Fiat si sprecano. A quegli eventi è stato attribuito un significato di svolta nelle politiche sindacali e nelle relazioni industriali. Qualcuno ha perfino scritto che la sconfitta alla Fiat fu l’inizio di un arretramento del sindacato e di una deriva all’insegna della logica dello scambio neocorporativo. Cosa ne pensi?

Sono poco incline a collegare una vicenda come quella della Fiat, che ebbe ragioni e dinamiche sue proprie, con disegni di ordine generale e con vicende che invece sono il prodotto di un contesto economico e sociale assolutamente diverso. Quello che fu fatto negli anni successivi non ha nulla a che vedere con quanto accadde a Torino nell’autunno del 1980.

Nei primi anni Ottanta si trattava di affrontare problemi economici e sociali di altro genere, a cominciare dall’inflazione che erodeva le retribuzioni dei lavoratori e poteva persino creare problemi alla tenuta democratica del paese. La dissociazione della maggioranza della Cgil dall’accordo del febbraio 1984 fu il risultato di una pressione politica del Partito comunista, la cui cultura lo rendeva ancora incapace di accettare un modello di democrazia pluralista. Parlo di un pluralismo non solo nelle istituzioni, ma di istituzioni, di soggetti autonomi diversi – e tra questi il sindacato – legittimati a intervenire nelle politiche sociali ed economiche in dialogo con gli altri.

Soprattutto Enrico Berlinguer aveva difficoltà a raccapezzarsi con le problematiche sindacali e non concepiva un ruolo autonomo del sindacato. Ho avuto modo a quell’epoca di confrontarmi più volte personalmente con Berlinguer. Ebbene, la sua opposizione a quell’accordo non era nel merito, ma nel fatto che per questioni di quella portata non ci si fosse preventivamente accertati del consenso del partito che si sentiva legittimato a rappresentare più di altri i lavoratori e che, pur riconoscendo l’importanza del sindacato per la tutela del lavoro e come strumento di mobilitazione sociale, rappresentava l’ultima istanza per gli interessi dei lavoratori. In altre parole, quell’accordo rompeva la pratica del "consociativismo": fino ad allora, per rilevanti questioni sociali, si dava per scontato che bisognasse negoziare sopra o sotto banco con il più importante partito dell’opposizione per ottenerne il consenso, più o meno tacito.

Le scelte che facemmo, contro il Pci e la maggioranza della Cgil, con la predeterminazione dei punti di scala mobile, si dimostrarono poi appropriate e del tutto capaci di dare garanzia ai lavoratori, oltre che di contribuire ad abbattere gradualmente l’inflazione, come avvenne.

Mi sono dilungato su questo per far capire come le politiche sindacali generali successive al 1980, buone o cattive che fossero, nulla avevano a che vedere con la vicenda Fiat.

 

Quali sono allora le ragioni specifiche di quella vicenda che, per quanto importante, tu ritieni circoscritta nelle sue cause e nei suoi effetti?

Innanzitutto a quell’epoca la Fiat era un’azienda con l’acqua al collo, stava perdendo ormai i contatti con il gruppo delle concorrenti. In ciò era prevalente la responsabilità dei suoi dirigenti, incapaci di abbozzare strategie industriali efficaci. Ma il problema era reale, non esorcizzabile, e bisognava trovare un soluzione. Dicendo questo, non dico che la soluzione alla fine adottata fosse quella giusta. A un problema reale fu data – anche per nostri limiti – una risposta sbagliata.

La Fiat non risolveva certo i suoi problemi con Cesare Romiti, la cui funzione era in sostanza quella di fare il mazziere di Mediobanca. Ci voleva ben altro, per rivedere il sole e riprendere a camminare. Aveva bisogno di riequilibrare i conti, di riorganizzarsi e ristrutturarsi. Tutte le aziende del mondo lo facevano, e in tutte si produceva di più con sempre meno lavoratori. Il problema era all’ordine del giorno, bisognava vedere come affrontarlo.

 

Molti sostengono che il principale errore del sindacato fu proprio quello di non riconoscere questo dato di fatto, di interpretare l’annuncio dei 14.000 licenziamenti solo come una manovra per fiaccare il sindacato e recuperare potere.

Quando si parla di sindacato bisogna distinguere. In particolare tra il sindacalismo locale e il movimento nel suo complesso. Qui emerge il problema della peculiarità del sindacalismo torinese, e in particolare di quello metalmeccanico e quindi del sindacato alla Fiat, che a Torino significa gran parte dell’industria metalmeccanica.

È un problema le cui origini risalgono agli anni Cinquanta, quando la Fiat cercò di mettere le mani sul sindacato fino a mettere in piedi un sindacato giallo e, prima ancora, operando azioni discriminatorie contro la Fiom. Fatto sta che il sindacato in Fiat, anche in conseguenza di quelle vicende, è sempre stato debolissimo e, come tutti i deboli, è fatalmente esposto al radicalismo.

C’è un rapporto stretto fra debolezza e radicalità, non solo nei propositi ma anche nei comportamenti. La moderazione è la qualità di chi ha, o suppone di avere, delle alternative. Ma quando non si hanno alternative, è irresistibile la tentazione a estremizzare.

Così, quando verso la fine dell’estate la Fiat, dopo una serie di annunci sulla necessità di drastici tagli occupazionali, precisò le sue richieste (24.000 in cassa integrazione fino a fine 1981, dei quali 14.000 non sarebbero più rientrati), si determinò il convincimento che ciò facesse parte di un complotto. Invece, come ho detto, c’era un problema vero, al quale la Fiat dava una risposta sbagliata e inaccettabile che doveva essere contrastata con proposte eque e ragionevoli. Di questo molti di noi erano consapevoli, anche se sdegnati per la decisione unilaterale dell’azienda di licenziare in modo così massiccio.

Va anche tenuto conto, oltre che della peculiare storia del sindacato torinese, del clima prevalente nella sinistra torinese, ancora avvolto nelle nebbie di una cultura ordinovista. Fu così che, su quello sfondo culturale e con quella storia, la gestione della vicenda assunse man mano un andamento sempre più radicale, simmetrico al comportamento della Fiat.

 

Tuttavia il sindacato di Torino non fu solo. Anche nella Federazione nazionale dei metalmeccanici si udirono accenti analoghi e i dirigenti della Flm investirono molto in quella battaglia.

È vero, ma bisogna capire qual era la situazione. Certo, può essere che qualcuno, nella dirigenza nazionale, fosse davvero convinto che la lotta dura senza paura fosse la linea giusta, la risposta vincente. In ogni caso, tuttavia, era inevitabile che si mettesse in moto la solidarietà verso una propria struttura in difficoltà, per di più cronicamente debole. C’era un’esigenza profonda di condivisione delle responsabilità, e il minimo era dire: sono con te, nel bene e nel male.

Ho sempre sostenuto che è meglio sbagliare con i lavoratori che avere ragione con i padroni, e aggiungo che è meglio dolersi di avere sbagliato agendo, che rammaricarsi di non avere fatto cose che potevano essere fatte. Questa è la logica della vita collettiva condivisa, grazie alla quale è stato possibile dare risposta a molte speranze.

Certo, sono stati fatti anche molti errori, ma non ho mai preso le distanze pubblicamente, così come mai le hanno prese Lama e Benvenuto, pur consapevoli che le cose non andavano per il verso giusto. In sede riservata non abbiamo mancato di criticare i nostri colleghi, ma in quel contesto una dissociazione sarebbe stata politicamente e, prima ancora, moralmente inaccettabile.

 

Il 25 settembre, in piazza San Carlo a Torino, durante la grande manifestazione nell’ambito dello sciopero nazionale della categoria, quando ormai circolava la voce dell’occupazione di Mirafiori, tu hai tenuto il comizio a nome di Cgil, Cisl e Uil. Da un gruppo minoritario si levarono rumorose contestazioni. Che impressioni ricavasti da quella giornata?

Quel giorno ebbi più chiara la sensazione che andavamo verso una sconfitta. Basta considerare il motivo della contestazione: noi proponevamo per tutta l’industria uno sciopero generale di solidarietà di 4 ore, i contestatori ne volevano 8, e alzavano le mani indicando la cifra con le dita. Ora, se tutta la questione era non se fare o no lo sciopero, ma se farlo di 4 o 8 ore, e la maggioranza dei manifestanti non tentava nemmeno di tacitare la minoranza rumorosa, voleva dire che ci eravamo incamminati lungo una brutta china.

Questo episodio me ne ricorda un altro, sempre a Torino. Torno indietro di 11 anni, all’"autunno caldo" del 1969. Durante la vertenza per il contratto la Fim riunì il Comitato direttivo nazionale a Torino. Durante una sospensione dei lavori, ci recammo davanti alle porte della Fiat. Aspettavamo il cambio turno e così incontravamo i lavoratori. Io mi trovai davanti a una delle porte dove c’era un gruppo di Lotta Continua: erano lì ogni giorno, un impegno "istituzionale" del gruppo torinese di LC. Tra gli altri, ricordo che c’erano Viale e Sofri. Proprio quest’ultimo mi aggredì – verbalmente, s’intende – per contestare le nostre richieste contrattuali.

Noi chiedevamo tanto: la riduzione della settimana lavorativa da 48 a 40 ore, la parità normativa, e tante altre cose che sarebbero bastate per tre contratti. Per il salario, la nostra richiesta era di un aumento di 65 lire l’ora: questo era il punto incriminato da Sofri, che davanti ai lavoratori ci accusava di essere subalterni, se non venduti. Bisognava chiederne 100: con 100 lire di aumento orario, invece di 65, avremmo abbattuto il capitalismo e aperto il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà.

Evidentemente Sofri si aspettava da me una risposta sullo stesso piano. Io invece lo interruppi: innanzitutto – gli dissi – dammi del "lei" e chiamami "dottore"; solo loro (i lavoratori presenti) sono autorizzati a mandarmi a quel paese perché pagano i contributi sindacali, e poi quello che andiamo a chiedere non l’abbiamo discusso con te, ma con loro. Demagogia per demagogia, la mia era di stampo più popolare di quella dell’eloquente Sofri e ottenne l’applauso.

Bene, nello scarto tra 65 e 100 trovo la medesima sproporzione della differenza tra 4 e 8 ore di sciopero. In quella esasperazione non motivata da adeguate ragioni percepii il segno che ci stavamo avviando su una china pericolosa, e Lama e Benvenuto convennero con me su questa impressione.

Il giorno dopo, a peggiorare le cose, venne Berlinguer davanti ai cancelli della Fiat.

 

Se ben ricordi, fu un delegato della Fim, Liberato Norcia, a porre a Berlinguer la fatidica domanda: se noi occupiamo la Fiat, cosa fa il Partito comunista? E Berlinguer, forse un po’ preso alla sprovvista, rispose con una serie di "se" in fondo ai quali, comunque, c’era l’impegno di appoggiare anche quella forma estrema di lotta. Come consideri oggi l’iniziativa di Berlinguer?

Sarà vero che Berlinguer fu provocato ma, come dicono dalle mie parti, "giù l’amo, su il pesce". Comunque, al di là del loro merito e di come furono riferite, quelle affermazioni furono percepite dai presenti come un sostegno a una iniziativa non solo discutibile, ma soprattutto temeraria e disperata.

Ho già detto all’inizio che Berlinguer aveva qualche difficoltà a maneggiare i problemi sindacali e nessuna conoscenza di cosa potesse significare occupare una fabbrica, delle dimensioni poi di Mirafiori. Ciò può giustificarlo solo in parte: resta l’imprudenza di avere raccolto una provocazione senza capire quali erano i rischi che affermazioni non meditate potevano creare in quel contesto.

Da allora ci fu una escalation di estremismo soprattutto verbale, perché nei fatti le fonti di alimentazione dei picchetti davanti ai cancelli andavano di giorno in giorno esaurendosi, tant’è vero che giungevano rinforzi dalle altre strutture, soprattutto del Nord Italia. C’era l’affanno, il fiato era sempre più corto.

Non bisogna però dimenticare che attorno alla lotta alla Fiat si sviluppò nel sindacato e tra i lavoratori una straordinaria mobilitazione, si raccolsero cifre consistenti (diversi miliardi, non ricordo quanti) e il denaro venne distribuito dalle strutture locali ai lavoratori che si trovavano in condizioni economiche più difficili. Fu una grande prova di solidarietà e di coinvolgimento.

 

Con il progressivo assottigliarsi delle forze che reggevano la lotta, cresceva l’impressione che in fondo fosse una minoranza radicalizzata, e non la maggioranza dei lavoratori. Nel volantino distribuito durante la famosa marcia dei 40.000 (ma erano molti di meno) il 14 ottobre, il Comitato dei quadri e capi intermedi, promotore ufficiale dell’iniziativa, pretendeva di rappresentare, oltre che questi soggetti, anche la maggioranza dei lavoratori. C’è del vero?

Man mano che la vicenda si trascinava con un tasso sempre più elevato di ideologia e radicalità, cresceva il numero dei lavoratori che si estraniavano dalla lotta e si dedicavano alle proprie faccende private. È in questo contesto che si inserisce la cosiddetta marcia dei 40.000, ripetutamente celebrata. Fu presentata come una risposta aziendale alle posizioni del sindacato e come promotore della medesima si accreditò Romiti.

Per quello che ne so il regista dell’operazione fu invece Carlo Callieri, di sicuro il più sveglio della compagnia. Fu un’operazione per certi versi straordinaria, con la quale Callieri riuscì a rianimare, a resuscitare come Lazzaro un ceto in agonia: i cosiddetti "quadri", o capi intermedi, spesso impiegati di modesto livello od operai di livello superiore, non avevano futuro, per l’evoluzione stessa della struttura produttiva soprattutto nel settore auto, dove sarebbero venute meno molte delle funzioni gerarchiche e di controllo insite nella struttura produttiva fordista.

A queste figure veniva inventato un ruolo, veniva data l’illusione di salvare l’azienda, Torino, il Piemonte, l’Italia… Con l’aiuto di qualche incentivo (permesso retribuito per quelli che partecipavano alla manifestazione), si dava un segnale visibile che una parte dei dipendenti della Fiat esprimeva dissenso sulla conduzione sindacale della vertenza.

La riunione in un teatro torinese, con la successiva marcia per le vie della città, fu sicuramente un successo al di là delle cifre. Tra i presenti in teatro e quelli che stavano fuori, si sarà trattato di nemmeno 3.000 persone, poi per la strada il corteo si sarà ingrossato fino a 5.000, magari fino a 10.000. Comunque, un corteo significativo ma non tale da fare impressione. Avrebbe dovuto fare più impressione quello che ho detto prima, e cioè che le cose stavano andando male.

 

Eppure la marcia ebbe un impatto dirompente, creando panico soprattutto nel Pci e nella Cgil…

Questo evento creò un corto circuito nel gruppo dirigente comunista, dal sindaco Novelli, alla federazione torinese fino a Botteghe Oscure: si era di fronte a un inedito. Fino ad allora avevano sempre pensato che il copyright delle manifestazioni di massa l’avessero solo le organizzazioni di sinistra, politiche e sociali; ora si era in presenza di una contestazione visibile e significativa del sindacato, e questo li mandò in tilt.

Al proposito, cito un episodio. Mentre a Torino si svolgeva la marcia dei capi, erano riuniti a Roma, all’Hotel Boston, i dirigenti Fiat (ricordo Romiti, Callieri, Annibaldi insieme ad altri più oscuri) e lo stato maggiore delle confederazioni e della Flm. Mentre si stava parlando di possibili soluzioni di merito, Callieri si assentava frequentemente, finché rientrò con un sorriso che gli arrivava alle orecchie e annunciò che a Torino si stava svolgendo una manifestazione dei capi con quasi 10.000 partecipanti (cifra che poi si andò via via gonfiando). Romiti prese la palla al balzo e dichiarò che bisognava chiudere subito sulle posizioni dell’azienda. Lama, che intanto aveva ricevuto qualche comunicazione dal Pci, convenne che bisognava chiudere in giornata.

Io replicai a Romiti: se questa manifestazione dovesse essere considerata decisiva, allora questo sindacato, per quanto malridotto, è sicuramente in grado di portarne in piazza molti di più. Vuol dire che se portiamo in piazza mezzo milione di persone chiudiamo la vertenza sulle nostre posizioni, perché ne abbiamo mobilitato di più? No, non era questo che poteva decidere della conclusione della vertenza.

Poi presi Lama in disparte e gli dissi: poiché questa è una sconfitta, comunque vada a finire, è chiaro che io sono solidale. Quello che facciamo, lo facciamo assieme. Posso prendere le distanze da una conclusione più o meno positiva, o comunque discutibile, ma non da una sconfitta: ce la portiamo sulle spalle tutti. Ma – aggiunsi – l’unica cosa che non dobbiamo fare è firmare oggi; lasciamo passare qualche giorno, poi firmeremo visto che non ci sono alternative. Ma chiudere oggi dopo questa pantomima, solo perché un gruppo di signori con permesso retribuito si è messo in marcia a Torino, sarebbe aggiungere al danno la beffa.

Lama mi disse che non poteva più reggere oltre. Con Lama, anche nei dissensi e nei litigi, ho sempre avuto un grande rapporto di stima e di rispetto. E così gli dissi: se non si può fare altro, firmiamo. Comunque, lo facciamo assieme.

Eppure non era la prima volta che avveniva una manifestazione di massa da destra, contro la sinistra e il sindacato. Torniamo ancora al 1969, e di nuovo al periodo dell’"autunno caldo". Nel novembre di quell’anno, al Teatro Lirico a Milano, Cgil, Cisl e Uil organizzarono un’assemblea, nel quadro di uno sciopero a sostegno delle numerose vertenze aperte. Lo stesso giorno il questore Marcello Guida aveva autorizzato una manifestazione di extraparlamentari concedendo un percorso che arrivava davanti al Teatro Lirico proprio nell’orario in cui vi sarebbero confluiti i sindacalisti per la loro assemblea. Anche un bambino avrebbe capito che vi sarebbero stati scontri, e il questore lo sapeva, tant’è vero che riempì di polizia le vie adiacenti. E gli scontri ci furono, la polizia intervenne, in una carosello perse la vita l’agente Annarumma. È nota la tensione che quell’evento provocò. Da una strumentalizzazione di quell’evento nacque la "maggioranza silenziosa", che sfilò per le vie di Milano, con in testa De Carolis avvolto nella bandiera tricolore, accusando i "rossi" – e dentro c’erano sindacati, Pci, extraparlamentari, non si guardava per il sottile – della morte di Annarumma e delle tensioni sociali nel paese.

Si parlò di centomila persone, comunque erano tante, molte di più che a i capi di Torino nel 1980. Eppure nessuno fu preso dal panico. Ma era diverso il contesto: a quell’epoca il trend per il sindacato era favorevole.

In breve, resto convinto che sarebbe stato meglio non lasciarsi impressionare da quella modesta e – ripeto – incentivata mobilitazione. Comunque andò come è andata. Era una sconfitta, bisognava condividere fino in fondo. Dice la saggezza popolare che le vittorie hanno sempre cento padri, e le sconfitte sono sempre orfane. Io non volevo lasciarla orfana, questa sconfitta, almeno per la parte di responsabilità che mi competeva.

 

Per concludere, i 35 giorni della Fiat, per quanto fossero un fatto importante e un evento traumatico per tutto il sindacato, restano a tuo avviso un evento circoscritto nelle sue conseguenze. Dunque, nessuna svolta epocale per il sindacato?

Questa lettura è una mitizzazione. Ripeto, l’evento ha avuto sue ragioni e un suo svolgimento, che riflettono fattori peculiari, e non a che vedere con quello che si è fatto o si poteva fare in altri tempi e situazioni. Tutto ha origine da un’azienda che ha l’acqua al collo e tenta disperatamente di riemergere approfittando della debolezza del sindacato, mandando a casa un po’ di gente sindacalizzata, un po’ di indesiderati, ma soprattutto – e questo mi preme ricordarlo – molti anziani, molte persone per le quali quell’esito diventa un dramma.

Tra i tanti cantori della storia, quale che ne sia l’interpretazione, di destra o di sinistra, nessuno che io ricordi ha mai raccontato che l’anno successivo alla vertenza più di 80 cassintegrati Fiat si sono suicidati. Non per motivi economici: la cassa integrazione consentiva, con la regolamentazione di allora, un buon recupero salariale e persino qualche vantaggio. Ma era una perdita di identità personale e sociale, fonte di difficoltà nei rapporti in famiglia e nella società, una lesione della propria dignità. Una sofferenza insopportabile, che poteva portare, e portò, al gesto estremo.

Questi signori, Romiti in testa (che, tra l’altro, qualche responsabilità se la Fiat andava male ce l’aveva), avrebbero poche ragioni per celebrare una vittoria che comportò costi umani e sociali intollerabili e il cui prezzo fu ignorare i problemi della gente. I problemi della gente c’erano, e si potevano trovare delle soluzioni diverse, almeno in ordine alle modalità, senza ignorarli e tanto meno sottovalutarli.

Ma anche nella sinistra sarebbe utile una riflessione su questo versante, anziché mitizzare le sconfitte come si mitizzano le vittorie. Sarebbe un esercizio molto più nobile e fruttuoso.

Bruno Liverani

Redattore nazionale "Lettera Fim"

 

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