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L'Unità brucia ancora ma non scalda più, di Mario Dellacqua

L’unita’ brucia ancora ma non scalda più

 “Alle radici del sindacalismo italiano” troviamo la pluralità delle ispirazioni e delle forme organizzative, mentre alle radici dei suoi insuccessi c’è l’anomalia ricorrente dell’unità, spesso e volentieri accompagnata dalle tentazioni del massimalismo. Questa tesi sembra attraversare gli interventi di Alberto Cova, Sergio Zaninelli e Aldo Carera raccolti nel volume curato da Mario Napoli. L’opera ospita anche un contributo di Guido Baglioni sui comportamenti delle imprese verso il sindacato nei percorsi delle relazioni industriali dall’ideologia della dipendenza, a quella dell’autonomia e della collaborazione.

Il plurale animò anche la turbolenta stagione inglese ai primordi delle Trade Unions e non cancellò dal monocromatismo anglosassone l’onnipresente dialettica fra antagonisti e moderati. Ma in Inghilterra “la libera esperienza sindacale godeva di un’autonomia – scrive Carlo Carera – di per sé unitaria”. In Italia, invece, “le cattoliche leghe bianche e le socialiste leghe rosse a inizio Novecento convivevano con l’orbace degli anarchici e il verde dei repubblicani”(pag. 43-44) E, come nota Sergio Zaninelli, “soprattutto dopo il ’18, ma anche prima, negli anni dal 1908 al 1912 in Italia esisteva un pluralismo sindacale molto accentuato, non tanto e non solo tra sindacalismo bianco e sindacalismo rosso, ma all’interno del sindacalismo rosso” a sua volta combattuto tra scuola riformista e suggestione rivoluzionaria (pag. 27). “Nel corso del 1920 – ricorda Alberto Cova – il modo dirompente per sostenere le rivendicazioni in agricoltura e nell’industria fu l’occupazione delle terre e delle fabbriche” (pag. 19). Come capita a tutte le lotte ad oltranza, chi voleva fare come in Russia preparò la gloriosa sconfitta del sindacato. Poi il fascismo schiacciò la libertà della cooperazione, del mutuo soccorso e del sindacalismo. Il grigio del ventennio corporativo anticipò il giallo ginestra del sindacalismo padronale

Nel 1944, l’imminente riconquista della democrazia avrebbe dovuto favorire la rinascita del pluralismo e la libera respirazione delle differenze. Con il Patto di Roma, invece, l’esigenza superiore di “tutelare il lavoro nell’emergenza degli ultimi mesi di guerra” consigliò al cattolico Grandi di firmare l’accordo interpartitico: la scelta fu espressione di “una volontà tatticamente utile”. Ma non appena questa emergenza si attenuò, gli stessi uomini già formati nel pluralismo sindacale dell’anteguerra, furono costretti – spiega Carera a pag. 52-53 – a constatare la “divaricazione delle posizioni”. “Ancora prima del piano Marshall, degli aiuti americani e della necessità di schierarsi in una delle due parti del mondo”, la responsabilità dei cattolici “imponeva una politica salariale che tenesse conto dei margini tollerati dall’inflazione”: una preoccupazione estranea alle intenzioni dei socialcomunisti. Di fronte ad una ricostruzione che legava la nostra economia alla dinamica delle democrazie industriali dell’Occidente, la corrente sindacale cristiana osteggiava l’uso politico dello sciopero e avversava la politica “del tanto peggio, tanto meglio, quella delle rivendicazioni salariali – scrive Zaninelli a pag. 31 – a prescindere dalla compatibilità con la situazione economica”. Dello stesso parere Alberto Cova, che parla a pag. 20-21 di “fragilità delle fondamenta sulle quali il patto era stato costruito”: esso nasceva “nella comune volontà di lotta al fascismo”, ma sul piano sindacale era “sostanzialmente inesistente”.

Tesi convergenti, quelle di Cova, Zaninelli e Carera, tutti ribelli ad una“storiografia dominante che descrive come una sciagura la fine dell’esperimento unitario”. Al contrario, il ripristino del pluralismo, dice Zaninelli a pag.30“fu un’esperienza altamente positiva” perché consentì all’intero movimento sindacale di misurare l’inconciliabilità del modello antagonistico con quello partecipativo.

Quella della debolezza del patto di Roma e dell’incubazione della rottura nella sfera della pratica sindacale e non esclusivamente nella sfera (esterna e internazionale) degli imperativi politici è una tesi alla quale ho aderito, in polemica con i miei amici comunisti, solo per una ventina di anni. Un bel giorno del marzo 1999, la compianta Elisabetta Bennati, che sapeva usare la sua autorità di studiosa del movimento sindacale con affetto e rigore, mi tirò fraternamente le orecchie. Polemizzò con la mia “Nota storica” pubblicata per presentare la “Guida all’archivio storico sindacale” della Fondazione “Vera Nocentini” di Torino e respinse come un “tipico falso storico” la tesi che vuole la fine della CGIL unitaria perché “si stava insieme, ma si era già divisi”. Il gruppo degli idealisti torinesi come Rapelli, Sabatini ed Enrico non voleva rinunciare all’unità che riteneva un valore fondamentale. I milanesi, dal canto loro, dicevano che ”non era ancora ora” e solo Giulio Pastore puntava ad un 18 aprile sindacale. Quanto alla “contrapposizione tra aumenti generali e aumenti legati alla produttività – disse Benenati nel suo intervento del 31 marzo 1999 a Caluso – non appartiene a questa fase storica, ma a quella successiva; in questa fase gli aumenti legati alla produttività continuano ad essere fatti, i cosiddetti premi di produzione, unitariamente nelle Commissioni interne. In questa fase né nella Cisl, né nella Cgil c’è una politica sindacale come la intendiamo noi oggi. Uno storico che si è occupato di sindacato per tutta la vita, Adolfo Pepe, sostiene che questo è stato uno dei frutti della scissione: l’essere obbligati a contrapporsi ha portato ad un certo punto a contrapporsi sui contenuti sindacali, a costruirli. Una strategia sindacale nasce nella Cgil e nella Cisl solo dopo il ‘51, quando comincia l’elaborazione della strategia sindacale in Italia”.

Ovviamente c’è da approfondire. Alla scuola di Mario Romani, Aldo Carera invita “a riporre le cesoie taglienti della storiografia militante” (pag. 46), ma rimane un critico molto severo del mito ideologicamente fondato dell’unità della classe operaia. Essa è indicata come un cedimento alle “sirene della scommessa sul cambiamento politico”, fiancheggiato dal sogno di ”un grande fronte comune sindacale” possibile solo come “una grande operazione neotrasformistica, che sarebbe quella della riduzione ad unità di ciò che ad unità non si può ridurre”. L’autorità intellettuale di Mario Romani viene così richiamata per confermare che “le idee, per fortuna, sono tali da non potersi ridurre ad unità. Gli uomini sì, perché a volte le idee le addomesticano, le camuffano, le cambiano” (pag. 55-56). 

Il pluralismo sindacale è dunque esaltato come manifestazione fisiologica della ritrovata libertà associativa dei lavoratori. Per contro, l’unità (o l’osmosi con le altre culture sindacali) è inesorabilmente presentata come un’operazione in perdita: prima con il fascismo che la impose con la violenza del regime, poi con il secondo dopoguerra che la impose con le emergenze della ricostruzione, poi con il secondo biennio rosso che la impose con le ubriacature fuorvianti dell’ideologia. E’ vero che sull’altare dell’unità sindacale si sono bruciate le penne fior di sindacalisti che in quel progetto investirono il meglio delle loro energie morali e delle loro capacità politiche. Ma ora, seminare il timore retroattivo dell’unità, temendola come preludio alla patologica dilatazione, impropria e senza sbocchi, del potere contrattuale dei lavoratori, sembra tradire l’ansia di vaccinare preventivamente il movimento sindacale italiano dal rischio di una rovinosa ricaduta nella vecchia malattia. Non sarebbe meglio preoccuparsi delle nuove malattie?

Il libro curato da Mario Napoli lascia in sospeso due domande sullo ieri e sull’oggi. Il risorgimento sindacale avrebbe visto la luce ieri senza quell’incauto rimescolamento di carte, di nervi, di intelligenze e di voci? E oggi che siamo vaccinati e rassicurati dal naufragio degli azzardi fallimentari dell’unità, basta ritrovarne le discriminanti, come propone Aldo Carera, nella coesistenza di“competenza tecnica e umanità” (pag. 62)? Democrazia interna, forme associative, potere degli iscritti, efficacia delle linee rivendicative, evanescenza delle controparti multinazionali e globalizzate, dispersione atomizzata (e individualistica) dei lavoratori sul territorio: questi vecchi quesiti irrisolti e queste stringenti novità non sono all’origine delle attuali difficoltà e addirittura dei pericoli di marginalizzazione del movimento sindacale? Sergio Zaninelli suggerisce a pag. 33 di invertire la tendenza che in Italia ci porta più “a sbranarci che non a cercare di capirci”. Meno male. Sono proprio l’ultimo a pretendere l’ultima parola.

 Mario  Dell’Acqua

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