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Intervista a Piero Boni

Intervista a Piero Boni*

del 14 aprile 2004 c/o Fondazione Giacomo Brodoloni

a cura di  Giovanni Avonto

 

 

Avonto

Succeduto a Franco Gheddo nella presidenza della Fondazione Vera Nocentini di Torino, da alcuni anni sto organizzando la ricerca storica. Siccome ho letto la tua recensione del libro su Macario, mi è venuto in mente di esplorare un po' cosa è successo, superati gli anni ‘50, per arrivare all’unità di azione degli anni ‘60 e ‘70. A questo proposito la tua testimonianza può essere preziosa per chiarire alcuni aspetti relativi a ti di quegli eventi. Sul piano storico numerose sono le domande che si pongono, quali ad esempio l’autonomia era uno degli argomenti che turbavano solo la Cisl, e prima ancora la corrente cristiana, che allora la usava un po’ come una clava difensiva all’interno della Cgil unitaria? e inoltre dopo la scissione della corrente cristiana il problema dell’autonomia si è posto anche all’interno della Cgil ?. Mi ha colpito una frase che tu hai usato nella tua recensione. Dici: “all’inizio degli anni ‘60 ci si rende conto - e Luigi Macario è stato uno dei primi dirigenti Cisl a comprenderlo - che la scissione del ‘48 con le sue implicazioni storiche, politiche e sindacali risultava superata”. Ho letto poi alcune cose dello storico Adolfo Pepe il quale, quando parla delle scissioni (nel terzo volume della sua storia della Cgil), usa queste espressioni che mi hanno colpito: "la pressione internazionale, pur se condizionante il processo interno, era stata tuttavia in qualche misura liberatrice di forze, ideologie,  programmi  che hanno successivamente arricchito l’insieme dell’esperienza sindacale italiana”; e nei passaggi successivi dice che “ La scissione sfumava poi in un  fenomeno positivo a tutto tondo (siamo negli anni ‘60 e ‘70), diveniva una tappa coerente al tempo stesso della ricollocazione internazionale del paese e della sua evoluzione democratica”.

Mi sono posto pertanto il problema di Ho ritenuto importante parlare con qualcuno, come te, che ricorda queste cose perché le ha vissute. La prima domanda che vorrei porti è se la questione dell’autonomia sindacale è emersa negli anni ’70 come riflesso di una evoluzione del quadro politico a livello internazionale, oppure è nata nel dibattito interno all’organizzazione sindacale. Mi sembrerebbe infatti importante confrontare non soltanto l’opinione e le ricostruzioni fatte dagli storici con le testimonianze di dirigenti di parte Cgil – oltre che di parte Cisl – che, come te, sono stati testimoni di quelle vicende.

 

Boni

La domanda è, dunque, come si è passati dai rapporti fortemente conflittuali degli anni ’50 alla costruzione di un processo unitario. O se vuoi, “dalla rissa al dialogo” come dice Accornero nel saggio nel quale offre una interessante spiegazione delle ragioni di questa transizione. Premetto che ad essere unitari nella Cgil ce lo aveva insegnato innanzitutto Di Vittorio. Ero giovanetto, avevo 27 - 28 anni, e, lavorando all’ufficio di segreteria della Cgil, frequentavo quotidianamente Di Vittorio. All’inizio non avevo, direi, neanche capito bene le ragioni del suo insistere in ogni momento sul tema dell’unità. Mi viene in mente, a questo proposito, un piccolo episodio.

Si tenne nei primissimi anni ‘50 in Cgil una riunione di statali. Di Vittorio era sempre accompagnato dalla moglie, la quale, in quella occasione, era seduta non lontano da me che stavo in piedi,  mentre Di Vittorio coordinava i lavori della riunione. Conoscevamo tutti quanti che nelle conclusioni avrebbe finito per  parlare dell’unità sindacale.  Allora io me ne sono uscito col dire: “adesso attacca con l’unità”. La moglie di Di Vittorio si voltò verso di me è mi fecce segno di stare zitto. Il giorno dopo e per una settimana Di Vittorio non mi ha salutato. Egli veramente sentiva la necessità dell’unità e ci ha insegnato a crederci sempre e a non abdicare mai al tentativo di costruirla. Cosi una generazione di sindacalisti - io, Luciano Lama, Bonaccini, Di Gioia, ma anche Trentin, e lo stesso Vittorio Foa – è cresciuta a questa sua scuola ed ha sempre cercato di realizzare l’unità anche con i non unitari organici: per esempio con Volontè, segretario generale dei metalmeccanici Cisl, che nell’unità non ci credeva assolutamente, come se temesse che io o Lama avessimo la pistola in tasca per sparargli.

Quindi nella Cgil è maturato un certo gruppo di dirigenti che tra l’altro non veniva – tranne alcune eccezioni - dal sindacalismo storico ma dalla Resistenza e che dopo la liberazione fu immesso nel sindacato per l’esigenza di riformarne l’ossatura.. Lama era entrato nel sindacato dopo la liberazione di Forlì, io sono stato immesso un anno e mezzo dopo la liberazione di Roma, al mio ritorno dal nord, Trentin, come Vittorio Foa, aveva fatto il carcere e la Resistenza. Si trattava quindi di una generazione predisposta culturalmente all’azione unitaria.

In merito al processo unitario vorrei ricordare due esempi specifici. Il primo riguarda la sostituzione di Volonté con Macario quale segretario generale della Fim-Cisl; il secondo l’opera di Luigi Macario il quale, dopo i fatti del ‘58 a Torino, promuove l’espulsione dei dirigenti Cisl che hanno fondato il Sida. In conseguenza di questi due eventi che segnarono, in maniera incontestabile, la svolta realizzata dalla Fim-Cisl, il gruppo dirigente della Fiom si è impegnato ancora più nell’azione unitaria. Comprendemmo di non avere più a che fare con gente, come appunto i Volonté o i Zanzi. Macario, Carniti che al Congresso di Bergamo del 1962 aveva guidato la rivolta dei “giovani turchi” contro la “vecchia guardia” - non solo sono stati portatori di idee nuove ma hanno sempre avuto comportamenti dettati dalla massima lealtà. Le difficoltà che avevamo nel comporre le differenziate posizioni delle nostre organizzazioni ce le dicevamo, ci capivamo, potevamo anche litigare (ho litigato parecchie volte con Carniti) ma era un’altra cosa. Le liti non erano finalizzate alla rottura ma, al contrario, erano dettate dalla volontà  di convincere l’altro della bontà di posizioni che però non avevano mai significato ultimativo. E’ cominciata cosi, piano-piano. quella grande conquista, che gli storici sindacali non hanno finora collocato nella giusta luce, che è stata il contratto del ’62 dei metalmeccanici: il quale ha costituito un giro di boa sul piano delle politiche contrattuali. Nell’azione rivendicativa ci siamo ritrovati tutti - a Milano, a Torino, a Genova, a Brescia (dove segretario della Fim-Cisl era il giovane Castrezzati) – su posizioni convergenti. Il rinnovo contrattuale ha costituito pertanto un traguardo importante sulla via dell’unità e con l’unità - sembra di dire una banalità - è cresciuta l’autonomia.

 

Avonto

Tu dici che ragionando insieme avete scoperto il valore dell’autonomia?

 

Boni

Esatto, perché io, Lama e gli altri dirigenti della Fiom scopriamo che Macario era autonomo. Non parliamo poi di Castrezzati che mandava al diavolo il sindaco di Brescia e tutta la democrazia cristiana bresciana. L’autonomia di questo nuovo quadro dirigente della Fim-Cisl ci ha fatto ulteriormente riflettere. L’autonomia – non vorrei essere monotono - storicamente (più ci penso e più mi sembra vero) è anch’essa, in fondo, una conquista che noi della Cgil dobbiamo a Giuseppe Di Vittorio. Io ho partecipato alla famosa giornata del comunicato della Cgil sui fatti di Ungheria e devo dire che Di Vittorio non fece opposizione alla proposta di comunicato avanzata dalla componente socialista. Il testo del comunicato era stato scritto da Giacomo Brodolini, come già ho avuto modo di dichiarare a Sergio Turone, il quale ha riportato la mia testimonianza nel suo saggio Storia del Sindacato in Italia, aggiungendo che la mia dichiarazione orale era stata confermata da Oreste Lizzadri. Quel testo Lizzadri, io e Giacomo portammo a Di Vittorio. Santi quella mattina non c’era. Lizzadri, porgendogli il foglio, disse:“Peppino non c’e altro da fare”. Di Vittorio lo lesse e lo approvò. Il mio giudizio sul Segretario generale della Cgil non si riferisce però soltanto agli eventi di quella giornata, perché io ho avuto 2 o 3 anni di consuetudine quotidiana con Giuseppe Di Vittorio e devo dire che mi divertivo molto quando lo sentivo mandare a quel paese per telefono Pietro Longo. A volte lo faceva in francese, con quel francese particolare che Di Vittorio aveva imparato a Parigi tra gli emigranti.

 

Avonto

Facciamo un passo indietro. Perché Di Vittorio credeva molto in questa unità, forse perché aveva vissuto come una grande conquista l’esperienza dal ‘44 al ‘47 anche se traumatica ?

 

Boni

Si, di certo, ma non solo. Di Vittorio aveva sperimentato la lezione del ‘22 e del ’23. Portava con sé, a mio avviso, la cicatrice della sconfitta di un movimento operaio diviso. Lui veniva dai sindacalisti rivoluzionari. Aveva cercato, come tanti leader sindacali dell’epoca, di resistere al fascismo ma era stato battuto insieme a tutta la sinistra italiana, per la mancata unità della classe lavoratrice. Questa lezione che aveva imparato appunto tra i braccianti di Puglia gli era rimasta profondamente impressa perché Di Vittorio, qui ha ragione Santi, nell’animo era rimasto un bracciante. Per tornare ai metalmeccanici con riferimento a quei primissimi anni ’60, è mia convinzione che il punto di incontro più importante tra Fiom e Fim-Cisl sia stato costituito dalle incompatibilità tra cariche politiche e cariche sindacali. Era questa una scelta operativa che traduceva in atto quell’autonomia delle organizzazioni sindacali che non è sufficiente proclamare.

E’ banale ripetere sempre che le incompatibilità non realizzano tutta l’autonomia, ma in quel momento per gli equilibri interni della Cgil e della Cisl una convergenza su questo punto era importante e significativa, e ci siamo impegnati seriamente, ognuno all’ interno della propria organizzazione, per realizzare questo obiettivo. Sul tema dell’unità sento il dovere di testimoniare che Agostino Novella espresse in modo esplicito un orientamento positivo al riguardo. Fui io a comunicargli che stavamo per decidere, come Fiom, l’incompatibilità. Ti prego però – gli dissi - di non venire al nostro comitato centrale dove opereremo tale scelta, perché se tu vieni qualcuno può pensare che questa nostra mossa sia ispirata strumentalmente dalla Cgil, mentre noi vogliamo non solo essere, ma anche apparire liberi nelle nostre decisioni perché una libera scelta ci accredita nei confronti della Fim-Cisl e della Uilm. A distanza di tanti decenni debbo rendere atto a Novella di aver compreso benissimo le nostre ragioni e di aver accettato di non recitare alcun ruolo in quella importante occasione.

Avonto

Novella in quel periodo Segretario generale della Cgil era anche parlamentare?.

 

Boni

Si, era anche in Parlamento. Devo riconoscere a Carniti e a Macario di aver giocato all’interno della Cisl, nei confronti di Storti, più o meno lo stesso ruolo che noi della Fiom abbiamo giocato all’interno della Cgil. Trentin, a sua volta, pur essendo per certi versi vittima di questa decisione in quanto parlamentare, non eccepì, lasciando che questo cuneo dei metalmeccanici all’interno dello schieramento sindacale andasse avanti. Intanto erano fiorite le rose anche in sede Uil perché Benvenuto, convinto assertore dell’unità sindacale, aveva sostituito Corti alla segreteria dei metalmeccanici e quindi si consolidò il processo di convergenza e il fronte dei lavoratori metalmeccanici trovò la sua completa saldatura e si è arrivati così all’autunno caldo. E questo fu il frutto della conquistata autonomia. Infatti cos’è stata l’autonomia? L’ho già accennato e 1o ripeto: nel secondo dopoguerra il sindacato non è rinato autonomo. L autonomia l’abbiamo conquistata - per 1o meno per quanto riguarda la mia esperienza professionale e di quella generazione di sindacalisti cui ho prima accennato – quando, recuperando il nostro passato, ci siamo resi conto che il sindacato, sin dalle sue origini, ha caratteri e funzioni diverse dalle organizzazioni di rappresentanza politica. La “lega” nasce, solitamente, democratica e autonoma e, pertanto, unitaria. Se tu apri un libro di storia sindacale nel 1857, 1860 e 1861 la “lega di resistenza” è questo, e allora tu devi sapere mantenere questa autonomia. Questa proprietà io la chiamo autonomia e non indipendenza, perché altrimenti si potrebbe confondere con quella pseudo indipendenza che purtroppo sostengono i dirigenti attuali della Fiom. Ciò che un sindacato dovrebbe fare è tenere conto del contesto politico in cui opera mantenendo un rapporto corretto e non pregiudizialmente ostile con ogni partito, riservandosi il diritto di giudicare i fenomeni che attraversano la società e i comportamenti delle parti politiche e delle istituzioni alla luce della propria esperienza e degli interessi di cui ha specifica rappresentanza. Tutto ciò ha quale presupposto l’autonomia sindacale, autonomia che è cresciuta con l’unità e con la democrazia.

 

Avonto

L’evoluzione che si è avuta a livello nazionale (il primo centrosinistra con la partecipazione dei socialisti che varcano il Rubicone e vanno al governo provocando una modifica del quadro politico) quali riflessi ebbe all’interno della Cgil la quale si trovò a dover tener conto, in eguale misura, delle posizioni sia dei partiti d’opposizione che di quelli di governo come ad es. quella relativa alla partecipazione dei sindacati alla programmazione? questo fatto nuovo non mise in moto delle frizioni nella dialettica interna alla Cgil, oppure la sua vita e il suo dibattito furono caratterizzati soltanto dai rapporti unitari di cui prima abbiamo parlato?

 

Boni

Gli eventi storici che attengono ai fenomeni sociali non sono mai, per la loro complessità, riconducibili ad una sola causa. Nella Cgil si avvertirono – non poteva essere altrimenti - i riflessi della scelta di centrosinistra del Psi. Essi però non emersero in maniera eclatante in quanto sia da parte dei sindacalisti comunisti sia da parte dei sindacalisti socialisti non c’era motivo di scontro su questo punto. Lo scontro ci fu sui contenuti, questo si! Ma siamo ai tempi di Lama - segretario generale della Fiom fino al 1962 - e figurati tu se uno come Lama si faceva indurre, dalla sua componente, ad una contrapposizione interna con la componente socialista su questo tema. Inoltre sono personalmente convinto che lui era a favore del centrosinistra più di quanto 1o fossi io. Quindi, come dicevo, il confronto nella Confederazione avvenne sui contenuti e, come nel caso della programmazione, fu un confronto vero. Fummo a favore di una programmazione democratica sia a via del Corso, sede del Psi, sia come corrente sindacale socialista a Corso d’Italia 25. Posso dire però, per aver vissuto direttamente e con un ruolo di responsabilità questa esperienza, che non ci fu, da parte della nostra componente alcuna posizione configurabile come collateralismo. Se tu prendi gli atti del XIV° Congresso della Fiom, tenutosi nel 1964, vedrai che nel Documento precongressuale del C.C. della federazione sono presenti in particolare tre tesi alternative concernenti scelte rispetto alle quali esistevano differenti posizioni tra socialisti e comunisti. Esse riguardavano rispettivamente: il rapporto tra sindacato e programmazione democratica; l’incompatibilità tra cariche esecutive nel sindacato ed ogni carica pubblica nazionale, regionale e locale avente carattere elettivo (mandato parlamentare e appartenenza a consigli comunali); provinciali, regionali; il superamento o meno dell’istituto delle Commissioni Interne. Il modo di confrontarsi in sede di dibattito pre-congressuale e congressuale che proponemmo come socialisti, quando introducemmo le tesi alternative, fu quello di un costruttivo confronto – da realizzarsi, come dicevo, attraverso tesi alternative - sui temi più rilevanti che si ponevano in quella fase storica al sindacato. Su questa impostazione convenne il gruppo dirigente della componente comunista che ebbe un comportamento coerente con la scelta comunemente fatta.

 

Avonto

Questa metodologia congressuale matura con la stagione del centrosinistra.

 

Boni

La risposta è positiva solo se ci si riferisce al tempo in cui i fatti avvennero. L’idea di trasferire nella nostra esperienza il metodo delle tesi alternative ci era però venuta in mente, a Lama ed a me, tempo prima, quando eravamo andati in Inghilterra per seguire il congresso del Tuc. In quell’occasione rimanemmo favorevolmente impressionati dal modo di discutere dei sindacalisti inglesi. Al Congresso si presentavano tesi alternative, si discutevano e si mettevano in votazione. Quel metodo permetteva di decidere rapidamente entrando però nel merito delle questioni dibattute, procedendo cioè in modo al tempo stesso pragmatico e democratico. Pensammo allora di introdurre anche nel nostro congresso il procedimento usato in Inghilterra. Nel 1964 Lama era già andato via dalla Fiom per passare alla segreteria della Confederazione. Gli era subentrato Bruno Trentin il quale convenne sull’opportunità di introdurre quell’innovazione. Per quanto riguarda le tre tesi alternative quella sulla programmazione democratica da noi proposta di fatto prevalse. La forza politica della posizione socialista non risiedeva soltanto nel fatto che nel paese era maturata una cultura della programmazione ma anche perché nella stessa Cgil essa aveva piena cittadinanza. Di Vittorio aveva affermato in sede di “Conferenza sul piano del lavoro” tenutasi nel febbraio del 1950 che se il governo avesse preso in considerazione le rivendicazioni in esso contenute la Cgil ne avrebbe tenuto coerentemente conto nelle sue rivendicazioni salariali. La nostra tesi congressuale, pertanto, costituiva soltanto un aggiornamento dell’orientamento suggerito da Di Vittorio e una sua attualizzazione. Di diverso parere erano invece sia Trentin che Foa il quale ultimo nel frattempo aveva aderito, con il resto della corrente di sinistra del Psi, alla scissione e alla costituzione del Psiup. Le altre due tesi alternative, quella sulle commissioni interne, e quella sulle incompatibilità, furono di fatto momentaneamente accantonate dopo gli interventi congressuali di Fernando Santi e di Agostino Novella. Su tutti e due gli argomenti gli sviluppi successivi dettero ragione alle tesi socialiste.

Ho ricordato questi fatti per dire che in Cgil si accentua, in occasione del centrosinistra, una dialettica tra le diverse posizioni che però non è stata mai esasperata, anche se ha portato a importanti momenti di confronto come avvenne al congresso Cgil di Bologna del 1966, nel corso del quale si ebbe un vivace dibattito oltre che sulla programmazione su un altro argomento che non era stato posto in agenda al Congresso Fiom di Rimini, quello relativo alla denuncia dell’adesione alla Federazione sindacale mondiale (Fsm) che i socialisti ritenevano ormai matura e non ulteriormente procrastinabile. Al successivo Congresso confederale, quello di Livorno del giugno del 1969, sono passate finalmente – con effetto immediato - le incompatibilità con il mandato parlamentare e con gli uffici politici dei partiti e si è aperto finalmente in concreto, anche attraverso questa scelta, quel discorso sull’unità sindacale che ai socialisti stava particolarmente a cuore. Questi, direi, possono essere considerati correttamene, a mio avviso, i riflessi indiretti della politica di centrosinistra nel sindacato il quale trasse vantaggio del fatto che idee nuove e nuove prospettive si erano aperte nel paese relativizzando gli schemi ideologici fino ad allora prevalenti e facendo pertanto ritenere possibile dar vita ad un processo unitario. Tieni conto che mentre il partito comunista sparava sul centrosinistra, la Cgil non ha mai sparato, proprio in quanto, come ho già avuto modo di dire, il confronto in Confederazione avveniva sui contenuti.

 

Avonto

Cercherò ora di sintetizzare quanto tu hai ora detto per vedere se ho colto bene il significato delle tue parole. A tuo avviso la Cgil fino a tutti gli anni ’50 ha  elaborato prevalentemente temi generali come il “piano del lavoro” che costituivano più un messaggio politico-sindacale che non proposte concretamente definite sulle quali poter aprire, se non una vertenza, un confronto diretto con i governi, i partiti politici, le controparti. Il centrosinistra, il quale assume, per i programmi sui quali si caratterizza, degli orientamenti “pro labour” obbliga il sindacato a discutere su contenuti programmatici, non più su semplici proposte che per il loro grado di generalità peccavano necessariamente di astrazione. Inoltre, hai aggiunto, nella tornata contrattuale 1962-1963, quando si conquista la contrattazione aziendale che obbliga le parti a discutere intorno alla specificità dei problemi che a quel livello si pongono, i fumi ideologici che in qualche misura avvolgevano le politiche della Cgil finiscono per diradarsi. Ricordo di aver sentito Trentin affermare che noi della Cisl provenivamo più che altro da una moderna cultura sociologica mentre voi della Cgil avevate alle spalle una cultura socialista e comunista fondata, per molti versi, su canoni ideologici di derivazione marxista. Il confronto tra le due culture sindacali, a tuo avviso, in qualche modo favorì una politica sindacale realizzata sull’analisi di fatti concreti?

 

Boni

A me le ideologie danno fastidio, ti confesso, e non hanno mai influito sulle mie scelte sindacali. I sindacalisti ideologizzanti e classisti mi davano molto ai nervi e ne avevamo parecchi nell’organizzazione: Non parlerei però, quantomeno per la corrente sindacale socialista, di orientamenti ideologici (in particolare dopo la scissione del Psiup) quanto di una scelta coerente di autonomia e di una linea sindacale che si misurasse sulla realtà della condizione del lavoro subordinato.. L’ideologia l’aveva seppellita Di Vittorio con il suo intervento al 20° congresso del Pci. Neppure a Novella, a mio avviso, si possono rimproverare cedimenti all’ideologia e meno che mai a Lama, il leader più aperto della componente comunista della Cgil.

 

Avonto

Si potrebbe ancora dire che c’è stata una accelerazione nel processo di autonomia negli anni ‘69 e ‘70?

 

Boni

Sì. Ero appena passato, dopo il congresso di Livorno del ‘69, dalla Fiom alla Cgil, dopo aver lavorato alla preparazione della piattaforma contrattuale dei metalmeccanici litigando con Carniti. Perché Trentin ed io eravamo contrari ad aumenti uguali per tutti. Temevamo, tra l’altro, che questa concessione all’egualitarismo potesse allontanare dalle nostre organizzazioni i lavoratori a più alti livelli di professionalità e di qualifica in quanto il risultato di una simile operazione sarebbe stato quello di ridurre il divario retributivo tra le categorie meno pagate e quelle più pagate.. Pierre, invece, era favorevole, anzi addirittura scatenato, non lo fermava nessuno, tanto è vero che poi noi della Fiom finimmo per accettare di inserire questa rivendicazione nella piattaforma unitaria. Unitaria in quanto a questa impostazione aderì anche la Uilm. In questa organizzazione, per lunghi anni diretta da Bruno Corti interprete delle posizioni più moderate della socialdemocrazia italiana, al Congresso di Venezia del maggio 1969 si era registrato un capovolgimento della maggioranza interna ed aveva prevalso nettamente l’ala unitaria che aveva eletto come segretario generale il suo giovane leader, Giorgio Benvenuto.

Si chiesero pertanto 15 lire uguali per tutti. E’ quasi un paradosso nella storia della tecnica contrattuale che si chieda 15 lire e se ne ottengano 13 uguali per tutti. Da questi fatti non si deve però dedurre che l’autunno caldo sia stata una cosa improvvisata. E’ questa una tesi che sostengo io, che sostiene anche Pio Galli nel suo libro, ma credo che anche Bruno Trentin sia su questa posizione. A nostro avviso l’autunno caldo segna la maturazione del complesso delle categorie dell’industria, segnatamente dei metalmeccanici, e corrisponde alle condizioni salariali, di lavoro e di formazione dei lavoratori nelle fabbriche. Teniamo presente che in questo rinnovo contrattuale giocano un ruolo – sindacalmente parlando - i tanti lavoratori meridionali che ormai da anni operavano nelle fabbriche del nord, in particolare nella Fiat. Essi erano prevalentemente collocati nelle fasce di qualifica più basse. Ed era probabilmente anche questa una delle ragioni della fermezza con la quale Carniti si impegnò a fondo per far passare questa rivendicazione. Diversamente dalla Fiom-Cgil nella quale, per la sua tradizione storica, avevano peso prevalente i lavoratori a più alto livello di qualifica, alla Fim-Cisl – di cui Carniti era leader indiscusso – aderiva una percentuale consistente di questi settori a più bassa qualifica. E’ certo comunque che i meridionali in quella vertenza costituirono per la prima volta una componente significativa nell’azione rivendicativa per la capacità che ebbero di incidere sulle scelte rivendicative del sindacato. Prima questa presenza non c’era. Ricordo sempre che litigai con Pugno, segretario della Fiom di Torino, davanti ai cancelli di Mirafiori, perché lui parlava in piemontese. Gli dissi “questi non capiscono il piemontese, tu devi parlare in italiano”. Mi sentirei inoltre di aggiungere che il sindacato dei metalmeccanici aveva creato le condizioni del successo, riscosso nel rinnovo contrattuale dell’autunno caldo, con l’azione a livello aziendale del ‘68 e anche, checché se ne dica, con il contratto del ’67 stipulato in un periodo di grandi difficoltà e di basso potere contrattuale come certamente ricordi.

 

Avonto

In quale modo fu possibile creare le condizioni alle quali fai riferimento?

 

Boni

Noi nel rinnovo del 1967 avevamo avuto un’intuizione che al momento non valutammo nella sua grande portata, cioè quella di rifiutarci di barattare la contrattazione articolata con concessioni salariali come forse era possibile. Salvammo in tal modo l’impostazione del ’62 che nel ‘69 ci permise, raccogliendo la spinta proveniente dal basso sollecitata dall’azione aziendale del ’68, di costruire il rilancio contrattuale della categoria. Per queste ragioni, ripeto, l’autunno caldo non deve essere considerato un’esplosione. Se da alcuni è stato considerato una esplosione è soltanto perché la Fiat cercò deliberatamente 1o scontro con richieste improvvise di sospensioni, con motivazioni pretestuose, di migliaia di lavoratori - una sorte di serrata -  negli stabilimenti di Torino mentre era in corso, nella primavera del ’69, una vertenza aziendale che aveva per oggetto ritmi di lavoro e inquadramento nelle categorie operaie. Per dare più esattamente il senso del rapporto di continuità esistente tra le vicende contrattuali del 1967 e quelle del 1969 voglio ricordare un episodio simpatico che ho richiamato anche in un mio libro. Alla chiusura del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici del ’67 un membro della delegazione imprenditoriale, non ricordo chi fosse, mi disse “andiamo a salutare il presidente Costa”. Nel corso dell’incontro lui ci disse “vi abbiamo dato poco; ci dispiace. Vedremo di far meglio la prossima volta”. La prossima volta fu con i rinnovi contrattuali del ‘69 quando ottenemmo le 13 lire, la riduzione a 40 ore dell’orario di lavoro settimanale, un certo numero di ore retribuite per le assemblee nelle fabbriche, ecc.

 

 

Avonto

Tu dici che la Fiom nel 1969 ha dovuto accettare, per pervenire ad una piattaforma rivendicativa comune, la rivendicazione dell’aumento uguale per tutti. Fu un bel sacrificio.

 

Boni

Lo so, l’unità ha dei prezzi!

 

Avonto

Si era imparato che ognuno doveva rinunciare a qualcosa?

 

Boni

Eh già! E lì a Genova, come ho ricordato, ci fu uno scontro tra me e Carniti. Però aveva ragione Pierre. Tu non la fai l’unità d’azione se non rispetti il tuo interlocutore, se non sei disposto a dare il necessario spazio alle rivendicazioni di cui lui è portatore.

 

Avonto

Per quanto riguarda l’unità d’azione forse in questa occasione c’è stato comunque un passo in avanti rispetto a quello che diceva Pastore: “negoziare divisi ma poi colpire uniti”; qui si colpisce uniti ma sulla base di un programma e di una forma organizzativa comune.

 

Boni

Certamente. Non è ancora l’unità di fatto, ma siamo già alla Flm e si pongono le premesse per la battaglia per l’unità che una parte di noi (Carniti, Trentin, Benvenuto, io e altri) intraprese per il superamento della “federazione unitaria” perché noi volevamo tenere fede a quella benedetta indicazione di Firenze -due– quella approvata nella riunione dei Consigli generali Cgil-Cisl-Uil del novembre 1971 – che prevedeva la realizzazione dell’ unità organica. Questa storia è ancora tutta da scrivere. Sarebbe infatti importante per la storiografia sindacale un esame approfondito che forse si può condurre adesso, a distanza di tanto tempo, delle vere ragioni per cui ci siamo fermati ad un passo dalla meta. Insomma Vanni non ha mai parlato di quella sua famosa intervista rilasciata nel febbraio del 1972, che fermava il processo di unità  e lo rinviava a tempo indeterminato. Cosa c’è dietro quella intervista? Quando ci incontriamo, adesso che abbiamo i capelli bianchi tutti e due, non scende mai su questa terreno, che non riguarda solo la Uil ma riguarda tutti noi. Segnatamente riguarda i massimi dirigenti della Cgil e della Cisl: Luciano Lama, che certamente l’unità la voleva ma, purtroppo, non la voleva il Pci e una parte del gruppo dirigente della Cgil, ad iniziare da Rinaldo Scheda che al Pci era maggiormente legato; Bruno Storti, molto più tiepido su questo tema e più sensibile all’orientamento maggioritario della Dc contrario all’unità. L’unità, infatti, realizzando un sindacato che veniva considerato troppo forte per la situazione italiana, era ritenuta, dai due maggiori partiti di governo e d’opposizione, un elemento destabilizzante di un equilibrio politico e di potere sul quale si era retto, nel secondo dopoguerra, il “bipartitismo imperfetto” italiano. Per questa ragione Lama e Storti hanno perduto una grande occasione di passare come protagonisti alla grande storia del sindacato.

* Il testo pubblicato è stato rivisto dall'intervistato. è riprodotto anche su "Economia e lavoro", Anno XLIV, 1, pagg 137 - 145. 

 

 

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