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I PARADOSSI DELLA STORIA SINDACALE

I PARADOSSI DELLA STORIA SINDACALE

A 30 ANNI DALLA VERTENZA SULLE “GABBIE SALARIALI”

 

Contemporaneamente alla controversia sulle pensioni – e nel medesimo arco di tempo tra l'aprile del 1968 e l'arrivo della primavera 1969 – Cgil, Cisl e Uil condussero un'altra battaglia: quella per l'abbattimento delle “zone salariali” chiamate “gabbie salariali”.

 

Il sistema che vigeva nei vari settori dell'industria si basava su una graduatoria di “zone” geografiche, in ciascuna delle quali i minimi salariali erano diversi. Le province italiane, dalle più ricche alle più povere erano scaglionate prima in 7 gradini, secondo i livelli del costo della vita. Se un operaio della zona “zero” – comprendente Milano, Torino, Genova e Roma – guadagnava 100, un operaio che a pari qualifica lavorasse in una provincia della zona “uno” (Firenze, Como, Sondrio, etc...) guadagnava 97. E via scendendo fino alla zona 6 – comprendente oltre due terzi dell'Italia centro meridionale e insulare – dove il medesimo lavoro veniva retribuito 80. Tutto ciò era previsto in un accordo firmato fra sindacati e imprenditori nel 1961; in precedenza era stata in vigore un'altra intesa (1954) che prevedeva 13 gradini salariali , con un divario fra i primi e gli ultimi ancora superiore: il 30%.

 

La struttura sperequata delle retribuzioni minime di contratto nazionale fu inizialmente denunciata dalla Cisl con lettera di disdetta dell'accordo vigente a Confindustria, Intersind, Asap il 5 maggio 1968, a cui si unirono successivamente Cgil e Uil.

Nel settembre dello stesso anno le segreterie confederali approvano un documento sull'insieme dei problemi sindacali, fra cui le zone salariali. Inizialmente però la Cisl è prudente e nel suo Comitato Esecutivo avanza una proposta moderata: rinnovare l'accordo per una breve durata e con riduzione delle zone previste precedentemente. Ma ad ottobre in una riunione delle categorie dell'industria Cisl viene chiesta l'eliminazione delle zone salariali e viene posta questa finalità alla trattativa con le associazioni imprenditoriali. E successivamente Fim, Fiom e Uilm incalzano le confederazioni per una rapida chiarificazione su quest'obiettivo con le controparti. Cgil, Cisl e Uil raccolgono la sollecitazione, perché questa era una vertenza tipica in cui il sindacato sottolineava il proprio impegno a favore di chi stava peggio.

 

Gli scioperi contro le “gabbie salariali” articolati per provincia, si svilupparono a partire dall'autunno 1968. Le resistenze imprenditoriali furono tenacissime nel settore dell'industria privata (il presidente della Confindustria Angelo Costa affermava di difendere soprattutto le aziende minori del Sud, che sarebbero entrate in crisi con l'aumento dei costi), ma non mancarono nemmeno nell'industria a partecipazione statale, in previsione degli ormai vicini rinnovi contrattuali che avrebbero provocato altri oneri.

 

L' Intersind e l' Asap, a nome delle aziende pubbliche, accettarono il principio del livellamento, chiedendo però che l'eliminazione delle zone salariali avvenisse con ampia gradualità. I sindacati volevano invece che gli operai del Sud avvertissero subito i benefici della riforma. Ci furono altri scioperi, e finalmente il 21 dicembre 1968 fu raggiunto l'accordo per l'industria a partecipazione statale: la riduzione del divario avrebbe avuto immediato inizio, con l'impegno di completare il livellamento in due anni e mezzo, cioé entro giugno 1971.

 

Nella metaforica gabbia rimanevano ancora i lavoratori, assai più numerosi, dell'industria privata. La Confindustria tenne duro per tutto l'inverno – nonostante lo sciopero generale unitario del 12 febbraio 1969 e un subisso di scioperi locali – sempre adducendo la necessità di tutelare le piccole aziende.

 

Ma l'8 marzo proprio la Confederazione della piccola e media industria (Confapi) siglò l'accordo.

Il fronte industriale si divise: alcuni settori e singole aziende firmarono alla spicciolata. Intanto c'era stato il cambio di governo, da Leone a Rumor, e per il lavoro Brodolini aveva sostituito Bosco.

In più di una circostanza Costa affermò che una mediazione del governo sarebbe stata “lesiva della libertà sindacale”.

Ma la sera del 18 marzo 1969 Brodolini convocò Confindustria e sindacati e Costa capitolò accettando il livellamento delle zone salariali con una gradualità dilazionata in tre anni e mezzo.

(cfr. Conquiste del lavoro, 1968 -69 e Sergio Turone, Storia del Sindacato in Italia, Laterza, 1973).

 

 LE MOTIVAZIONI CONTRO LE “ZONE SALARIALI”

 

“Le imponenti azioni di lotta...denunciano nel modo più clamoroso e significativo la protesta della classe operaia per l'accrescersi degli squilibri salariali, territoriali e sociali....alla luce delle cifre e dei fatti solo una nuova volontà politica che dirotti, con criteri selettivi, verso il Mezzogiorno massicce aliquote di investimento, potrebbe consentire di imprimere al Mezzogiorno una accelerazione capace di ridurre le distanze col resto del paese. Se ciò non si verificherà le conseguenze saranno disastrose... La struttura salariale zonale si è dimostrata del tutto ininfluente ai fini della localizzazione nelle aree più depresse di nuove attività industriali. Le poche iniziative realizzate sono avvenute in settori nei quali il costo del lavoro ha un'incidenza modesta sui costi globali di produzione.

 

Al contrario, i bassi salari hanno agito negativamente sulla domanda locale dei beni di più largo consumo, divenendo causa del permanente sottosviluppo. Tutto ciò fa della lotta per il definitivo superamento delle differenze territoriali dei minimi retributivi, qualcosa di più di una battaglia sindacale per spazzare via un dannoso anacronismo e una odiosa discriminazione...”

(Pierre Carniti, Lottare e contare di più, Conquiste del lavoro, 8.12.1968)

 

“...il costo vita è generalmente funzione del tasso di concentrazione produttiva e, in qualche misura della dinamica salariale che caratterizza un dato comprensorio territoriale. All'equilibrio fra salari e costo vita provvede, sostanzialmente, il gioco delle retribuzioni ultraminimali... se il basso costo-vita è funzione della depressione produttiva, esso si accompagna generalmente ad un basso livello di occupazione... né può essere invocato il salario nella sua accezione di costo lavoro, come mezzo di incentivazione degli insediamenti produttivi... Ma è opinione generale che il costo del lavoro, oltretutto al livello dei minimi contrattuali, non sia oggi elemento determinante. Lo sono invece altri costi, come quelli derivanti da insufficienza di infrastrutture....deve essere comunque chiaro che il sindacato dei lavoratori non intende più accettare che la pur necessaria espansione produttiva nelle zone depresse avvenga sulla pelle della classe lavoratrice”.

(A. Fantoni, Eliminare “zone” e pregiudizi, Conquiste del lavoro, 31.12.1968)

 

“Sostenere una politica dei salari meridionali, nel fatto inferiori a quelli dei contratti collettivi nazionali, come un incentivo della politica di sviluppo economico di un'area arretrata, significa sostenere una tesi aberrante e retriva, non solo dal punto di vista degli interessi dei lavoratori, ma anche con riferimento alla necessità di eliminazione di determinate forme improprie di aiuto alle aziende, specie nella prospettiva delle industrie e delle produzioni nuove. D'altra parte nel determinare i salari di riferimento a parametri esterni all'azienda, come il livello del costo vita, non ha più nessuna effettiva consistenza. Né, comunque, una politica di salari inferiori allo standard nazionale può essere sostenuta, per evidenti ragioni sociali, per il solo settore industriale e commerciale, quando non viene adottata negli altri settori”.

(Convegno di Napoli dei quadri Cisl sullo sviluppo del Mezzogiorno, relazione generale, 31 gennaio – 2 febbraio 1969)

 

“L'Italia a fette è un'ingiustizia sociale che, non avendo giustificazioni produttive, fornisce un motivo in più alle lotte delle zone arretrate e specialmente del Sud. E' assurdo che a parità di sfruttamento e di rendimento.... un operaio di Cagliari, di Siracusa, di Caserta, di Bari, di Chieti e persino di Venezia debba partire da basi salariali inferiori, codificate in un assetto che ha fatto il suo tempo. Perfino la scienza economica nega oggi che i bassi salari possano incentivare gli investimenti...”

(Vittorio Foa, Il Giorno, 12 novembre 1968)

 

Giovanni Avonto, 1999

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